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Domenica 18 aprile in casa Anatriello

racconto di Aristide Casucci

 

In ogni famiglia ordinata che si voglia prendere ad esempio, invariabilmente, troviamo un cosiddetto capo famiglia. è questa una caratteristica prevista perfino dall’ordinamento anagrafico comunale. Raramente però si verifica la coincidenza che il capo famiglia possa esercitare quello che con termine, giustamente dispregiativo, viene chiamato comando.

Ad ogni conto il nostro capo famiglia, che non fa eccezione alla regola predetta, si chiama Espedito, si Espedito Anatriello, fu Sossio, pensionato comunale.

Durante la sua lunga vita lavorativa ha ricoperto la qualifica di  usciere e poi di supplente di segreteria.

Il nostro uomo appartiene senz’altro a quella razza di buoni, licenziati nel 1926 dalla quinta elementare, appunto, con la votazione di buono in tutte le materie e, ovviamente, lodevole in religione.

Praticamente nel municipio, che poi è quello del suo paese natale, dei quaranta anni di servizio ne ha spesi quindici fra le professioni di custode e bidello dell’annessa scuola e ben venticinque presso l’ufficio anagrafico.

L’anagrafe è stata però la sua vera vocazione, munito di una calligrafia da ufficiale di scrittura borbonico, ha retto l’ufficio da solo per ben quattordici anni durante i quali ogni sindaco prometteva, senza esito e manco convinzione, l’avanzamento a Capo Ufficio. Sogno mai realizzatosi forse a causa dell’esiguo titolo di studio di Espedito; ritenuto peraltro persona anche abbastanza colta e con la rara capacità di ascoltare tutti senza interrompere.

I certificati che uscivano dal suo ufficio, i suoi certificati, redatti a mano con tanto di svolazzi, dopo l’apposizione del timbro, eseguita in un modo perfetto, recavano però la firma del segretario comunale che, secondo Anatriello, era competente delle cose anagrafiche fino ad un certo punto.

Qualche volta, durante i suoi momenti di rabbia, aveva pensato di fargli firmare qualche sciocchezza, ma poi non ne era mai stato capace.

Adesso, senza aver potuto realizzare il sogno di essere promosso a capo dell’anagrafe, malgrado che insieme con la signora Scuotto, la levatrice, conoscesse e ricordasse a memoria tutti i particolari di ogni abitante, viene posto in quiescenza per raggiunti limiti di età; lui che avrebbe voluto lavorare almeno fino ad ottanta anni.

E’ in sostanza la terza volta che il nostro uomo si trova a diretto scontro con la durezza della vita. Espedito Anatriello , considerava pietre miliari del suo cammino terreno le sue nozze, il giorno che gli tolsero l’appendice e quello del pensionamento. Alla conclusione, secondo lui, manca soltanto quello della morte.

Invariabilmente, in ognuna di queste occasioni egli reagisce con la tecnica della risatina idiota. Infatti, normalmente, nei confronti delle cose che non gli aggradano aggiusta le labbra ad una risatina per metà seria e per l’altra, di indecifrabile qualità.

Naturalmente la famiglia Anatriello annovera anche una moglie e due figli. Parliamo della signora Anatriello, Maria del Principio, nata Scardapezza.

Era costei una trentacinquenne avviata solinga sulla strada senza ritorno dello zitellaggio, fra le cocenti e sospirose lacrime della mamma, signora Felicia Spampinato, vedova Scardapezza.

Però, in un giorno benedetto dal Signore ella andò a richiedere un certificato al comune, tornandovi con stampato sul viso un sorriso surrealista che durò circa una settimana, tanto da impensierire la mamma che, sgomenta, chiese l’intervento di comari, conoscenti, benefattrici ed autorità varie per cercare di levarglielo.

Niente, nemmeno un fiato si poté cavare dalla “rapita in estasi” fino alla Domenica successiva quando ella, durante la Messa, in un momento di inaudito coraggio, chiese la mano di Espedito, direttamente a lui non nascondendogli che, oramai, era l’ultima speranza che le rimaneva.

Il poverino cominciò a ridere e lei quasi se l’ebbe a male, non conoscendo il valore della risata; alla fine però uscirono dalla quella chiesa fidanzati in modo tale che, il tempo per preparare i documenti matrimoniali sembrava esagerato ad ambedue.

Il giorno del matrimonio, allorché il prete fece le domande di rito, Espedito si distrasse un momento e non fu lesto a dire il suo si, non è che non volesse dirlo, fu soltanto una incolpevole e lieve distrazione. Quando la sposa se ne rese conto, si trattò dello stesso tempo che impiega l’autista dietro di te quando il semaforo scatta al verde, con una ben assetata gomitata lo ricondusse velocemente alla realtà fra le risate benevole degli invitati.

Maria del Principio o meglio Principio, come veniva intesa in paese, avrete capito che era una donna decisa, una di quelle che asserisce con le mogli degli altri che, nella sua casa, comanda il marito, mentre non lo pensa neppure, impalmò l’innocente Espedito nel fiore dei suoi quarant’anni, tirando fuori, come coniglio dal cappello, una solida esperienza nel campo matrimoniale, insegnamento prezioso di mammà.

Espedito lasciò fare tutto a lei ed alla provvida natura, correva come un pazzo solo per andare a chiamare donna Nannina Scuotto, la levatrice,  quando giungeva il momento. Casa, lavoro e vita di paese ispirata al più ortodosso conformismo, beninteso sotto l’occhio vigile dell’inflessibile moglie.

Dovendo parlare adesso della prole, premetteremo che nulla divide i due coniugi, mai un litigio mai una diversità di vedute. Il buon Espedito faceva sempre tutto quello che stabiliva la moglie, anche perché capì subito che sarebbe stato, quantomeno, arduo tenere testa alla sua decisa compagna.

Al decimo mese dalle nozze in una notte di acqua senza fine, dove si inzuppò fino alle ossa, divenne padre di un bel maschietto. Allora non esisteva l’esame ecografico e per dare il nome ad un neonato, bisognava aspettare di conoscerne il sesso, salvo a non fare congetture paesane come quelle sulla forma della pancia.

In verità i due non avevano fatto alcuna ipotesi in forza dei seguenti ragionamenti: lei era sicura di disporre da sola, trattavasi di suo figlio. Lui nemmeno si sarebbe aspettato che la moglie contava di non rispettare la normalità dell’usanza.

Espedito, come seppe che era maschio, pensò pertanto, nella sua testa semplice che fosse nato Sossio Anatriello, figlio suo e nipote di suo padre; lo pensò per la forza, quasi legale, della consuetudine con la quale, per secoli, venivano onorati i genitori, mai sospettando che Principio non fosse d’accordo sul nome. Ed infatti non lo era.

- Io? A mio figlio, un nome così? Mai -!

Urlò ella con un volume di voce nei confronti del quale quello emesso durante le doglie del recente parto impallidiva.

Il povero neo padre rimase talmente frastornato che non seppe sul momento cosa fare.

Con la moglie sarebbe stato inutile insistere, col padre non poteva sfogarsi perché il poverino era morto anni addietro e non avrebbe potuto dire la sua. Con la madre, manco poteva. A stento quella santa donna si salutava con la moglie.

Passò la mano con la sua solita mansuetudine. Il figlio fu chiamato Romualdo, nome strano tratto dalla signora Scardapezza in Anatriello, da qualcuna delle sue rare letture di stampo epico - medievale.

Non successe nulla se si vuole tralasciare il particolare che la suocera, vedova inconsolabile dell’innocente Sossio Anatriello fu espedito, decise irrevocabilmente di togliere anche lo stentoreo saluto alla nuora la quale, naturalmente, non se ne adontò per niente.

Il tormento del povero Espedito divenne totale quando gli toccò di registrare quel suo tesoro, dal nome orribile, fra i nati della “sua” anagrafe, per giunta con il sorriso sulle labbra.

Romualdo cresceva a vista d’occhio, la prima parola che disse fu naturalmente mamma, la seconda fu cacca, Espedito deluso non aspettò la terza che, in ogni modo, non fu diretta a lui.

Compiuti i quattro anni dalla prima nascita, la sua signora reputò giunto il momento di regalargli una sorellina e, benché il marito, vista la supremazia incontrastata della consorte sulla prole, ne avrebbe fatto volentieri a meno, concepì.

Si potrebbe dire quasi senza la collaborazione del consorte che visse tutta la gravidanza con la paura di avere una femmina. Naturalmente dopo la solita corsa in un’altra terribile notte alla ricerca della levatrice, indaffarata con un altro parto, nacque la figlia.

Espedito cadde nell’angoscia più nera. questa volta non avrebbe saputo cosa dire alla mamma che, apertamente, lo accusava di non aver alcuna voce in capitolo nei parti della propria moglie e che, per questo motivo, non si era fatta viva al capezzale della puerpera, in attesa di come finisse la questione. Facendo, secondo il figlio, anche bene.

Era una storia ingarbugliata per cui le sue esigue forze erano chiaramente insufficienti. Ci voleva ben altro con quell’osso duro della moglie che la sorte gli aveva riservato.

Studia che ti studia, Espedito decise che era giunta l’ora di chiedere aiuto ad una forza esterna e possibilmente influente, meglio se “ecclesiastica”.

Pensò al parroco mai poi decise che questi era un “buono” e sicuramente la sua signora lo avrebbe fatto a pezzi. Gli parve magnifica l’idea di rivolgersi ad una cugina della moglie, suora delle Orsoline, del convento di Pescofiorito.

Sei fermate di treno a vapore in una sgangherata terza classe di quelle carrozze tipo Far West, l’odore pungente di due provole mature, una signora incinta seduta nello stesso scompartimento che per poco non sveniva per il profumo del formaggio, insieme alla confusione per tutte le bugie che aveva dovuto inventare con la moglie per varcare i confini del paese, furono una dura prova per lui che professava la religione della quiete, di cui era uno stretto osservante.

Come il Signore volle, nel parlatorio, spiegò a suora Pia, al secolo Concezione Di Martino, il suo tormento e la pregò di intercedere presso la moglie affinché almeno la figlia portasse il nome della madre che, con tanta pena e da vedova, lo aveva allevato senza fargli mancare nulla. La suora a mano a mano che veniva aggiornata torceva il muso.

Di fronte però alla pena evidente del marito di sua cugina, ben sapendo a ciò che si esponeva, promise di venire a fare visita alla puerpera la successiva domenica.

Riconoscente Espedito non si stancava di ringraziare ed indietreggiando nell’uscire dal portone del convento si dimenticò dei tre scalini, anzi scaloni. La conseguente rovinosa quanto goffa caduta ferì’, oltre a suo amor proprio la giacca, già abbastanza provata dalla tirchieria della moglie.

Uno dei gomiti lisi e lucidi si spappolò nell’impatto con le pietre del selciato.

Il buon Espedito per tutto il viaggio di ritorno non fece altro che pensare ad una scusa plausibile, ma non ne trovò.

 - Da solo non valgo una cicca... -

pensava avvilito; tutte le scuse per il viaggio dell’andata gliele aveva fabbricate don Nicola Percuoco, il custode del palazzo municipale, suo unico confidente accreditato.

Intanto nessuna parola, in merito alla figlia ed al nome che dovessero mettergli, aveva prudentemente scambiato con Principio. Egli faceva di tutto per accontentarla, le portò perfino una rosa, rubacchiata nel cortile della scuola.

Ottenne solo che la moglie, sospettosa per natura, si ponesse su una difensiva.

Stava costei nel letto per prescrizione della levatrice e sembrava proprio averne bisogno a causa del lungo travaglio, quando Espedito, con falsa meraviglia, le annunciò la visita della cugina.

Una potente molla scattò istantaneamente in casa Anatriello, la signora schizzò dal letto come se avesse subito una seduta di elettroshock. Le era tutto chiaro, le volevano forzarle la mano.

- Mai! - Esclamò,- tutti i nomi ma Concezione mai!

Non per la Madonna che godeva del suo rispetto assoluto ma quel nome le ricordava una schiera di persone invise. La suocera, la maestra di scuola che le dava bacchettate sulle mani, la moglie del tabacchino che in un giorno non lontano le aveva predetto che non si sarebbe sposata mai, la perpetua del parroco, acida bigotta, che si radeva la barba ed una spropositata serie di conoscenti, ognuna con un difetto grave.

Romualdo alle grida della mamma cominciò a frignare, la suora sbigottita ricordò subito con chi aveva da fare e maledisse il momento in cui aveva accettato l’incarico.

Espedito riuscì ad aprire solo la bocca nell’intento di far valere i suoi diritti di padre, di marito e di figlio unico, senza articolare un solo verbo.

In un deliquio, apparente e ben studiato, della sua signora, fu da questa accusato di frequentare la cantina dove beveva e giocava a carte. Infatti solo nella cantina, per colpa di qualche sgangherato tavolo, aveva potuto strapparsi il gomito della giacca nuova, rivoltatagli da don Ernesto il sarto l’anno prima.

La neonata fu chiamata Ermelinda e ci volle l’autorità tutta della signora Imbriani, maestra di scuola, per far capire alla madre che Durlindana, nome che voleva imporre alla figlia, significasse tutt’altra cosa.

Da quel momento il signor Espedito Anatriello abdicò per sempre al suo ruolo di capo famiglia anzi, nel registro degli stati di famiglia del suo ufficio, con una penna rossa, segnò un tratto sulla qualifica che riguardava la sua persona, impegnando le sue residue risorse solo nel lavoro dove , per unanime convinzione, era considerato molto più che in famiglia...

Così erano trascorsi quarant’anni. Se qualcuno avesse seguito i passi fatti dall’uomo per recarsi ogni giorno al municipio, ed avesse segnato le orme dei piedi  si sarebbe accorto che egli aveva calpestato il selciato nel medesimo posto per tutta la vita.

In sostanza di quaranta anni di lavoro ne aveva trascorsi venti sotto l’egemonia della mamma ed altrettanti sotto quella della moglie. Una cosa non si era mai spiegato: come mai sua madre non si era opposta al matrimonio. Ma già, quella quando doveva fare la unica cosa buona della vita, s’era persa l’occasione.

Domenica, 18 aprile 1986, Espedito Anatriello compie 60 anni. Il giorno prima lo hanno posto in quiescenza con la solita festicciola, il discorso del segretario, incaricato dal sindaco del commiato, un pasticcino velenoso ed il regalo naturalmente.

Il famoso orologio atto a misurare il tempo lungo e felice della pensione che, invece, avrebbe misurato un tempo forse lungo, ma certamente non felice.

La signora Anatriello aveva già da qualche tempo diffidato il marito a trovarsi una occupazione, anche gratuita, in modo tale che, almeno mezza giornata, stesse fuori dai piedi, ma il suo avvertimento non aveva avuto seguito.

E’ una mattina dal colore azzurro pallido, il sole è renitente e non ancora ha deciso cosa fare. Espedito poltrisce a letto non tanto per il piacere di poltrire, ma per evitare che la moglie, divenuta col tempo sempre più autoritaria ed acida, gli comandi di fare qualcosa pur di togliersi dalle scatole.

Pensa ai suoi figli, Romualdo di diciannove anni e Linda, meno male che la bambina, di quasi sedici anni, alcuni anni prima, aveva impedito alla madre di chiamarla con tutto il suo nome schifosissimo.

L’episodio che può essere considerato uno dei pochi piaceri della sterile vita del neo pensionato, merita un racconto.

In breve un giorno sua figlia, di ritorno dalla scuola, aveva promulgato: - Da oggi io mi chiamo Linda e se non mi chiamate così, non rispondo a nessuno. Decisamente, sembrava aver preso tutto da sua madre. Invero quest’ultima aveva fatto qualche obiezione ma la figlia decisa aveva aggiunto:

- Da domani non vado più a scuola se non vi adeguate!

- In quell’occasione la moglie si rivolse naturalmente a lui e, schizzando veleno disse: - tu consenti a tua figlia di prendere delle iniziative e di rispondere male anche a me?

Espedito, che non credeva alle sue orecchie, balbettando a più non posso, rispose che, forse, sarebbe stato meglio chiamare la portiera, donn’Assunta Pappalardo, per farle ascoltare pubblicamente, prendere nota e diffondere la notizia che Linda era diventata da quell’istante anche figlia sua.

Altrettanto velenosamente chiamò la figlia Linda anziché coll’orribile nome imposto alla ragazza, suo malgrado.

Assorto nel ricordo di quel momento, quasi non si accorge che la moglie si è avvicinata al lettone con in mano la solita tazzina domenicale dal noto tintinnio del cucchiaino.

 - Madonna santa – pensa il poverino: - quasi me ne ero dimenticato -.

 Apre poi lentamente le palpebre scoprendo due occhi fra i più lugubri di cui fosse stato capace in quaranta anni.

Quella del caffè è una vecchia storia. Durante la vita lavorativa, ogni mattina dei giorni feriali si alzava per primo e preparava il caffè per tutta la famiglia, lo preparava con estrema attenzione e, diciamo la verità, gli riusciva bene.

La Domenica invece, fin dai primi giorni di convivenza con la moglie, il caffè lo preparava Principio. Era un supplizio, proprio un triste risveglio, anche nella rara ipotesi che fosse stato buono, per lui faceva invariabilmente pietà, per l’orzo che  quella strega gli metteva dentro.

Espedito, nel suo letto di dolore, viene assalito da una terrificante quanto giustificata paura:

 - vuoi vedere che questa adesso pretende di farmi il caffè ogni mattina? - E come faccio?

Si interroga disperato non trovando risposta. Decide quindi che l’indomani si sarebbe alzato per tempo come se dovesse andare al lavoro, tanto per non creare equivoci.

Scende dal letto disgustato dalla terribile bevanda senza proferire parola. La sua faccia però è così eloquente che la moglie, la quale ha sempre supposto che il suo caffè non piaccia al consorte, lo guarda di traverso apostrofandolo acida:

 - se il mio caffè non ti piace, fattelo da te! 

Espedito senza neppure voltarsi risponde:

- appunto -, nel modo più caustico che gli riesce.

Decisamente è una giornata diversa, la prima della nuova situazione; pur se è Domenica risente già del successivo lunedì quando lui non sarebbe dovuto andare al lavoro.

Ha un senso di smarrimento, cosa avrebbe fatto domani? Come sarebbero passate le ore ? Egli sa di non conoscere nemmeno l’ombra di un passatempo, non sa fare nulla, solo i certificati e le altre scartoffie comunali.

Prende allora una decisione immediata ed irrevocabile.

Pone i piedi per terra  alla ricerca delle pantofole che, naturalmente, non stanno più al loro posto, Principio già ha spalancato la finestra e tolto tutto ciò che stava sul pavimento.

- Sono proprio uno sconfitto- pensa; in vent’anni di convivenza non ho mai trovato il coraggio di dirle che la domenica mattina avrei preferito poltrire un poco nel letto e che l’imp-rovvisa luce prodotta dal repentino spalancarsi delle imposte mi uccide.

Camminando sui talloni raggiunge la porta della camera e sparisce nella cucina dopo aver imboccate a volo le pantofole che oziavano nel corridoio. E’ diretto sul balcone per la solita annaffiata ai gerani. Ha appena riempito il piccolo innaffiatoio di plastica e si accinge a versare il suo contenuto, quando la voce querula di Principio rompe l’incantesimo :

- Come al solito hai buttato l’acqua in terra - !

- Ecco, ci siamo - pensa lui.

Veramente a quella ormai ventennale asserzione, provocata dal suo innaffiare i gerani, non aveva mai dato eccessivo conto, anzi non si era mai curato di accertare se veramente versava dell’acqua sul pavimento.

 - Ma da questa mattina  sarà diverso - si risponde soddisfatto.

 - Tutto da ora in poi sarà diverso - pensa prima un momento e poi ribatte un acido:

- ebbene, accompagnato da un gesto del braccio come a dire:

- lì c’è lo strofinaccio! - .

 Principio rimane interdetta, ha sentito bene. Guarda lungamente il marito con aria interrogativa pensando che probabilmente gli ha dato di volta il cervello.

Il marito invece sorride e la guarda col l’innaffiatoio nella mano incurante se l’affare colorato sta continuando il suo pianto sul pavimento.

- Si - conclude ella -, deve proprio avergli dato di volta il cervello -.

Ognuno dei due, a quel punto, tralascia per immedesimarsi nelle proprie faccende per un po’, egli ozia per la cucina per poi rinchiudersi nel bagno.

Percorre il corridoio con le suole delle pantofole ancora bagnate, lei lo tallona e starnazza a più non posso. In altri tempi egli avrebbe fatto un salto ad ogni grido; ma da quella mattina decide che, ad ogni lamentela futura, avrebbe risposto con un sorrisino fra l’ebete ed il noncurante.

E’ appena uscito dal bagno che la moglie lo interpella con la solita sicumera:

- cosa dici lo buttiamo questo pezzo di carta unto e bisunto con il suo lurido spago -? 

Espedito ha un tuffo al cuore. Era vero dalla mattina successiva non avrebbe avuto più bisogno della colazione che era abituato a consumare in modo frugale verso le dieci nel chiuso del suo ufficio.

Egli, si deve sapere, era solito da tempo immemorabile, avvolgere ogni mattina un pezzetto di pane con qualche companatico, a volte oleoso, sempre nella stessa carta e naturalmente legava il pacchettino con uno stesso pezzetto di spago. Ciò fino a quando la carta e lo spago reggevano.

Era per lui un rito che aveva termine al ritorno, allorché riportava la carta e lo spago riponendoli in cucina sempre al medesimo posto, pronti per servirsene il giorno dopo.

Espedito senza rispondere si avvicina alla moglie e gli toglie la carta, la considera un attimo assieme al suo spago e mestamente si avvicina alla pattumiera ove ripone il tutto con una delicatezza studiata e sofferta. Lei lo guarda come a studiarlo.

Il giorno festivo si inoltra tranquillamente in casa Anatriello. Espedito già pronto per andare in chiesa si trattiene pigramente seduto al tavolo da pranzo.

Sua moglie ha già chiamato i ragazzi che poltrivano oltre ogni  decenza manifestando, come al solito, uno scarsissimo interesse per gli affari giornalieri della famiglia e continua a sfaccendare recriminando contro Linda che, a suo dire, non l’aiuta abbastanza nelle faccende domestiche.

- Tua figlia  non mi sta mai a sentire e tu, naturalmente, non le dici nulla -! Sbottò improvvisamente.

Espedito alza lo sguardo e vede la figliola avanzare in cucina stropicciandosi gli occhi da poco aperti.

Insospettatamente con tono perentorio le dice:

- oggi è la festa di Santo Sossio, patrono del nostro paese: prima della Messa passa dalla casa della nonna per salutarla e ricordale che in questa giornata si festeggiava l’onomastico di tuo nonno, mio padre.

Un silenzio di tomba cade in casa Anatriello, Principio non crede alle proprie orecchie, il marito mai ha usato per il passato quel tono deciso, non si fa capace. Invero sta per intervenire, ma qualcosa trattiene le sue parole, rimane interdetta con la bocca aperta.

Nello stesso istante entra in cucina Romualdo, venti anni, meccanico di motociclette, da poco ha aperto alla periferia del paese, nella casa colonica del nonno una mezza officina.

Il padre lo guarda in tralice e gli dice: - bada che ho dato la mia parola al maresciallo dei carabinieri che tu non truccherai più ciclomotori - e la parola di Espedito Anatriello fu Sossio da oggi in poi va rispettata.

Romualdo cerca di barcamenarsi alla meno peggio ma promette, poi gli viene a mente una cosa che già da qualche giorno gli frulla nel cervello. - Pà’, nella vecchia casa ho trovato antichi documenti. Perché io non mi chiamo Sossio come il nonno? Tu ti chiami Espedito come il padre di tuo padre?

La domanda, diretta, semplice e ovvia fa cadere un silenzio sepolcrale, marito e moglie si guardano appena, ella, per prima, apre la bocca per parlare ma lui alza la mano con uno sguardo che non ammette repliche; un silenzio gravido di interrogativi pervade tutti.

La ragazza, a sua volta, incalza: - E’ vero anche io non porto il nome della nonna, perché?

- Ragazzi - esordisce il padre, - si è vero io e vostra madre abbiamo voluto interrompere una tradizione secolare senza motivo. Veramente abbiamo dato ascolto ad alcune ventate di modernismo non suffragate da nessuna necessità reale e non ci siamo nemmeno accorti di avere, col nostro comportamento egoista, arrecato dolore ai nostri genitori.

In sostanza voglio dire che ci siamo dimenticati che se noi due, io e vostra madre esistiamo ed abbiamo pertanto potuto donarvi la vita, è per merito dei “vecchi“.

Espedito si volge verso la moglie e per la prima volta durante la loro vita in comune vede il colore delle lacrime della consorte. Rimane in pensiero per un momento ed aggiunge: - da domani sono in pensione e con me sarà in pensione anche vostra madre che è casalinga. Saremo più buoni -.

- Andiamo adesso, altrimenti perdiamo la Messa e... ...ricordatevi sempre di quanto si è detto oggi, Domenica 18 aprile, in modo che quando sarà il vostro turno, possiate non fare errori -.Si avvicina alla moglie e ponendole un braccio sulla spalla conclude: - A noi due non ce lo aveva detto mai nessuno.


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