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Anno XIII - NN° 163/164 - Novembre/Dicembre 2015

 

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Ironia e Maieutica: Dialoghi tra un Poeta e un Pescatore di Gaetano G. Perlongo e Beppe Cartello
di Salvo Vitale




Il dialogo, è lo strumento indispensabile di costruzione del pensiero, l'incontro tra voci, culture, modi di pensare diversi in un'interazione che diventa contaminazione e ri-creazione, metamorfosi del logico in dia-logico, dove il dia è "attraverso", il ponte che unisce Weltanshauung diverse. Ho incontrato me stesso attraverso alcuni dialoghi, dal Fedro di Platone, ai mirabili dialoghi delle "Operette morali" di Leopardi, ai "Dialoghi con Leucò" di Pavese. C'è dialogo persino nell'ultimo Nobel per la pace attribuito al "Tunisian national dialogue quartet". Secondo Michael Bachtin il dialogo è la tradizione della letteratura europea è caratterizzata dal "dominio del dialogismo cioè dell'intreccio continuo tra più voci, fra tracce di discorsi differenti, nessuno dei quali viene a imporsi in maniera assoluta e definitiva".

I dialoghi fra Tano e Beppe, il poeta e il pescatore, richiamano inevitabilmente, per il luogo e per la tecnica con sui si snodano, i dialoghi tra Danilo Dolci e tanta gente comune. In quel caso Dolci nasconde se stesso e lascia parlare il suo interlocutore, affascinato dalla scoperta di un mondo antropologicamente dal suo. Nel nostro caso Tano si rapporta apparentemente alla pari, cercando di scoprire le analogie tra la complessità del suo mondo culturale e la semplicità del mondo di Beppe, il quale, con poche e precise considerazioni, traccia la base primordiale, le strutture logiche originali su cui si dipana il graffito rudimentale del suo pensiero.


I dialoghi non nascondono una trama logica nè offrono prospettive di conclusioni rispetto a temi in cui ci si dibatte da secoli, sono spunti, chiazze, spruzzi di colore e di comune meditazione in una dimensione d'infinito in cui scompare, si annulla, si diluisce ogni traccia, anche quella di complesse conoscenze scientifiche che non risolvono il problema dell'apparire e dell'essere. Il senso del lavoro di Tano Perlongo è tutto in una sua frase: "un oggetto nel suo essere, non è distribuito uniformemente fra gli elementi che lo compongono, ma sussiste un peso differenziato che fa sì che una parte abbia maggiore dignità delle altre, anche se le parti una volta separate, rimarranno per sempre ed intimamente legate tra loro. Cioè in altri termini, quello che accade a uno di loro continua ad influenzare l’altro, anche se distanti molti chilometri. Almeno questo è quello che sopravviene costantemente nell'infinitamente piccolo, ma ho buone ragioni per teorizzare che la stessa cosa si manifesta in tono minore in scala macroscopica".

In un intreccio di rapporti non solo cognitivi, ma personali, Tano e Beppe si ritrovano a vivere la stessa difficoltà avvertita da Giordano Bruno quattro secoli prima nel suo dialogo "La cena delle ceneri": "Se gli dei si fossero degnati di insegnarci la teorica delle cose della natura, come ne han fatto favore di proporci la pratica di cose morali, io più tosto mi accosterei alla fede de le loro rivelazioni, che muovermi punto della certezza de mie raggioni e proprii sentimenti".

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