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Francesco De Napoli, "Per una cultura del libro", Saggio. Edizioni Eva, Venafro, 2003, p. 52.
di Rossella Villa

L'accorata ricerca di Francesco De Napoli prende l'avvio da una approfondita panoramica sulle subdole suggestioni del carrozzone mediatico:
"Per ben mirate velleità di carattere politico-demagogico, buona parte della classe egemone - l'eternamente accorta razza padrona - ha da tempo individuato nei mass-media il nodo cruciale d'ogni altra questione, anche in ambito culturale. Nelle alte sfere del potere mediatico si è giunti da tempo alla conclusione che sia determinante limitarsi a "curare" (leggi "controllare") i mutevoli ed imprevedibili rapporti di "immagine" con i mezzi d'informazione, dal momento che questi potentissimi mezzi di diffusione e propaganda rappresentano non soltanto il veicolo decisivo di trasmissione dell'informazione ma, a ben vedere, personificano e incarnano totalmente - agli occhi dello sprovveduto uomo della strada - la stessa sostanza, il midollo supremo del prodotto pseudo-culturale".

L'autore passa quindi ad analizzare, con estremo acume e spirito di osservazione, i comportamenti del cittadino medio di fronte al problema della cultura:
"Incontro quotidianamente per strada, nei negozi o al bar questi simpatici zuzzurelloni, che sanno della mia attività letteraria per aver spulciato qualche articolo che mi riguarda sui quotidiani locali (non certo per aver letto i miei libri). Ma l'uomo della strada, che ama il pettegolezzo, sa pure che la stampa locale conta poco: per lui è importante solo la RAI o Mediaset (si ignora il ruolo delle riviste letterarie specialistiche)".
De Napoli quindi si chiede, trafelato e perplesso:
"Si può parlare di società evoluta se mancano del tutto l'amore e la cura per ciò che dello scibile - il libro - dovrebbe essere non un semplice accessorio o un'appendice, ma l'esempio luminoso da imitare e il fine sublime da perseguire?"
Egli ipotizza, pertanto, un futuro meno doloroso e più roseo per gli incompresi studiosi che dedicano l'esistenza alle "sudate carte" di leopardiana memoria:
"L'unico vero salto di qualità nei deteriorati rapporti fra scrittori e pubblico, ovvero fra istituzioni culturali (biblioteche, librerie, case editrici) da un lato e frequentatori-lettori-clienti dall'altro, si avrà il giorno in cui il lettore medio, lungi dallo sfogliare con insofferenza le pagine d'un libro, si sforzerà di compenetrarsi nel lavoro medesimo dello scrittore. In quell'istante, il seme gettato produrrà il suo frutto: un sentimento di infinita comprensione".
Lo scrittore cassinate conclude che esiste, purtroppo, una diffusa mala fede, che ha fatto degenerare il concetto originario di cultura e di sapere, oggi asservito al consumismo più sfrenato: "La metafora di un eden terrestre maudit, ove è il sapere il frutto proibito, ha preso piede nell'immaginario collettivo per via dello smisurato dilatarsi di potenzialità informatiche e tecnologiche che - come tentacoli - aprono improvvisi spiragli di conoscenza senza riuscire a soddisfarne alcuno. All'immagine serena e pacata della biblioteca tradizionale ne è stata sostituita un'altra: quella, tutta intellettualistica e per lo più fittizia, della Biblioteca di Babele creata da quell'aristocratico del pensiero che fu J. L. Borges. La Biblioteca ideale frutto del genio dell'autore di "Finzioni" sembrerebbe esistere ab aeterno, tanto totale e perfetta quanto allucinante e diabolica. Un leitmotiv che viene continuamente evocato - oppure semplicemente sottinteso - dai media ogniqualvolta si fa riferimento alle complesse vicende dell'universo culturale."
Pertanto le biblioteche, specie quelle pubbliche, non sarebbero altro che infernali labirinti, cunicoli o meandri da evitare ad ogni costo, pieni di polvere e di ragnatele: il libro, di conseguenza, andrebbe concepito, nella migliore delle ipotesi, come un qualsiasi oggetto "usa e getta", privo di una memoria storica individuale e collettiva: oggi basterebbe il cervellone informatico per ogni eventuale esigenza.

Appassionato e lucidissimo, il documentato lavoro di Francesco De Napoli mette a fuoco aspetti della questione da altri sfiorati, ma quasi mai sviscerati a dovere: Il libro possiede un'anima, testimonia nel tempo l'umanità delle civiltà e la sensibilità delle genti.

 


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