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La peste bianca
di Santi Valenti
l'Autore Libri Firenze

CAPITOLO I - Una certa sonnolenza

Il 19 ottobre del 19... accadde a Calavera, capoluogo della nostra provincia, un evento a dir poco insignificante, se non fosse per certi aspetti che lo rendevano a suo modo singolare: Berengario Stupidigi di Carliseppe, detto Bebè, di anni 52, nobile decaduto e - come tale - dignitario stipendiato presso la maggiore banca cittadina, si appisolò puntualmente alle 9.40 sulla scrivania del suo ufficio; e quando, all'ora del pranzo, il solito usciere fece per svegliarlo, si accorse con stupore, ma non senza qualche rammarico, che il dormiente in realtà era morto.
Per quanto reduce da una vita non troppo logorante, tuttavia il povero Bebè attraversava un'età a rischio cardiaco: questo indusse i soccorritori, primo fra tutti il medico del rione, a sospettare il solito disastro delle coronarie. Ma poiché la diagnosi non riusciva delle più lampanti, l'autorità giudiziaria, ad ogni buon conto, sollecitò una diligente autopsia, da condursi presso l'Istituto di Medicina Legale della nostra Università.
La mesta ricognizione ebbe luogo l'indomani all'alba in un grazioso istituto fra le magnolie, di fronte alla palpitante marina di Calavera e sotto l'occhio severo dei paladini della legge; senonché, fra l'incredulità degli stessi esperti, l'esame diede esito negativo su tutto il fronte.
Il fatto non poté - e a buon diritto - non insospettire la sopradetta autorità, la quale, senza por tempo in mezzo, ordinò di approfondire e raffinare gli accertamenti.
In primo luogo si pose mano alle prove tossicologiche, ma la sostanza più inconsueta rivelata dalle analisi fu una varietà di caviale del Volga, in vendita presso i pizzicagnoli dei quartieri alti. Fu praticata allora l'esplorazione dell'encefalo, e qui gli esperti non ebbero esitazioni a dichiarare che la minuta massa cerebrale risultava del tutto indenne; oltre che - ovviamente - riposatissima.

In ultimo, alla disperata, si affrontò una poderosa retrospezione, risalendo su per i secoli in cerca di tutti i casi di morte precoce e repentina nella dinastia dei Carliseppe. Ma tutto ciò che se ne poté cavare fu un'ulteriore delusione, non senza una punta di scandalo. Risultò infatti che, fra gli antenati di Bebè, uno solo - da sempre celebrato come eroe delle Crociate - era venuto a morte sì prematura, ma non altrettanto rapida: era stato infatti impalato dai Turchi, nel 1529, durante uno sventato déjeuner sur l'herbe nei dintorni di Vienna. A scoprirlo fu un oriundo di quelle lontane regioni, certo Alvise Tantin: elemento di puro disturbo, di cui diremo nel séguito. Tutte le risultanze, insomma, riportarono l'indagine al punto di partenza: come dire a niente di niente.
Fu così che, per quanto stupefatto, il professor Ademaro Gullo Da Lima, primario notomista e discendente dell'omonima Santa Rosa, si vide costretto a decretare in camera caritatis, vale a dire a quattr'occhi con gli inquirenti, che - ahimè - doveva essersi trattato di un rarissimo caso di catalessi. E che il povero Stupidigi di Carliseppe era stato ucciso, sì, ma proprio dall'autopsia del suo presunto cadavere.

Intanto era sopraggiunta imprevista una lacrimosa parentesi autunnale; e, forse anche per la malinconia di quelle giornate plumbee, non pochi fra i periti settori della nostra Università caddero in preda a violente crisi depressive. Tanto che alcuni di essi, mai più ristabilitisi, chiesero ed ottennero il trasferimento ad altri incarichi, privilegiando le discipline più lontane dalla medicina: uno optò addirittura per l'assistentato di Mistica Medievale.
E bene o male la storia si chiuse con un'archiviazione suggellata dalla formula: "morte per cause naturali". La quale, a ben pensarci, non violava né la scienza né il diritto: giacché nessuno, più della natura, è responsabile della morte di chicchessia.
Quanto allo strazio dei familiari, esso fu in buonissima parte lenito dal riconoscimento dell'errepipì con effecucù: in acronimo R.P.P. con F.Cu.Q., in tutte lettere Regime Pensionistico di Prima (prima classe, si intendeva) con Fronde Curiali di Quercia; trattamento previsto "per il decesso di alti dirigenti nell'esercizio delle proprie funzioni". E di Berengario Stupidigi di Carliseppe, detto Bebè, parve a tutti che non si sarebbe più parlato, se non in un paragrafetto dell'almanacco Gotha e, caso mai, nelle future commemorazioni dei defunti.
Al termine della piovigginosa mattinata in cui il povero Bebè veniva affidato al grembo della terra, e solo a poche miglia dal suo cippo, (precisamente a Piana dei Traci, gelida e luminosa cittadina sui valichi della conca di Calavera) si verificò un incidente che presentava, per chi ne fosse stato a conoscenza, strane analogie con quello registrato qualche giorno prima nel nostro capoluogo. Assai serenamente e senza palesi ragioni cliniche si spense, sullo sgabello di una mescita, il minatore ventottenne Angiolo Figueroa, sindacalista e nativo appunto di quella cittadina del nostro distretto carbonifero che si stende ai piedi del castello di Ibn-Sharaf.
Questo Figueroa era - è vero - un intrepido bevitore; sicché, quando fu rinvenuto esanime e felice al banco della sua mescita prediletta, tutti i presenti crollarono il capo e sentenziarono che l'alcol sarebbe stato la rovina della gioventù pianotracia. Ma il Sindacato dei Minatori, auspicando nel decesso le cause professionali, pretese una scrupolosa perizia necroscopica, da condursi in loco, alla presenza di un medico di fiducia della presunta parte lesa. E così la salma del povero Angiolo - o il povero Angiolo?... - subì l'autopsia. La quale fornì anche stavolta gli esiti più deludenti: il defunto rivelava un cuore d'acciaio, polmoni limpidi come ruscelli di montagna e un encefalo - alcol permettendo - in ammirevole stato di conservazione. Insomma, se non fosse che era morto, lo si sarebbe detto idoneo alla milizia nel Corpo degli Alpini.

In più, a maggiore scorno del Sindacato (giacché tutto era avvenuto in grazia del suo patrocinio), all'incidente non furono riconosciute le cause di lavoro, e nulla toccò ai parenti. O meglio, al parente; poiché l'unico in vita era uno zio materno, ottantaquattrenne titolare di una piccola fabbrica d'acquavite e in rotta col nipote dal giorno in cui lo aveva sorpreso adolescente a consumare in proprio i distillati della ditta.
E anche di Angiolo Figueroa parve che non si sarebbe più parlato, se non per ricordarlo, alla taverna, nelle sere di gennaio; quando, invisibili come i fantasmi saraceni, le grandi gelate calano dalla giogaia per vetrificarsi sugli spalti del castello di Ibn-Sharaf.

All'indomani delle esequie di Angiolo Figueroa, svoltesi in uno sfacciato pomeriggio di sole fra le brughiere del distretto carbonifero, il capo di gabinetto del municipio di Calavera, Guidone Masquattro, abbronzato quarantacinquenne progressista e - a quanto pare - tombeur de femmes, rendeva lo spirito entro una graziosa mansarda, nei paraggi della basilica di Santa Monica di Tagaste. I funzionari della Polizia Ferroviaria, chiamati proprio in quanto il quartiere non cadeva sotto la loro giurisdizione, lo trovarono all'alba - placidamente addormentato per sempre - nel letto girevole della paffuta redattrice d'un nostro quotidiano, tale Virginia Corbero, oriunda di una sartoria dei quartieri alti e appassionata, appunto, di letti girevoli. Di lei non sappiamo fornire altre referenze.
Prese il via la solita trafila, con in più tutto l'intrico di precauzioni diplomatiche fra cui la spiacevole faccenda dovette dipanarsi: autopsia e super-autopsia, analisi e contro-analisi, perizie e maxi-perizie. Insomma, l'ormai consueta ridda d'indagini, tanto affannose quanto inconcludenti. Alla fine, infatti, affranta e stremata, la compagine degli inquirenti si ritrovò ancora una volta con un pugno di mosche: si sarebbe detto che il funzionario del municipio fosse morto sotto i ferri del loro zelo, poiché il suo cadavere abbronzato sembrava (forse anche per effetto dei successivi squartamenti) scoppiare di salute. Persino l'insinuante Monaldo Demastri, unico conservatore fra i giornalisti di Calavera e quindi contraltare maschile della soffice Virginia, una volta tanto fu seccamente smentito dai fatti; poiché si poté scientificamente provare che il capo di gabinetto, almeno per quella notte, in quell'astrolabio di letto ci aveva solo dormito. Ovvero, ci aveva dormito da solo.
In questo caso però, data la risonanza pubblica del contrattempo occorso al Masquattro, chiudere l'inchiesta con un requiescat sarebbe suonato oltraggioso per le tradizioni democratiche calaveriane, oltre che per il popolo dell'intera provincia, incline a vedere nel prospero trapassato uno dei probiviri della nostra municipalità. Per non parlare del bailamme che vi avrebbe orchestrato l'opposizione, o meglio - come si preferiva dire da noi - la pseudo-opposizione. E gli strascichi - penosissimi in verità - non si fecero attendere: basti il fatto che diversi esponenti del nostro Ateneo avevano preso a circolare per i viali cittadini con in testa il berretto frigio e che solo per un miracolo si riuscì a scongiurare l'occupazione dell'Azienda del Gas. Alla qual cosa, per strano che appaia, contribuì validamente proprio la pseudo-opposizione; ma solo più in là si potrà capire il nesso fra le due cose.
Tuttavia, poiché il lettore avveduto saprà figurarsi da sé anche le più piccole spume di una simile mareggiata, e poiché, soprattutto, questi aspetti della vicenda nulla aggiungerebbero alla sostanza, noi non vi indugeremo oltre. Tanto più che, sia pure con estenuante lentezza, la risacca dello scandalo andò via via smorzandosi contro gli argini dell'oblio, finché, quando piacque al Cielo, si placò del tutto.
E anche dell'affaire Masquattro ci si illuse che nessuno avrebbe più parlato; eccettuato, forse, il solito Monaldo Demastri. Che in realtà lo fece quando si trattò di rintuzzare (sono le sue parole) "il moralismo giacobino, come sempre più propenso all'indignazione che disponibile alla memoria".
Uno dei tratti più costruttivi dell'intelligenza umana è senza dubbio il potere d'astrazione. Una rondine non fa primavera, - si dice - ma cento rondini inducono a qualche perplessità; diecimila persuaderebbero chiunque a levarsi il cappotto. Nel nostro caso, appunto, le rondini andarono aumentando a vista d'occhio, e di giorno in giorno, nelle varie parti della provincia. Finché giunsero a moltiplicarsi con tale vertiginosa rapidità che noi qui potremo appena riferire, e solo per sommi capi, di qualche altra morte celebre e sibillina: ci restringeremo perciò ai primi fra gli innumerevoli (e perciò meno celebri, ma non meno misteriosi) decessi che ebbero a registrarsi in quello scorcio d'autunno del 19...
Il 14 novembre, ad esempio, fu strappato all'Ordine degli Ingegneri il compagno Baruch Iannicola, delegato della pseudo-opposizione agli affari edilizi; egli fu còlto da invincibile sonnolenza nel bel mezzo di una sua violenta invettiva contro gli urbanisti moderati, responsabili del piano regolatore di Calavera. Il 17 dello stesso mese, nel ridotto della Camera di Commercio, si spense il gioielliere Samuele Bolgheri, intorpidito da non si sa che cosa durante l'occhiuta ma pacata contrattazione di una partita di pietre grezze.
Il 20 si sigillarono per l'eternità sia gli occhi lievemente semichiusi del dottor Giovannone Bisela, a soli quarantatré anni promettente candidato al diploma di Philosophiae Doctor, sia quelli normalmente autonomi della biondissima parvenue Viola Magliari nata La Viola, oriunda del distretto di Regalmonte e studiosa di occultismo geometrico, nonché seconda figlia del nostro campione provinciale di quiz radiofonici: il Bisela si assopì su di uno scranno dell'Accademia, giusto mentre un suo collega esponeva i propri risultati nella Teoria della Radiazione; la Magliari addirittura s'accasciò sul suo banco di alchimista, mandando in frantumi le beute, le provette e gli alambicchi con i quali si disponeva a confutare il postulato delle parallele. Inutile aggiungere che la sola circostanza che accomunasse queste morti - e tutte quelle che similmente funestavano il circondario di Calavera - era l'ostinata inadeguatezza di qualunque diagnosi a darne ragione. Così, quando finalmente i casi si fecero tanto numerosi da non potercisi più illudere di non averli notati, scattò quel costruttivo tratto dell'intelligenza umana che va appunto sotto il nome di potere d'astrazione. E a poco a poco, sul finire di novembre, il nostro cosiddetto consorzio civile cominciò a domandarsi:
- E se fosse un'epidemia?
I cronisti dell'epoca - e noi fra questi - osservarono con pleonasmo quasi unanime che in quel dubbio, all'apparenza tutto scientifico, si sentiva ogni giorno di più serpeggiare la paura. Solo i più acuti argomentarono che non proprio di paura si trattava, quanto piuttosto "del riemergere inconfessato di un antico disagio dell'inconscio; di quel vasto smarrimento che sempre si accompagna al primo manifestarsi di una grande calamità, che sia essa individuale o peggio ancora collettiva". Definizione che ci pare tanto più profonda e sottile quanto meno agevole ci riesce di distinguerla da quella ordinaria della paura.
Certo, nulla se non l'origine pura e semplice del termine "epidemia", ben altrimenti sinistro, poteva giustificarne l'adozione. Qui, infatti, non solo mancava quel luttuoso marchio del contagio che di norma contrassegna simili eventi, ma addirittura non si capiva la cagione organica dei decessi. Tuttavia, in un delirio di rigore logico, si tendeva a ravvisare proprio nella completa assenza di segnali morbosi la ragione occulta di tutte quelle morti. Insomma, s'imputavano gli effetti alla comune causa di una totale mancanza di cause, accreditando così, con uno stolto paradosso, l'idea tremenda della pestilenza.
Per fortuna non erano pochi - e anzi dapprima costituirono la maggioranza - quei cittadini che, ancorandosi alla ragione positiva, sostenevano che dovesse trattarsi d'un batterio, d'un parassita, d'un virus... insomma, di un malefico ma tuttora ignoto agente biologico; e persino tratteggiavano l'immagine di quell'oscuro aggregato di molecole, capace di produrre la sonnolenza e poi la morte senza che i dispositivi dell'indagine medica riuscissero ad accertarne, se non la presenza, quanto meno i guasti arrecati all'organismo umano.
Quanto al sollievo che quest'encomiabile sforzo di razionalità poté arrecare alla popolazione, ormai vacillante sul baratro dell'angoscia, non disponiamo di dati precisi. Resti comunque traccia di una tale condotta, degna quanto meno di una pensosa memoria; resti notizia di quel tentativo civile e responsabile che tanti uomini coscienti misero in atto quotidianamente per arginare, se non poterono prevenirle, le manifestazioni del panico più inconsulto; per non dire della più fanatica superstizione.
Tentativo, s'è detto. Ché tale, purtroppo, esso rimase per quasi tutta la durata di quella che anche a noi ormai verrà fatto di chiamare "l'epidemia"; o più sovente, ricorrendo a un'espressione che ben presto il gergo giornalistico avrebbe diffuso in tutta la provincia, "la peste bianca".
Questo è appunto il resoconto, redatto con tutta l'obiettività possibile (o almeno senza consapevoli pregiudizi), del passaggio della peste bianca in quell'esigua parte del mondo in cui chi scrive ebbe - e tuttora ha - la ventura di vivere. Passaggio funebre e terribile, che tribolò la provincia di Calavera per un intero, lunghissimo anno. Ma per quanto inaudito possa sembrare, questa è anche la testimonianza dei sette anni di assoluta serenità che sono trascorsi dalla fine del flagello, e che ancor oggi seguitano a scorrere. E niente, finora, lascia presagire che anche la più diafana delle nubi verrà mai ad addensarsi sul nostro odierno, felicissimo orizzonte: ci appare... sì, ci appare quasi fiabesco che una congiuntura altrettanto terribile possa un giorno riconsegnare noi tutti alle angustie d'un affanno così atroce e straordinario. Ma neanche ai malumori di quello quotidiano, che pure aveva puntualmente afflitto - non meno di qualunque altra - la provincia di Calavera sino all'avvento della peste bianca...
Ma che dire di questa nostra provincia?
Come già abbiamo visto, essa fa capo a una città mediterranea dallo strano nome di Calavera: un nome che all'erudito di etimologie potrebbe suonare non meno ellenico che castigliano. È una città non troppo vicina, ma neppure lontanissima, dal volubile baricentro delle ferite d'Europa. E tuttavia è una città dotata di un suo proprio e distinto baricentro; che non per questo - siamone certi - riuscirà meno dolente e mutevole.
All'inizio, infatti, noi l'abbiamo visto annidarsi su quella fatidica scrivania su cui, il 19 ottobre del 19..., si abbandonò per sempre il bancario honoris causa Berengario Stupidigi di Carliseppe, detto Bebè. Dopo di che, quel baricentro ha ripreso a scorrazzare. E continuerà senza dubbio a farlo, anche se noi cercheremo in tutti i modi di non perderlo di vista. Ma dove potrà condurci? Noi non arrischiamo profezie, anche se sembra ragionevole sospettare che finirà per trascinarci là dove sempre conducono i baricentri. È per questo che la nostra cronaca può imperniarsi, senza troppo soffrirne, sulle vicissitudini di una piccola comunità. Piccola, certo, se commisurata alle dimensioni del disastro; ma grande abbastanza per racchiudere in sé - come le bianche mura di più fastose città della costa - tutto il male e tutto il bene che s'intrecciano sulla Terra.
Se due tali categorie corrispondano a qualcosa di più solido d'un semplice modo di dire, è questione assai dibattuta, ma non per questo meno controversa; e non saremo certo noi ad avventurarci nei suoi meandri. Ciò che al contrario resta fuori discussione è la realissima, tragica esistenza della città di Calavera: arena risibile - è vero - se raffrontata all'astronomia delle umane catastrofi, ma tetra assai più di quanto occorra per accogliere in se stessa - come le grigie mura di altre e più solenni città dell'altipiano - le assurdità del vivere e gli enigmi del morire.

Santi Valenti, La peste bianca, 142 pagg. In copertina: Pieter Bruegel il Vecchio, Il Trionfo della Morte, partic -
l'Autore Libri Firenze.

 


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