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In difesa dei negozianti di giocattoli
di Santi Valenti
Novecento ed.



Un racconto tratto da questo volume

RICORDI DI GALIZIA

 

 

Alla fine, Stephen Albert mi disse: “In un indovinello sulla scacchiera, qual è l’unica parola proibita?”. Riflettei un attimo e risposi: “La parola scacchiera”.

 

J. L. BORGES, Il giardino dei sentieri che si biforcano

 

Conobbi il signor Tortor al termine di una delle sue più celebri esecuzioni, tenutasi davanti a un pubblico di circa duemila spettatori. Elegante, ma non per questo meno austero, usciva da una porta di servizio di quell’edificio solenne in cui, qualche ora prima, era entrato per l’ingresso d’onore. Era avvolto nel suo mantello di raso nerissimo, e calzava guanti e scarpe della stessa tinta. Un’automobile lo aspettava poco distante.

- Sarebbe troppo chiederle un passaggio? - gli domandai sfacciatamente, benché non sperassi che l’improntitudine mi avrebbe premiato. Il signor Tortor, invece, storse appena le labbra per farmi intendere che sorrideva e accennò con garbo al veicolo in sosta.

- Non disdegno dar passaggio a sconosciuti - mi spiegò poco dopo, mentre poggiavo il piede sul predellino cromato. Indeciso se fingere di aver còlto una sottile allusione o semplicemente replicare a una formula di circostanza, alla fine optai per un banalissimo convenevole.

Egli innescò l’avviamento e l’automobile scura si mosse, acquistando velocità quasi insensibilmente. Qualche minuto più tardi ci trovavamo in aperta campagna.

Si sarebbe detto che il signor Tortor fosse al corrente della mia destinazione, dal che dedussi che doveva conoscermi, se non altro per ragioni di vicinato; così mi disposi a godermi la passeggiata per quel verdeggiante e luminoso tratto della nostra provincia, la quale - come si sa - è rinomata per la dolcezza del clima e per l’elevata civiltà, passata e presente, della sua popolazione.

Il signor Tortor guidava con decisa disinvoltura, pur senza mai derogare alle più minuziose norme di sicurezza: sembrava fare ogni cosa con la perizia e la cura per cui ormai erano divenute proverbiali le sue esecuzioni. Non potei astenermi dal rivolgergli un complimento.

- Per l’esecuzione o per la guida? - mi domandò lui con una prontezza che mi parve ironica.

- Be’, per entrambe - risposi grigiamente. Tuttavia egli mostrò di gradire l’elogio e si sforzò di reprimere un ingenuo entusiasmo. Storse persino le labbra, segnalandomi per la seconda volta la sua intenzione di sorridere.

 

La mattinata era gioiosa. L’automobile filava frusciando in un pulviscolo dorato, soffuso nel tepore dell’aria con mille leggeri profumi. Grandi biche di fieno si inseguivano fra le casette dai tetti di coccio e le chiome evanescenti degli alberi erano intrise di ragnatele di brina.

- La vita celebra se stessa - commentò il mio compagno. - Non le viene in mente un famoso brano musicale?

In una rassegna vorticosa esumai le Storielle del bosco viennese, alcuni movimenti della Pastorale, l’ouverture del Peer Gynt e la sinfonia del Guglielmo Tell; ma subito riseppellii il tutto, avendo il pudore di non esibire quel banalissimo repertorio. Il signor Tortor, accortosi delle mie mute peripezie, nondimeno finse di non averle notate e gordianamente esclamò, col massimo calore di cui pareva capace:

- Das Lied von der Erde, non è d’accordo?

Poi, avendo intuìto benissimo che non conoscevo quella composizione, me ne parlò deliziosamente, ma sempre col tono di chi cerca consenso alle proprie impressioni e senza mai abbandonarsi al sussiego del professionista. Confesso che gliene fui molto grato.

Intanto avevamo già percorso il primo agevole tratto di circa sei chilometri, sicché svoltammo per l’ampio sentiero che correva sulla destra, al riparo di una doppia teoria di faggi. Qua e là fra le chiome, le minuscole infiorescenze cedevano al velluto dei primi frutti: una tempesta di piccoli, ispidi pompon faceva vibrare quel verde profondo, che così, da cupo, si faceva soltanto austero, come l’eleganza del signor Tortor.

Oltrepassammo il cancelletto della mia casa e un centinaio di metri più avanti la grossa automobile nera varcò sobbalzando il confine della proprietà del mio ospite.

- Lei non voleva che la lasciassi a casa sua, non è vero? - domandò il signor Tortor mentre solcavamo lentamente il parco; e confermato dal mio tacito imbarazzo, soggiunse: - D’ac­cordo, le spiegherò ogni cosa. Ne sento il bisogno, di tanto in tanto, benché non abbia mai dubitato di essere nel giusto... Ma ecco, siamo arrivati.

 

Smontando, percepii una lieve zaffata di benzina mescolarsi al generale caos di aromi vegetali che pregnava all’intorno. Ma subito il movimento dell’aria dissolse l’odore intruso, infondendomi un senso di riscatto alla vita, la quale riprendeva il controllo della situazione. O il giubileo di se stessa, come aveva detto il mio ospite.

- La prego... - s’introdusse discretamente la sua voce. Volta­tomi, lo vidi sulla soglia della villa che m’invitava con gentilezza ad entrare. Lo precedetti e mi trovai in una vastissima sala di soggiorno, per metà reliquiario e per metà biblioteca, dove i più disparati strumenti musicali erano disposti in giro con un’armo­niosa cadenza.

Inerte presso il camino stava un carillon di campane, e al di sopra del camino stesso una grande fotografia in bianco e nero, sviluppata con premeditata rozzezza e impressa su grana ruvida, in urto notevole con la misurata preziosità dell’intero ambiente: ne risultava un brutale contrappunto, una caricatura - starei per dire - delle dissonanze selvagge che lacerano certe composizioni di Stravinskij; sempre che io non dica un’eresia.

La foto rappresentava una desolata porzione di pianura dal perimetro più o meno trapezoidale, scandito da una duplice successione di pali scuri e sottili: ai quattro vertici, disegualmente ridimensionate dalla prospettiva, si ergevano quattro scheletriche costruzioni in forma di torrette terminate a capanna, assai simili a quegli osservatorî antincendio che si scorgono in mezzo ai boschi nelle regioni temperate. Dentro il recinto si intravedevano diversi edifici bassi, grigiastri come i barlumi del cielo sporco, simili agli hangar d’un aeroporto militare, ma abbastanza più piccoli. Ciò che soprattutto colpiva era l’assenza di qualunque essere vivente, come in una fabbrica abbandonata da gran tempo o in un campo di cercatori di petrolio sopravvissuto all’esaurimento dei pozzi. Una strada bianca e polverosa correva parallelamente al lato in primo piano dell’irregolare perimetro.

- Le piace lo slivowitz? - mi domandò il signor Tortor, e accennava ad una bottiglia di cristallo dalle sfaccettature viola per i riflessi dell’etichetta. Dissi che mi piaceva, e così, seduti dietro una vetrata - un caleidoscopio al di là del quale respirava la solitudine del parco - lentamente cominciammo a bere.

Fuori, la mattinata andava esaltandosi verso un meriggio abbagliante.

 

- Sarebbe facile - iniziò a dire il signor Tortor - ricordare che le nostre ragioni (di noi uomini, intendo) sgorgano da fonti sot­terranee, da sorgenti così profonde che noi stessi temiamo di accedervi. Sarebbe anche giusto forse, oltre che facile. Ma è u­na risposta che non dà soluzioni. Restiamo allora al razionale e vediamo di capire su questo schema (arbitrario, lo ammetto) perché io abbia scelto di fare quel che faccio. Mi occorre un punto di partenza, vediamo.

Rimase alquanto sopra pensiero, poi continuò:

- Ebbene, ho visto che lei osservava con interesse quella fotografia. Certamente avrà capito di che si tratta, e questo mi procura un vago sollievo, giacché mi dispensa dal dipingerle certe nefandezze che l’oltraggio della vita impone di esecrare. E d’altronde, l’equivoca merceria del cinematografo ha insignito di bastevole notorietà la turpitudine di quelle immagini.

Si alzò, si accostò alla fotografia e mi indicò un’angusta finestrina sull’angolo di uno degli edifici più bassi:

- Vede, - soggiunse - qui, esattamente qui è nata la mia vocazione. Allora mi chiamavo Amos Aronovicz, avevo ventisei anni e già sonavo discretamente il violino. A rigor di termini non si può dunque negare che l’ufficio di esecutore delle altrui partiture si fosse già proposto con qualche privilegio alla mia considerazione... Ah, sicché lei non sapeva che Tortor fosse un nom de plume? Strano, davvero molto strano... - e sollevò appena la destra, ripetendo una movenza di sportivo che in lui dava l’impressione di chissà quale frivolezza.

Quindi riprese:

- Come le dicevo, resta il sospetto che una generica vocazione covasse in me già assai prima della mia via di Damasco. La quale, non diversamente da quella di Saulo, fu così concreta e polverosa che potrei addirittura mostrargliela: è quella lì, la guardi! - e mi indicò la strada bianca che campeggiava nella fotografia. - La sola differenza rispetto al caso di Saulo sta nel fatto che quella strada è di una cittadina della Galizia... La Spagna, dice? Oh, no, mi perdoni, - sorrise stranamente - io intendevo la Galizia polacca... Ah, bene: vedo che ci siamo.

 

Imperturbato montava il meriggio al di là della parete di cristallo: sopra i suoi riquadri acquei il moto maestoso del sole avvicendava una serie di scoppi di luce, e attraverso questi - come oltre un mosaico di varie lenti - tutti i verdi del parco filtravano imponendo tortuose suggestioni. La realtà esterna non cessava di decomporsi, in ossequio a quell’ambiente soggetto a nuove leggi naturali: solo il canto degli uccelli, sgorgando immune, irrompeva gradevole, ignaro e disordinato. Continuavamo a bere lo slivowitz.

- Non mi attarderò - proseguì il signor Tortor - nel catalogo laido delle truculenze che quell’immagine mi rammenta, se mai si potesse dimenticare... Lei vede d’altronde che ho attribuito a quella foto la dignità di una pala d’altare, riservandole il posto che fu un tempo dei Lari e dei Penati. O piuttosto dei Mani, a essere precisi. Assumo quindi che lei saprà fare a meno di descrizioni da Grand Guignol e mi risparmierò le pennellate cruente. Potrei anzi assicurarle che se da qualcosa d’atroce il luogo fu caratterizzato - e accennò ancora alla fotografia - ebbene ciò consistette proprio in una direi liturgica astinenza da quel liquido concreto che si chiama sangue.

Dovetti sembrargli perplesso, perché spiegò subito:

- Riesce a immaginare quanto ributtante possa alla fine riuscire la cosiddetta pulizia? Tuttora io rimango normalmente impressionato (non più di tanto, voglio dire) alla vista di una rivoltella che fa fuoco; e il primo oggetto che mi viene in mente davanti al luccichio di una lama è il tagliere della cucina di mia madre. Ma provi a figurarsi per un attimo l’orrore e la nausea che può produrre presso certe minoranze etniche la vista di una siringa...

 

Avevo la sensazione che fuori si fosse scatenata una tempesta solare. Masse di luce si scontravano trionfalmente fra le macchie del sottobosco, in un turbinare di sibili, di zufolii e di gorgheggi. La sola nota misericordiosa era il soffio, peraltro eccezionalmente inodoro, di una bava di vento molto morbida, che penetrava attraverso uno spiraglio della vetrata.

- Ma non divaghiamo - continuava il mio ospite. - Rimane il fatto che, dapprima in confuso dietro quella finestrina, più tardi lucidamente sul ciglio della strada galiziana, mi si disvelò il mio mandato. E se dietro le piccole impannate (pulitissime, mi creda) non riuscivo a distinguere se non per aenigmata, più tardi invece, ai bordi di quella strada battuta da camionette col timbro della stella a cinque punte, compresi che finalmente potevo realizzare il mio destino. E pensi entro quali nuvole di polvere io dovessi conquistare così chiara visione, dal momento che quelle camionette, guidate da negri e montate da bianchi, seguitavano a far la spola fra due miserabili file di straccioni in cammino, fagotti al cui interno, mi si assicura dai competenti, insisteva a funzionare regolarmente un’anima. Ma la sola cosa importante era che adesso noi stavamo al di là delle finestrelle dai vetri tersi. Che dico, tersi? Quasi sterilizzati, mi creda. E così, durante una sosta fatta per consumare le nostre preziose scatolette di carne, io imbracciai di nuovo il mio violino e sonai per quel pubblico di ossa affamate. Ma veramente sonai per me stesso, poiché sapevo che non avrei sonato mai più. Che cosa sonai, vuol sapere? No, non è una domanda futile: sonai il ventiquattresimo Capriccio di Paganini. Ma non cerchi significati nascosti, la prego: non ce ne sono. Almeno, così io credo.

 

Il mio vicino di casa, il signor Tortor, è celebre in tutta la no­stra provincia per le sue esecuzioni. Non è insolito che vi assistano fino a duemila spettatori. Elegante, austero, ma soprattutto straordinariamente dotato di perizia e accuratezza, egli è ormai assurto a simbolo vivente del più elevato virtuosismo.

La purificazione - ma più la catarsi, che ne è l’intraducibile specie primordiale - è la vetta che universalmente i suoi estimatori dichiarano di raggiungere grazie a quell’inimitabile stile.

Tortor non è il suo vero nome. Egli si chiamava, un tempo, Amos Aronovicz, e con questo nome aveva già acquistato fama di singolare violinista. Poi decise di cambiare attività, e conseguentemente di celarsi sotto un nome d’arte. Pertanto, avendo fermamente determinato di fare, per il resto della vita, il mestiere di boia, stabilì - con somma armonia - di chiamarsi Tortor.



Santi Valenti, In difesa dei negozianti di giocattoli, 182 pagg. In copertina: Mark Gertler, Merry-Go-Round -
Novecento ed.

 


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