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La prevalenza del caos
di Santi Valenti
l'Autore Libri Firenze

LA NOTA EDITORIALE IN QUARTA DI COPERTINA

"Che cosa distingue l'abilità dal caso?" si chiede Ervino Collalto, uno dei fantastici protagonisti di questi racconti. Un avventuroso cammino nel cuore del Caos dell'animo umano, che insegue un'insostenibile "redenzione", attraverso personaggi estranei alle masse e dilaniati da contraddizioni e incongruenze, segni manifesti di coscienze in crisi e di sistemi sociali pericolanti, soggetti alla "plenaria inutilità" della Skatoblenda, un composto assoluto, a cui soggiacerà il sistema di scambio dell'economia dei paesi evoluti.Il dilagare delle contraddizioni si mostra ancora nel caso giudiziario di Egon Lasalle, una sorta di anarchico del male che distrugge vite umane; nella santità di un malato di lebbra; nella figura di Amphoteropoulos e degli "untori" di virus letali; nella presenza di un filosofo solitario; nella paura e nell'imbarazzo esasperante di non sapere chi è Kuhlenkampf; nel "calunniato" Principe delle Tenebre.Un affascinante cammino tra figure frutto di immaginazione, ma specchio di inquietanti e possibili approdi della follia di un mondo sempre più evoluto, ma anche sempre meno attento alla perdita dell'ordine e di una reale percezione dei mutamenti a cui è soggetto in maniera frenetica e incontrollata.

l'arazzo della sua poetica, definendone i percorsi e le tonalità che più hanno influenzato il pensiero e l'agire politico di chi ha amato la sua poesia. In questo viaggio nella memoria con Fabrizio De André, Romano Giuffrida incontra anche le parole di chi Faber ha cantato e quelle di chi, nelle sue poesie, non solo si è riconosciuto ma ha trovato anche il senso del proprio vivere e del proprio agire. Sono le lettere che idealmente scrivono a Fabrizio: Carla Corso, Alda Merini, Andrea Gallo, Giorgio Bezzecchi, Massimo, Claudio Lolli, Tonino Paroli, Stefano Raspa.

IL CONSOLATORE

Sottopongo alle Loro Signorie il seguente progetto di legge segreta; e mi permetto di insistere sul requisito della segretezza. Requisito del quale, peraltro, sarà indispensabile dar notizia: ché se vano, da un canto, sarebbe il disegno di una tale norma quando il suo contenuto fosse portato a conoscenza del pubblico, vero è, dall'altro, che, ove il mistero non possa rendersi conoscibile, quanto meno è essenziale renderlo riconoscibile.
In verità, e per meglio dire, a privare di efficacia l'intero disposto sarebbe solo la conoscenza dell'ultimo articolo: a questo dunque mi riferisco quando insisto sulla necessità di non rivelarne il testo se non a quanti saranno chiamati ad applicarlo; e direi, più precisamente, a colui che ne sarà il depositario, e che in via provvisoria chiamerò "il consolatore". Ma veniamo subito al nòcciolo della questione.
Premessa d'ogni mio discorso è che le Loro Signorie concordino sul fatto che né oggi né mai una repubblica bene ordinata potrà privarsi di quel prezioso strumento di armonia sociale che è costituito dalla pena di morte. E d'altra parte Loro converranno su di un antico quanto nobile principio del diritto: e cioè non doversi infliggere al reo alcuna pena ulteriore rispetto a quella che il dettato della legge stabilisce di erogare. Ne deriva nella fattispecie, e come immediata conseguenza, l'aspirazione da tutti condivisa, ma finora ritenuta inattuabile, a non vessare il condannato con quello che è il peggiore dei supplizi accessorî alla pena di morte, e tuttavia non previsto dal dispositivo della sentenza: vale a dire con la terribile, lacerante attesa dell'esecuzione, strazio cui il reo è sottoposto per l'involontaria quanto - si direbbe - inevitabile legge dell'autocoscienza.
Ebbene, come le Loro Signorie facilmente vedranno, scopo ed effetto della legge che mi accingo a proporre è appunto di cancellare, grazie all'opera del consolatore, quell'intollerabile calvario di attesa che si commina al condannato laddove il verdetto null'altro prevede se non la privazione della vita.
Quale dunque ha da essere la mansione del consolatore? È presto detto. Costui - funzionario di specifica formazione e di non comuni doti morali - prenderà in custodia il colpevole subito dopo la lettura del verdetto definitivo e, come primo adempimento, gli illustrerà con scrupolosa chiarezza i termini della nuova legge: gli spiegherà cioè come le norme sulla pena di morte (di cui del resto saranno stati informati tutti i cittadini della repubblica) vietino di procedere all'esecuzione capitale fino a quando il condannato non sia, per sua stessa ammissione, disposto ad accettarla e pienamente affrancato da ogni angoscia che gliene derivi.
È comunque da prevedersi che, nelle sue condizioni di spirito, il detenuto stenterà non poco a convincersi dell'effettiva attuabilità di una tale normativa; anche perché - cosa assai probabile - avrà avuto più volte notizia delle esecuzioni capitali precedentemente portate a buon fine in periodi di tempo relativamente brevi. Non essendovi tuttavia una pressante urgenza affinché la pena venga irrogata, è altrettanto prevedibile che il prigioniero - sia perché totalmente ignorato dal braccio della legge, sia per effetto delle speciali capacità del consolatore - finirà col persuadersi (e quindi col rasserenarsi) in un lasso di tempo ragionevolmente breve. "Dopo tutto", egli si dirà, "è la stessa legge che mi ha condannato a garantirmi contro la durezza dei suoi effetti... E fino a quando io stesso non sia convinto di meritare una simile pena, e anzi di poterla affrontare senza alcun turbamento, nessuno potrà torcermi un capello!". Solo a questo punto - e neppure un attimo prima - si potrà dar corso al successivo articolo della legge che mi permetto di proporre alle Loro Signorie: l'ultimo, appunto, ossia quello da mantenersi segreto. Solo a questo punto, dicevo, il consolatore potrà, e anzi dovrà, con un solo colpo alla nuca, giustiziare il condannato.

Santi Valenti, La prevalenza del caos, 124 pagg. In copertina: Scuola di Reims, Scena dal "Combattimento del popolo di David" -
l'Autore Libri Firenze.

 


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