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La Sardegna dei sortilegi
di Giovanni Nuscis




Il sentimento di gratitudine che proviamo, a volte, ultimata la lettura di un libro, può derivare dalla consapevolezza sia di avere appreso qualcosa, rispetto a ciò che prima si sapeva, sia di ritrovare in esso qualcosa di noi, un pezzo di memoria persa che vorremmo recuperare o riannettere alla nostra:  limitata, labile nel tempo. Nel caso di questo libro, mi sembra che entrambe le cose ricorrano. Forse anche perché la nostra storia, quella personale - nata come le altre dentro una comunità - s’invola, spesso, superando confini geografici e temporali per restare, poi, in uno stato di sospensione su tutto e tutti. E noi questo lo sappiamo. Ma torna questo sentimento di appartenenza. Torna, o, forse mai ci abbandona. Pur continuando ad avvertire un senso di molcente distacco dal nostro passato e presente.  L’allontananarsi – non soltanto fisico - dal proprio come da qualunque altro luogo in cui si vive è ormai il nostro modus vivendi. Più ancora, però, s’allontana l’artista, immerso, per dirla con Josif Brodskij, in una “condizione in cui tutto quel che resta a un uomo è lui stesso e la sua lingua, senza più nessuno e nulla di mezzo”. La gratitudine sta forse proprio in questo: “…che ci sia uno che ti raccolga, ti resusciti, ti racconti a te stesso e agli altri...” come Salvatore Satta fece dire al protagonista de Il “Giorno del giudizio”.

    Nel tempo che viviamo, passando da un globalizzante sradicamento a una fissità quasi caricaturale rispetto ad una realtà sfuggente e in continuo divenire, un libro come questo ha il merito di fissare solidi appigli nel greto di un fiume che travolge. 

    “Ognuno di noi” chiariscono gli autori in premessa “ha esplorato in piena libertà la propria area di competenza e ha definito un proprio territorio di ricerca, in sintonia con le caratteristiche culturali, artistiche e soprattutto di narratore di ciascuno. La nostra, in sostanza, non vuole essere semplicemente una “raccolta” di leggende, di miti, di fiabe o di misteri, desunti da una ricerca di respiro esclusivamente scientifico. …A noi, invece, in questa sede, interessa fornire un personalissimo itinerario narrativo, che è insieme demologico e immaginario.”

    Un lavoro a più mani, dunque, radicato nella cultura e nella storia peculiari delle quattro aree geografiche (Gallura, Logudoro, Barbagia e Campidano), a cui appartengono gli autori:  poeti e  narratori dalla cui sensibilità e conoscenza ci si aspetta, in genere, di far girare meglio che altri la catena di trasmissione tra passato e futuro, tra vecchie e nuove generazioni.

   La femina agabbadòri”, la prima delle Storie della Gallura, di Franco Fresi, ci riporta dentro uno dei  misteri più affascinanti tramandati in terra sarda: quello dell’eutanasia ante litteram, la “dolce morte” qui resa come atto naturalissimo ed evoluto, e di rispetto – se non d’amore - per una persona malata e sofferente, per mano d’una professionista che veniva chiamata dai familiari, all’occorrenza, senza nulla chiedere in cambio: “Non si offrono soldi alla femina agabbadòri” …”Sarebbe come pagare la morte che viene a prendersi un’altra vita in cambio di una nuova.”  La donna, anche qui, è  punto di congiunzione tra terra e cielo, vita e morte, divino e umano. Non meno di una levatrice o di colei che toglie il malocchio. Con prosa nitida e precisa, Fresi ci racconta poi l’insolita notte d’un giovane maestro supplente in una scuoletta gallurese (“Lu mastrittu”), ospite nella strana casa di una strana donna. Storia breve ma che s’imprime per la sua atmosfera sospesa e inquietante. E il mistero percorre anche la storia di un “Un uomo tranquillo”,  che inizia con la visita in uno stazzo di un messo esattore il quale, rivendicando una tassa non pagata, strappa di dosso, portandoseli via, gli orecchini d’oro della moglie del debitore. Orecchini che ricompaiono  per incanto nei lobi della vittima (gli stessi o altri?), in una festa  di nozze, poco prima che i carabinieri diano la notizia dell’assassino del messo. Ma il tutto avviene in un clima di serenità imperturbabile, come si addice all’indole della gente di Gallura, con passaggi assai intensi  come quello del marito che consola la moglie rapinata prendendola sulle ginocchia come fosse una bambina…, come nella “Marchesa von “O” di Heinrich von Kleist.   

    L’onda lunga dei miti greci giunse come uno tsunami anche nella Sardegna-piede di Zeus, scopriamo attraverso i racconti di  Francesco Enna che ci riporta, così, alle origini della civiltà isolana dottamente e giocosamente riletta. Si ritrova la leggenda di Atlantide e della Tirrenide dei costruttori di torri (i nuraghi), con richiamo alla ricerca di Sergio Frau; della vera origine della via Lattea da parte di Eracle; dei veri inventori dei nuraghi, e cioè Dedalo, che costruì il labirinto di Minosse a Creta, e Norax o Norace, gigante iberico alto tre metri o poco meno, il cui nome deriva dalla bellissima Nora figlia del capo villaggio di pescatori che sposò, e che diede poi il suo nome  all’omonima città a sud dell’isola. L’autore ipotizza inoltre l’origine del “riso sardonico”: quello di Talo - gigante di bronzo donato da Zeus al figlio Minosse - che, arroventandosi sul fuoco, bruciava i nemici con una risata satanica; o la tragica risata che accompagnava il feroce rito del “geronticidio”, e cioè l’uccisione dei vecchi nelle società primitive. Le storie dal Logudoro si soffermano da ultimo sulla figura enorme quanto sconosciuta, sul piano biografico, di Eleonora d’Arborea, la regina/giudicessa del regno di Arborea durato mezzo millennio (dal 900 c. al 1420), figlia di Mariano IV  e autrice, col padre, della Carta de logu, corpus giuridico tra i più antichi del medioevo, applicato per secoli nell’isola fino alla sua sostituzione, nel 1827, col Codice Feliciano.

    Natalino Piras, per le storie dalla Barbagia, ci racconta invece di Mussingallone (monsignor, o mossiù Gallone), “personaggio vero, realmente esistito”, e delle sue gesta.  Mago e imbonitore spregiudicato, Mussingallone, piovuto chissà quando e da dove in Sardegna, viene accolto ed esaltato come individuo superiore e carismatico da più o meno remote comunità di maccos, di cui si fa beffe. Lodé e Sorso, le più note, ma anche Bessude e Sanluri, si segnalano – chissà per quali storie del passato giunte fino a noi… Teatri naturali e imprescindibili, comunque, per il protagonista, che non sarebbe tale senza l’ingenuità strampalata delle sue vittime. Grandi sono a volte le beffe, come quella descritta nel racconto “La torre”, in cui gli abitanti di Bitudes, in una sfida tra paesi, vollero costruire un’altissima torre di granito che raggiungesse il sole, per farlo poi a pezzettini e venderlo. Ma venuti a mancare i mattoni, dopo aver raso al suolo i monti circostanti, vengono consigliati da Mussingallone di continuare la loro opera prendendo i mattoni …dalle fondamenta, con l’intuibile risultato.

    Un personaggio, va osservato, che si fa simbolo imperituro – Mussingallone non è mai morto… – ed espressione, di un tipo sociale di cui faremmo volentieri a meno, da sempre contrapposto a quello che esprime la più vasta comunità: indifesa, più che stupida, davanti ai Mussingalloni di turno, moderni cavalieri dell’impreditoria o della politica. 

    Eusoprimusonendi, Io-il-primo-che-suona, sognò di cantare a tenores. Sognò di cantare in una lingua antica, una lingua che era musica. Sognò che cantava ed ascoltava insieme. Poi, felice, si svegliò. Il tempo del grande sonno era terminato. Ma attorno il nulla si avviluppava…  Così inizia la prima delle Storie del Campidano (“Leggende di creazione e di santi”) di Gianluca Medas. La creazione del mondo, dunque, inizia con un sogno: quello di cantare. E prima un suono acuto, poi un suono (per il quale il Nulla sputò fuori Sos frades, i Fratelli del canto), poi un altro suono basso …ed ecco Sos Frades intonare unu cantu a concordu, un canto corale.  Medas ricostruisce così una genesi tutta sarda che, manco a dirsi, individua proprio nella Sardegna il luogo dove ripararano i primi disobbedienti della storia. Tra le storie campidanesi qui raccontate, restano impresse quelle su Ignazio, il frate nato a Laconi nel 1701 e vissuto a Cagliari, dove girava per le strade chiedendo offerte. Una santità, la sua (ufficializzata di recente dalla Chiesa), germinata nell’infinitesimalità di un (apparente) uomo senza qualità, imbarazzante per i suoi stessi confratelli che al suo arrivo in convento, infatti, non sapevano neppure a quale mansione destinarlo. Si raccontano di lui diversi episodi miracolosi, come quello dell’elemosina del lattaio, della prostituta, del viaggio con un confratello e della sua morte, nell’imminenza della quale apparve a diverse persone.

    Questo, in breve, il percorso e alcune tappe del personalissimo viaggio intrapreso dagli autori  tra le  storie, le leggende e i miti della Sardegna, passati da bocche ad altre bocche in un incedere di  secoli e fluite fin qui, fino al porto sicuro di questo libro.


Il testo

Franco Fresi – Francesco Enna – Gian Luca Medas – Natalino Piras, La Sardegna dei sortilegi, NEWTON & COMPTON EDITORI, Roma, 2004.

 


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