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Preparativi per un viaggio senza approdo
di Mirko Servetti

1) Le parole e il corpo (premessa)

Lacan, negli Scritti, afferma il legame fra il linguaggio e il corpo: «… il linguaggio non è immateriale: è un corpo sottile ma è un corpo. Le parole sono prese in tutte le immagini corporali che imprigionano il soggetto. Possono ingravidare l’isterica, identificarsi all’oggetto del penis-neid, rappresentare il fiotto d’urina dell’ambizione uretrale, o l’escremento ritenuto del godimento avaro». Il soggetto all’origine è implicato nel discorso dell’altro in quanto terza persona che la linguistica ci ha insegnato a considerare quale «referenza zero all’infuori della relazione io-tu». Per darsi un posto, il posto che gli spetta, il soggetto infans dovrà introdursi in un percorso che lo condurrà dalla sua assenza come soggetto parlante, incluso cioè in un discorso in terza persona, alla capacità di porsi come Io nel suo doppio riferimento al soggetto dell’enunciato e a quello dell’enunciazione e con ciò stesso di «appropriarsi dell’intera lingua designandosi come Io». E come Io in riferimento al Tu «unica fra tutte le operazioni espressive è capace di sedimentare un’acquisizione inter – soggettiva».
L’acquisizione del linguaggio quindi si struttura in un «punto di frattura dell’opposizione continua di diacronico e sincronico, storico e strutturale». Questo processo di acquisizione è dell’ordine dell’esperienza e avviene in un luogo, il luogo del corpo.

2) La scrittura del disastro (quando l’ironia demolisce l’horror vacui)

Vi sono momenti in cui la scrittura, che si voleva predestinata alla comunicazione, smarrisce il proprio destino. Comincia con l’avere come un sussulto: qualcosa le impedisce di compiersi. Il suo progetto pare condannato a dover restare per sempre un abbozzo. Si innesca così un movimento centrifugo di perdita, accelerato, inesorabile, che si conclude poi con il tracollo definitivo. E’ il disastro della scrittura. Ma è, al tempo stesso, la sua più viscerale emancipazione. Quando il télos della trasmissione di un senso cessa di esercitare il suo potere opprimente, e viene messo in forse il centro di gravità in forza del quale il significato finiva per prevalere – nella forma del messaggio, del racconto, del contenuto – allora la scrittura si ripiega su se stessa. E in questo raccogliersi su di sé mette definitivamente fuori causa il significato ed il suo indissociabile alleato: il Senso. E’ la scrittura del disastro. Irreligiosa e irredimibile: nessun legame esteriore la riduce più a veicolo di un senso dato, a portatrice di un significato ulteriore che, per quanto eterogeneo, si incarnerebbe tuttavia in essa deponendovisi come nel suo alveo più naturale. Non c’è più nulla da cercare aldilà della scrittura. Tutto si gioca nella pura immanenza dei segni, superficie abissale. («Il pericolo è la risacca – riprese a parlarmi lucido di sudore il mio interlocutore. – Il mare si infila nel fiordo riempiendolo fino in fondo, ma poi rifluisce indietro svuotandolo. E’ questione di secondi. Se il calcolo è sbagliato, ci si sfracella sugli scogli. Con la luna o senza, il buio domina questo buco. Non c’è da fidarsi dei riflessi») Espunto ogni Fondamento di senso non resta che librarsi sull’abisso del Senza Fondamento. Sine substantia, sine lege.

A quel punto un altro rapporto si instaura tra chi scrive e chi legge. Scomparsa la dimensione comunicativa, la radiosa partecipazione ad un senso comune, resta la complicità: «Per quanto ne so, gli scrittori mi piacciono perché raccontano le storie senza sputare sentenze e, in fondo, senza voler spiegare un bel niente e tanto meno correggere qualcosa o qualcuno.» In ogni racconto a costituire il corpo del “debutto” narrativo di Paolo Ruffilli, si delinea una vettorialità oscillante tra il de/lirio (nell’accezione etimologica latina: uscire dal liro, dalla misura) onirico, quando la realtà nel suo spalancare le porte dei quotidiani Inferi si fa insostenibile, e il rientro forzato nella realtà stessa. Ma il referente dell’Io (non quello autorale, i cui autocompiacimenti sono, nel caso, evitati con rara maestria), il puro Io che va oltre le categorie hegeliane, si chiede fino a che punto una realtà che si dà come acquisita sia epifania di tangibilità e substantia, o non sia “realtà” sussunta a categorizzazioni e a classificazioni di comodo. E dunque, come in una sorta di postulato scaturito da un sofferto esercizio gnoseologico, oltre che dall’esperienza, si afferma: «non esiste realtà se non quella che entra in noi». Ruffilli edifica un anti-poiein quale altissima prova di sintesi semantica, ontologica e come detto gnoseologica, attraverso lo studio e la compenetrazione di talune attitudini e stati socio-esistenziali di varia umanità, sempre in oscillazione ambiguamente fascinosa tra realtà e fiction al punto di vanificare quasi (in un sapiente gioco di presenze e assenze) l’ingerenza dell’io narrante proposto comunque come spettatore di uno stato di deriva. Le personae di questo intreccio calibrato attraverso una scrittura limpida e manifestata in chiave apparentemente rievocativa per il tramite del dispositivo mnemonico in luogo di quello mitico-immaginale si lasciano sopravvivere in una sorta di limbo esistenziale fra misantropia e dialogo, paghe forse, ancorché un consistente sostrato di inquietudini permei come connettivo l’intero svolgersi del testo, di uno status quo che contempla un male di vivere di cui si intravedono i “vantaggi” secondari (come in ogni pathos/logica): «Non so se è stato un caso. O se fosse già scritto nel mio destino. Ma la considero la fortuna della mia vita – mi confessò stringendo la mano della moglie che gli porgeva la tazza di caffè – Mi ha sottratto al tormento e all’infelicità». Qui, nel non raro ricorso al tema della scrittura e alla sua funzione, l’ironia formalmente “delicata” ma non per questo meno intrinsecamente feroce di Ruffilli, si manifesta nell’amara constatazione di quegli aspetti mondani, codificati e omologanti che in nome della facile fruibilità e della mercificazione proseguono implacabili nell’opera di impoverimento e distruzione dei linguaggi creativi, letterari e non. Il lavoro del senso affonda, la seduzione dei significanti, in chiave concettuale percettiva affettiva, affiora come a rigenerare, declinandole in modo del tutto inusitato e fuori dalle pastoie in cui si arenarono le sperimentazioni basate sulla scrittura automatica, le istanze più profonde del pensiero surrealista proprio là dove l’architettura di Ruffilli sa spaziare con rara agilità fra sogno e realtà distruggendone, sempre col mezzo di enunciazioni… delicate, le tentazioni di autoreferenzialità. Tutto ciò chiamando in causa la prima persona, l’Io narrante quale dato pre - testuale in prospettiva di una paziente quanto tenace opera di demolizione. Significanti che nulla significano, quando alla parola è consentito di raggiungere il luogo utopico ove lo sradicamento da ogni sede o punto di riferimento (e nello svolgersi narrativo ogni indugio sul descrittivo è avaro, se non per poche calibrate pennellate quasi sempre in bianconero) obbligato diviene irreversibile. Impossibile, ormai, frenarne la spinta a varcare ogni confine, a spingersi sempre più oltre in un moto di incessante erramento. Verso regioni che nessun orizzonte può più contenere, e nessuna demarcazione racchiudere entro i termini di un territorio circoscritto una volta per tutte. «Si può fare tutto, ma avendo l’accortezza di non dimenticarsi che si tratta di una finzione». Così avverte, emblematicamente, l’anziana ex-spogliarellista protagonista del racconto Schiava d’amore dove, attraverso la rievocazione della potenza e degli slanci dell’Eros (pur nell’amara constatazione della costrizione dei ruoli maschio/femmina ingabbiati nelle caselle precostituite del controllo sociale), si afferma ancor più l’esilio dal senso, dalla rassicurante dimora in cui la parola riluce, e si dà esodo verso oltre ed altro – senza Nostalgia – allora alla parola si dischiude l’altro versante. Dimissionaria dal Senso, essa si volge allo spazio del Neutro. Dall’Uno all’Altro. Arrischiata nello spazio “mortale” del Neutro, la scrittura ormai fuoriuscita dall’ordine del Mondo si inerpica nel silenzioso versante della pagina. Un altro luogo emerge. Sul cui suolo la catastrofe celebra il suo festoso sacrificio: gaia scrittura del disastro.

3) Ante-mythos: erranze della memoria o memoria errante (conclusione)

Preparativi per la partenza: in – fanzia, archeologia da cui si elabora la linea parabolica come tassello d’Oblio. Oblio del soggetto in continua ricognizione epistemica. Oggetto del desiderio (ancora) lacanianamente fantasma, contrapposto alla legge del divino che è negazione. Risulta asintomatica un’esposizione concettuale della Realtà che si pone, pur con le limitazioni ellittiche che essa comporta, aldilà della teoria dei mondi possibili. Ruffilli evita di banalizzare in versione psicologistica ciò che i sensi avvertono e comunque, quand’anche si voglia con ipotetica chiusura vanificare la “funzionalità” di alcuni di essi, vi è sempre l’ancestrale sonorità del presagio ad avvertirci della polivalenza del concetto stesso di Realtà, se è vero che un’entità astratta segue la sua realizzazione cangiante, infine, in evento: «Si cancellano di colpo le distanze. Si annulla perfino il peso del corpo, in questo tramite globale… L’io governa il sogno di una presenza tentacolare. Dovunque, sempre più dentro.» Come a dire il confine (e fine) del Senso, e dunque dei limiti del linguaggio; ma anche introspezione centripeta di detti limiti evitando ogni compiacenza metalinguisitica: il linguaggio che divora il senso, scrittura che diviene chiave di letio per una religio del mondo. E nulla è di ierofanico se si vuole dilatare il significato di religio. I piani enunciativi sono connessi al calarsi nel corpus della memoria al fine di rifondarne le archetipie passando attraverso il post-mito, e dunque la complementarità fisiologica di un’origine. In questa fisicità dei preparativi che a nulla portano (lo sbarco a Cythera è sempre rimandato: fortunatamente l’erranza non ha mai fine a malgrado dei “pericoli” che ogni iter presenta) vi è una rivisitazione spogliata da nostalgici accomodamenti per improbabili “età dell’oro”, certo perché maggiormente peculiare all’oggettivazione profonda dell’atto scrivente/scritto quale elemento sinoetico fra memoria soggettiva e desiderio dell’essere, presagio e stupore primordiali, metaforizzazione del Reale («Stupito? – mi chiese a conclusione della sua storia – Da sempre, se lo ricordi, la superstizione governa le navi e guida i marinai»).

Nota testo) Paolo Ruffilli, Preparativi per la partenza - Marsilio Editore 2003.

 


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