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Antonio Rossi, Manuel nella corrida
di Giovanni Nuscis
Ibiskos Editrice



l'opera


Antonio Rossi, poeta originario di Berchidda (SS), dove vive, pubblica nel 2004 questa sua terza silloge dopo Dove nasce l’amore (2000) e Su sognu de sa columba bianca (Centro Europeo di Cultura, Roma, 2001), un testo bilingue in sardo-italiano. Tra i maggiori riconoscimenti ottenuti, ci sono quelli relativi ai primi premi in concorsi di poesia internazionali come il Nosside di Reggio Calabria, Il molinello di Rapolano Terme (SI), il Città di Pomigliano d’Arco (NA).

    Iniziando la lettura delle trentacinque poesie che compongono la silloge, si ha subito l’impressione  di trovarsi di fronte a una poesia  né epigona né apparentabile ad altre, e dalla forte marcatura. Nulla che gli si avvicini; quanto meno, nella realtà isolana. Ma vediamole, a titolo di esempio, due delle quartine di cui sono composte la maggior parte delle poesie di questo libro:

Questa notte alla festa dei fiori hanno ucciso due ragni d’argento,

hanno ucciso la morte, questa notte alla festa dei fiori,

i crudeli bambini del sole hanno rotto la sfera del tempo,

la tua gialla chitarra spagnola ha intonato le note di un tango.

Ha intonato le note di un tango quella vecchia chitarra struggente,

ha bagnato il tuo cuore salato di emozioni di acqua stagnante,

nei tramonti dipinti di more si è commossa persino la notte,

un agnello di lana cinese ha raccolto una palla di neve.

(“Alla festa dei fiori”)

    Nessun io cogitante o volto a esprimere stati d’animo contengono questi versi. Si può forse parlare di straniamento, di correlativo oggettivo? Certa è la mancanza di immedesimazione, da parte del poeta, nelle azioni ed emozioni descritte: …hanno ucciso due ragni d’argento; …hanno ucciso la morte; …i crudeli bambini del sole hanno rotto la sfera del tempo; …la tua gialla chitarra spagnola ha intonato le note di un tango.

    Le immagini che si susseguono, si noterà, non sono né reali né verosimili. Ma si è in dubbio se ricondurle per intero a una dimensione onirica: per la naturale delimitazione delle stesse a un piano congruamente iconico (Questa notte alla festa dei fiori hanno ucciso due ragni d’argento; la tua gialla chitarra spagnola ha intonato le note di un tango), e non concettuale (hanno ucciso la morte; si è commossa persino la notte). Sembrerebbe infatti che l’invenzione pervenga alla visione, alle associazioni di immagini partendo, ludicamente, dalla lingua, dalle sue risorse sintattiche, lessicali, retoriche; e dalla musica, per gli esiti fonici e prosodici.  Notiamo infatti che i versi lunghi sono composti, per lo più, da emistichi decasillabici (Questa notte alla festa dei fiori – hanno ucciso due ragni d’argento): si direbbe un ordito ritmico al quale si subordina, secondo la lezione di Paul Valery, il contenuto fono-semantico dei versi. Dice infatti Valery, con riferimento a Le Cimitière marin: “Come la maggior parte delle mie poesie, è nato dalla presenza inaspettata di un certo ritmo nella mia mente. Una mattina ho avuto la sorpresa di trovarmi dentro la testa dei versi decasillabici…” 

    Ma non è solo questione di ritmo, dicevamo. E sempre Valery  sostiene: “La forza di piegare la parola comune a fini imprevisti senza spezzare le “forme consacrate”, la cattura e la riduzione delle cose difficili a dirsi; e soprattutto, il procedere simultaneo della sintassi, dell’armonia e delle idee (che è il problema della più pura poesia), sono a mio avviso gli oggetti supremi della nostra arte.”

    Nelle quartine in esame, e, più in generale, nella poesia di Rossi, ricorrono alcune figure  retoriche; in particolare, anafore (“Questa notte alla festa dei fiori” – 1°e 2° verso; …ha intonato le note di un tango – 4° e 5° verso) e allitterazioni (ha intonato le note di un tango – 4° e 5° verso).

    Una poesia, dicevamo, ri-creativa e, come tale, spesso slegata da nessi logici e convenzionali propri della realtà sensibile che conosciamo. Giocosità antiretorica che implica accettazione di non-senso, e spazia libera (la vecchia cattedrale copulante con luridi clochard di Notre Dame (“Nel cielo dell’Avana”); la maschera di Dio meravigliosa come un velo da sposa attorcigliato (“Nel sogno la tua voce”). Come Manuel – alter ego del poeta? - che accoglie a piene mani, non potendo rifiutarli, i frutti generati; difendendoli  in quell’arena perpetua che contrappone il fanciullo-poeta-torero alle corna del mondo - drammaticamente strutturato - degli adulti:

Magico e senza unghie Manuel non ha rimpianti,

è libero e leggiadro nel limite del mare blu cobalto,

si avvinghia lentamente alla crudele folla,

poi porge la sua vita alla spietata sorte.

E Manuel nella notte dei toreri serpeggia con la morte,

ingoia la disfatta del caldo pellerossa scalpato da una foca,

e in una giostra triste si lascia dondolare dall’usignolo viola,

e l’ultima parola la spande lievemente in una lingua dura.

E la luna ha una colomba sola, che ride nell’arena.

(“Nella notte stellata dei toreri”)


Il testo

Antonio Rossi, Manuel nella corrida, pp. 66, Ibiskos Editrice di Antonietta Risolo, 2004.

 


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