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Recensione alla silloge di Gaetano G. Perlongo: Il calabrone ha smesso di volare
di Pietro Pancamo

Come nasconderci che a volte i ricordi ci assalgono con l'urgenza del pensiero? O, magari, quella del pianto… E come negare che tale urgenza, e necessità, sembra dominare sin nel profondo (in ogni accento e singola parola) l'intero tessuto letterario di "Il calabrone ha smesso di volare", ossia l'ultima silloge di Gaetano Perlongo? Un poeta che ha nel dolore, egli stesso lo dichiara, un fontanile segreto e lancinante, sempre capace di erogare versi severi, i quali (fustigando i difetti morali dell'Italia contemporanea e in odore di globalizzazione) si rivelano (come d'altronde qualsiasi monito od ultimatum) perennemente e tormentosamente sospesi tra sfiducia incondizionata nell'uomo ed esortazione alla salvezza, alla redenzione, alla speranza. E forse il dolore più grande dell'autore è la paura nostalgica che il passato non ritorni (quel passato, tutt'oggi recente, munito ancora di una sinistra all'erta e in grado di arginare con sagacia i vizi capitali, nonché capitalistici, della società nostrana). E dinanzi alla minaccia assidua, persino usuraia!, che il presente continui senza cuore (e politici leali) anche nel futuro, i versi di Perlongo si ammantano immediati di una rabbia sognante che, ben lungi dal condannarsi entro i limiti immobili della rassegnazione, pronuncia con foga (lasciandosi guidare dal puntiglio dell'amore e dall'agilità del coraggio) legittimi rimproveri, ammirati e militanti, alle colpe (liriche, ma gravi) di una sinistra disarticolata, che distraendosi a rincorrere sui muri i valori della passione, manifesta sincerità, dimostra purezza. Certo: doti ammirevoli, che però (disorganizzate e talmente scoordinate come sono nel proprio calore d'onestà) non possono competere affatto con la sistematica progettualità dell'ipocrisia, morbo che nel mondo attuale sta (pian piano) razionalmente conquistando porzioni sempre più larghe di anime e di menti. Dunque l'ipocrisia come cancro principe dell'umanità? Come nuova lupa, da sostituire a quella dantesca? Ma se il fedele di Beatrice, per schermarsi dalle radiazioni penetranti della cupidigia, chiedeva aiuto a Virgilio, i maestri che Perlongo chiama a raccolta (affinché gli ispirino un antidoto da opporre all'ipocrisia) sono invece Hermann Hesse, Jorge Luis Borges, Bertrand Russell, Anise Koltz, Danilo Dolci. Personaggi illustri che il poeta (imitando quasi Ungaretti, che un tempo ricordava in fila i fiumi-guida della sua esistenza) enumera con affetto. E ai quali, "stremato da fatica e lotta", confessa con amore e con prontezza di sentimenti (attraversata dal mistico pudore dell'umiltà): "Non so più volare… ". È così? Dobbiamo credergli? Forse no, io ritengo. Dal momento che, almeno da ciò che racconta e descrive nei suoi componimenti, il calabrone ha smesso di volare, solo per concedersi un attimo di respiro, durante il quale riflettere (nell'intimità del riposo) sui ricordi, ogni tanto scorsoi, del passato. E che tuttavia, se rivisti alla luce del pensiero (e di un sentimento che ama davvero la vita, cioè perdutamente e non sperdutamente), possono librare nel cielo bianco delle pagine e dei fogli, versi energici (a tratti suadenti), abili a donarci un'intensa sicurezza: il calabrone (inteso come poeta, come filosofo, come saggio: come Gaetano Perlongo) ritornerà a dispiegare le sue piccole ali. All'apparenza insufficienti e sgraziate, ma in realtà forti ed eterne (o meglio pazienti) come quelle dell'albatro o di Baudelaire.

 


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