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La stanza rossa di un economista col pallino del Keynesismo
di Marcella Marcelli
Città Aperta Edizioni

l'opera

Resta irrisolto "il mistero Federico Caffè". Sono passati ormai molti anni dal 15 aprile 1987, quando l'economista abbandona senza tracce la sua abitazione romana. Ha lasciato sul comodino gli occhiali e i documenti di identità, quali volesse dire a chi li ha ritrovati successivamente che dove andava non gli sarebbero serviti. Le ricerche sulla scomparsa del professore non daranno frutti. Le ipotesi, col passare del tempo, si accavalleranno come in un libro giallo: incidente, suicidio, morte accidentale, espatrio, ritiro dalla vita pubblica a favore di una scelta monastica? Ogni congettura può essere quella buona, perché il corpo di Caffè non è mai stato ritrovato. E chi gli è stato accanto in una vita dedicata agli studi non ha saputo dare risposte su quella scomparsa. Ermanno Rea ha scritto un bel racconto sul mistero di Caffè (L'ultima lezione) e Fabio Rosi ne ha tratto un omonimo film che non ha avuto il successo che meritava (Caffè era interpretato da uno straordinario Roberto Herlitzka, l’attore che ha dovuto attendere Buongiorno, notte di Marco Belloccio per avere i giusti riconoscimenti).
Bruno Amoroso, professore dell'Università di Roskilde in Danimarca, allievo e poi amico devoto di Caffè, è tornato a scartabellare tra ricordi, documenti, appunti e carteggi con l'obiettivo di tornare a fare i conti con il suo maestro (La stanza rossa, edizioni Città aperta, pp. 162, euro 12). Ne è scaturito un libro utile per chi conosce gli scritti di Caffè e anche per coloro che non sanno quasi nulla di quell'economista che aveva attualizzato in Italia il pensiero di Keynes e aveva difeso la peculiare mediazione tra Stato e mercato che va sotto il nome di welfare.
Il titolo del libro di Amoroso riecheggia un'altra "sala rossa", quella celebre di un romanzo di August Strindberg. La "sala rossa" del drammaturgo svedese era il luogo d'incontro degli intellettuali di Stoccolma agli inizi del Novecento. Si ritrovavano settimanalmente in una delle sale dell'Hotel Berns, a pochi passi dal Dramatiska Teatern, il Teatro reale. Iniziavano a discutere tra loro dei temi di attualità e di quelli di più lungo periodo.
La "stanza rossa" di cui scrive Amoroso può essere quella che solitamente ospitava Caffè a Roskilde, in via Webersgate 28, o quella della memoria che ospita lettere e appunti per tornare a discutere col professore almeno con l'ausilio dei ricordi. Questa stanza rossa di Roskilde è "un tentativo, solo in parte riuscito, di riprodurre il colore delle stanze di Pompei", una sorta di ripetizione dell'altra "stanza rossa" di Caffè, quella romana a due passi da via Panisperna. Nell'appartamento di via Webersgate, ad aspettare il professore, c'era un inquilino particolare: la gatta Clara dal pelo rosato, che in sua assenza si aggirava con aria maestosa tra sofà, carte e volumi (una gatta appare sulla copertina del libro disegnata da Pietro Barcellona, giurista con la passione della pittura).
Le annotazioni di Amoroso hanno il sapore acre del ricordo che dà alle parole significati diversi. Come quando ricostruisce ciò che pensava il suo professore sugli indiani anziani che a un certo punto abbandonano la comunità per lasciarsi morire: era, per lui, l'esaltazione dello spirito collettivo perché quei vecchi, non essendo più utili agli altri, preferivano mettersi da parte e aspettare la fine da soli. L'individuo, per Caffè, era solo un'invenzione recente della rivoluzione francese e forse, volendo tornare a cose più antiche, continuava ad appassionarsi alle vicende dello Stato sociale che rimetteva al centro la solidarietà comunitaria. Di qui anche la scelta (che per l'allievo Amoroso è diventata residenziale e di lavoro a Roskilde, città universitaria di Danimarca nata sull'onda del '68) di prediligere lo studio delle società scandinave come originale crogiuolo di esperienze sociali ed economiche.
Amoroso ricostruisce l'avvio e il consolidamento dell'amicizia per il suo maestro di economia e di vita. Poi scrive con dettagli e intensità che fanno pensare a un racconto letterario con la virtù di liberare da un peso l'autore. A un certo punto, pubblica frammenti di lettere inviategli da Caffè nell'arco temporale che va dal 1969 al 1986. Alla fine, il lettore non riesce più a capire se a raccontare è Amoroso o se a raccontarsi è lo stesso Caffè.
In questo 2004 il professore avrebbe compiuto novant'anni. Il suo studente e il suo amico hanno voluto fagli gli auguri con la tenerezza della memoria. Bruno Amoroso, del resto, è presidente del Centro studi Caffè che ha sede proprio nell'Università di Roskilde.
A noi, spettatori di un mistero irrisolto, piace pensare che Caffè abbia fatto come gli indiani anziani che si congedano in solitudine dal mondo e invitano la loro comunità a proseguire.

Il testo

Amoroso Bruno, La stanza rossa, Città Aperta Edizioni, 2004.

Per gentile concessione del web site http://www.aprileperlasinistra.it

 


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