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La ricostruzione dell'aura: qualche breve considerazione sull'"estratto di Metessi" di Gaetano Perlongo, tra metapoesia, tensione civile ed etica
di Ugo Magnanti


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L'"estratto di Metessi" è una sintesi eloquente della produzione poetica di Gaetano Perlongo, e come tale rappresenta, credo, la faccia più autentica ed esemplificativa con la quale il poeta ama presentarsi al suo eventuale prossimo, al suo eventuale lettore.
Da questo "estratto" è quindi possibile partire per esprimere alcune brevi considerazioni, certo provvisorie e non esaustive, su quello che sembra essere l'approccio complessivo di questo autore alla sua ars poetica, che ovviamente andrebbe analizzata in altra sede, e con altro tempo a disposizione, e soprattutto, per poter avere tutti i crismi di una maggiore attendibilità, su un campione di testi certamente più vasto.
Comunque, dalla scelta proposta emerge una vocazione più che altro "metapoetica", per l'attitudine a sollecitare nel lettore riflessioni interne alla poesia e all'identità del poeta in quanto tale, anche laddove una più esibita tensione civile, o una enigmatica presenza di religiosità laicale che sarebbe stimolante approfondire in altro luogo, spostano la materia verso contesti non propriamente metaletterari, ai quali però, quasi mai, sembra essere estranea una ricerca sul valore e la dignità dell'ispirazione poetica. Nei versi di Perlongo infatti, non vi è alcuna soluzione di continuità tra motivi civili, correlati a soluzioni quasi cronachistiche, per quanto conseguite tramite un linguaggio di tradizione lirica che non cede certo a lemmi o sintassi da notiziario, e l'indagine sugli strumenti e sulla funzione della poesia. Proprio le opzioni linguistiche operate nell'"estratto" evidenziano una sostanziale univocità di vocazione, in quanto, attraverso la capacità di amalgamare, da un lato, alcune "forzature" espressive che tendono a "provare" le possibilità di un codice, pur sempre, come dicevo, senza sbrigativi allontanamenti dalla tradizione lirica, e d'altro lato, l'uso di un registro deliberatamente "obsoleto", in un andamento che è al tempo stesso provocazione e rimando, che trasfigura alcune formule letterarie sfibrate e remote, e che si pone come un "ritmo di distorsione non poetica", il poeta si costruisce come tale, si pone come presenza, si connota, anche nella sua finalità sociale, come coscienza critica, con la volontà di concorrere a "demistificare", per usare un termine di provenienza adorniana, le manipolazioni ideologiche della realtà prodotte dalla società contemporanea, con il dovere di aiutarci a cogliere le implicazioni più profonde di tale realtà, proprio in virtù della poesia, irriducibile alla pura razionalità che sembra informare di sé l'esistente; con il dovere di "resistere", proprio per mezzo della poesia, alla koinè imposta dai mezzi di comunicazione di massa: nozione, questa, del resto già utilizzata da Orengo per esporre alcuni aspetti della poetica di Giudici. Vi è in Perlongo una continuità tra pulsione civile e pulsione metapoetica, che rimanda, per certi versi, all'idea di lingua come unica sede, così come ha osservato Cherchi sempre riguardo all'opera di Giudici, o sede privilegiata, in cui il poeta oggi possa fare politica, in quanto la lingua è il corpo stesso della nazione, e in quanto i metodi di condizionamento delle coscienze si attuano nella società soprattutto attraverso la lingua.
Ma a prescindere, e oltre, la connotazione civile rispondente alla necessità di una comprensione profonda della realtà, la poesia si pone per Perlongo come corrispondenza, senza contraffazioni o travestimenti, tra uomo e poeta, in una poetica della poesia come «uomo nudo», appunto, che sembra modellata sull'idea quasimodiana di una poetica che sostituisce l'uomo alla parola, non già come «poeta puro» ma come «poeta nudo», e che intende la poesia come etica. Ma tale "nudità" del poeta non assume mai il carattere della modestia, e mai si mostra con gli abiti dimessi di un dettato prosastico o "impoetico"; anzi, al contrario, il poeta si giova della propria "nudità", spesso assimilabile al candore e al desiderio di condivisione, per sollevare e "assolutizzare" il proprio ruolo.
Nei versi di Perlongo, parallelamente all'afflato etico di cui dicevamo, a volte forse intersecandosi con esso, e a dispetto dello strumento più usato, la rete appunto, agisce una chiara volontà di ricostruire l'aura della poesia, cioè quel significato misterioso e "sacro", che, come vuole Benjamin, il carattere espositivo assunto da ogni forma artistica nell'epoca della riproducibilità tecnica e di massa, ha definitivamente tolto all'arte, e dunque anche alla poesia. Da quest'opera di ricostruzione dell'aura deriva l'intenzione, che trapela dall'"estratto", di rendere la poesia una manifestazione elevata e impegnativa, connessa, come è stato notato, ad una realtà vissuta attraverso la contemplazione e la riflessione, ma vissuta anche, e non in misura minore, attraverso una forma attiva, l'aura appunto, che possa essere in grado di agire, in qualche modo, nell'ambito di tale realtà.
La stessa "licantropia" di Perlongo, sorta di trasformazione dell'uomo in poeta, che tende a privarlo dell'anonimia e dell'immoralità, con le prevedibili implicazioni narcisistiche collegate, risponde al sotteso piano di ricostruzione dell'aura.
Questa scelta prevede, a livello linguistico, il sostanziale scarto di quegli elementi ordinari e referenziali che attengono all'esercizio informativo, e l'adozione, invece, di elementi dotati di un'idoneità simbolica, ovviamente anche nei casi, come si è detto, in cui Perlongo fa uso di un registro deliberatamente "obsoleto"; elementi in grado di sorreggere un contenuto di qualità emozionale, intuitiva, espressiva, complessa, ripudiando così per se stesso, ma per il poeta in generale, anche con tale scelta formale, la condizione di uomo medio, e rifiutando implicitamente ogni ridimensionamento del valore della poesia, intesa al contrario come poesia "alta".
Insomma Perlongo supera con convinzione l'attributo di "insopportabilità" che il Montale "minore", nella sua ultima fase, quella della destituzione del sublime poetico, riferiva alla qualifica di poeta, e lo fa con la medesima fede che il poeta ligure esprimeva, contestualmente a quell'approccio "antisublime", nei confronti della forza della poesia, accordandogli entrambi, alla poesia, intendo, forse semplicemente in quanto poeti, la capacità di essere a pieno titolo espressione degli uomini del proprio tempo.

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l'estratto di "Metessi" (doc - 71,5 KB).

 


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