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La scazzeca, l’opera poetica di Evandro Ricci presenta un grande affresco d’umanità e di sensibilità. ( La Moderna, Sulmona 1999)
di Franco Dino Lalli


l'opera

Con il suo ultimo poema, Evandro Ricci ci offre, come già con “Pe ju tratture”, un grande affresco poetico d’umanità e di sensibilità. Il titolo del poema deriva dall’espressione dialettale che indicava la colazione semplice offerta ai mietitori durante la pausa del lavoro nei campi e così come essa era tanto attesa e gradita, così come religiosamente attuata nelle sue forme rituali, allo stesso modo a noi è offerto il dono di una poesia semplice e sincera e tanto densa di rituali espressivi e significativi. Con il fiume dei suoi versi, infatti, Ricci ci offre una struttura poetica d’immediata e profonda capacità descrittiva ed introspettiva nel suo dialetto preferito (quello di Secinaro, paese in provincia de L’Aquila) che rende più realistici i temi e al tempo stesso più musicali i moduli espressivi.
È nel tema del realismo, anzi di un pessimismo realistico, che il poema si apre con un’invocazione, una sconsolata invocazione al “Ddì de j’ome”(pag. 13) al quale ogni uomo, che vive sulla terra e per la terra, si rivolge con preghiere legate alla speranza sincera per la tutela del quotidiano sopravvivere. Ma qui la preghiera è una preghiera sconsolata, priva di compiacimenti e di consolazione, perché parte dalla presa di coscienza che la vita che Dio manda agli uomini è una vita sempre amara e non si può ringraziarlo per «na vi’ senza amore, che’ penzire / de la morte che stritela ji bune / i fa campà chiù a lunghe ji chettive» (v. 10-12) e per le giornate, povere di sole, in cui non v’è serenità, ma solo stanchezza e le mani stringono carezze mai avute «fiure cute / già sicche che ‘nu brivide de mène» ( v. 25-26).
Il poeta trae questo suo pessimismo dallo sguardo al mondo attuale del quale egli traccia un profilo alquanto negativo, contrapponendolo a quello del passato, nel quale il poeta ritrova i suoi ideali più profondi e sinceri, più veri ed autentici. Questo nostro mondo, nel quale «ju pròvvede respire de la gente / te’ nu segnifecate releggiuse…» (pag. 14 v. 7-8), dove l’uomo non ha colpa se «senza capì, se passa fretteluse / senza guardà j’azzurre de ju ciele…» (pag. 15 v. 20-21), é un mondo privo di giustizia nel quale non regnano più i criteri consapevoli di sana e serena onestà, un mondo in cui si è perduto addirittura «la carezza / de na mamma a ju cape de nu fijje / ascise n-terra p’aspettà lu pane» (pag. 47 v. 16-18).
In questo mondo il poeta, legato agli antichi vincoli d’idealità ormai scomparse, si sente prigioniero tra pareti imbiancante, di strade accatastate, d’automobili e d’immondizie, si sente prigioniero anche della gente «che scappa p’arraffà nu gramme d’ure / i s’è scurdata de nu criste n-croce» (pag. 99 v. 14-15). La terra è diventata matrigna e offesa, il cuore del mondo si è fermato col filo sottile della speranza, la gente cerca solo un posto per morire, l’occhio rispecchia la rassegnazione, la rabbia portata da millenni, l’anima si è vuotata dell’amore e si empie solo di disperazione, muore la pace, la speranza, l’ansia, il desiderio che richiama luce d’amare e di farsi amare, come un cane in cerca di pietà, dell’ombra di una pianta per morire (pag. 116).
L’autore offre, in contrapposizione, la ricca simbologia della terra, anzi si nasconde e si perde in essa alla ricerca di una verità profonda e ne trae i motivi dell’elegia per la perdita d’identità dell’uomo nella società attuale che non offre più spunti di socialità e di religiosa comunità. Per guardare avanti, per avere speranza e per avere gli occhi ad un futuro migliore, occorre aprire «nu buscitte a la speranza, / cerca de resentì sotte la scorza / l’ànema della terra de tatone…» ( pag. 101 v. 4-5) così si accenderà una lanterna e «te pare bijje pure ju dolore / i l’aria che respire se fa doce» (pag. 101 v.15-16).
Centrale e fondamentale, oltre che un autentico capolavoro, è la poesia che dà il titolo all’opera. L’inizio è tutto sotteso a brividi descrittivi, nel chiaroscuro della mattina, quando la «campana / passa cantènne a nnìzie de jurnata / purtènne na preghira i na speranza / dentre a nu core triste i mpaurite / pìne de jerva amara i de scunfurte» (pag. 30 v. 9-13): è l’attesa dei mietitori per la chiamata al lavoro. La speranza si accende quando arriva il padrone e chiama «e tu, e tu... e tu…». Poi arriva il giorno arroventato dalla fatica e dal sudore con la polvere degli anni nelle mani. E giunge la fame che si volge alla speranza quando si vede arrivare il canestro della donna «nu pitte pare schioppa la blusetta». E’ la scazzeca, la colazione semplice, fatta dell’involto di sardine tra le fette di pane unto dell’olio di Raiano ed ognuno sa quanto essa vale e ciò che rappresenta.
Attraverso lo scandire dei versi del poeta c’immergiamo nella grande e mistica religiosità che proviene dai gesti semplici e simbolici, dal descrivere tutte le emozioni che derivano dal sole della mietitura e dal grano, dai fiori in mezzo a loro e dal vento dei ricordi che promanano i versi scanditi dal poeta. Poi arriva il momento della ripresa del lavoro dopo una breve sosta perché «la metetura è cumma na preghira / che se straporta apprisse mille sunne, / mille suspire che’ lu grane d’ure» (pag. 34 v. 11-13). Scotta il falcetto e il lavoro torna intenso e tornano i segreti e le sensazioni che alla religiosa momentanea sosta precedente uniscono le vibranti sensazioni della fatica «che’ l’anema sfìurata da turminte / che rrìmpiene ju munne de la vita» (pag. 34 v. 9-10). Così il poeta si fa contadino, anzi «befuleche senza nome» (pag. 35), con una sua precisa e ben definita identità e dignità che universalizza il suo microcosmo alla ricerca della propria identità, nella religiosità e nella sacralità del suo dolore e della sua condizione.
Il poeta rinviene nella religiosità delle piccole cose la verità della sua fede. In un acino di grano egli ritrova la religiosità del pane quotidiano di un tempo, che «recanta returnijje de la vita» (pag. 38 v. 16) cioè riporta ad una dimensione più naturale, più familiare, più legata agli ideali di solidarietà e di speranza per poter cancellare le «fùrie de turminte / pe regustà respire de dumane» (pag. 38 v. 18).
Nell’esortazione ad osservare una pianta d’ulivo (pag. 50) il poeta, in un modulo espressivo diverso dal resto del poema e cioè in versi di una melodia tutta sinuosa e danzante, esorta ad osservare, in una pianta d’ulivo «stu mare d’arginte, sta voce de vinte» per farne tesoro nei momenti degli affanni. Egli si sente inoltre un soffione, un sogno di pietra, l’amore di un animale, in breve tutti gli elementi più semplici, per essere religiosamente legato alla terra e ai suoi valori più profondi e più veri, quei valori che il suo canto ricerca e ritrova. In tutto ciò si coglie la profonda religiosità che permea tutto il poema, contraddistinto dal pessimismo e dal realismo di cui si diceva, ma che, grazie proprio alla sensibilità profonda del poeta si scioglie poi nella ricerca della speranza e della solidarietà.
E il poeta fa della speranza lo strumento per cui si può accendere «na landerna / a reschiarà lu scure de la mente, / a resbijjà la luce de la pace, / a dà la fede ancora a ju dumane» (pag. 65 v. 9-12). L’uomo-poeta va per il mondo alla ricerca del pane e del lavoro, lasciandosi dietro di sé gli affetti, i luoghi, le persone più care, sperduto come un pellegrino che va alla ricerca di un progetto che non conosce. E si chiede «cu pozze dà a la gente d’atre terre?» (pag. 68 v. 11). La risposta è il dono del «tesore de cante che me porte / apprisse uvunque vàie, na valìscia / de piante, de scunfurte, de salute / a la partenza, basce de n’addìe, / nu surrise che’è fatte de buntà. / Ca vujje dà lu bene de ju core, / ju desidèrie eterne de sta’ m-pace, de fa lu giuste senza mancaminte…» (pag. 68 v. 12-16).
A tutto possono essere di conforto e d’aiuto, anzi sono il solo modo per poter vivere e sopravvivere con quella dignità-identità propria dell’uomo, gli affetti ed in particolare l’affetto di un amico che diventa indispensabile per non dover rimanere «cumma cante senza sune, / culore de na frùscia rensecchita, / prufume de nu fiure senza nome, / bellezza de nu sunne che se more» (pag. 48 v. 6-9).
Il poeta si rivolge così al figlio e lo esorta al bene, a donarlo, ad accendere il mondo del sorriso della solidarietà e dell’amore che illumini il buio d’ogni cuore e la speranza nei cuori perché cresca la fede nel domani. E per confermare questo suo proposito nell’avvenire si rivolge anche al nipote, a perpetuare nell’avvenire il suo progetto di speranza. Così Ricci ci dona i confini e i punti di riferimento del suo messaggio, un messaggio universale legato ai valori fondamentali dell’uomo che vive di una religiosità ferma, ancorata alla terra e alle sue radici e che vede nella speranza, nella solidarietà e nell’amore «nu ponte… che venge ju turminte che ce stregne» (pag. 82 v. 23).

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Antonio Scacco, Fantascienza umanistica, Editrice Tipografica, Bari 2002, pp. 192.
di Pierantonio Persico

l'opera

A prima vista, il titolo Fantascienza umanistica del recente saggio di Antonio Scacco potrebbe far pensare ad una ulteriore ripartizione della fantascienza, da allineare a tutte le altre che i lettori e gli addetti ai lavori già conoscono: avventurosa, tecnologica, sociologica, speculativa, teologica et similia. In realtà, si tratta di una rilettura d'insieme della fantascienza, ispirata al concetto-base che la scienza è umanistica e ha, quindi, tutte le carte in regola per integrarsi con il sapere umanistico. Anche la fantascienza, poiché ha stretti legami con la scienza, può legittimamente definirsi umanistica. Da qui, l'idea di rintracciare tutte quelle opere che si sono ispirate al concetto di scienza umanistica. Compito non facile perché - come ben evidenzia Antonio Scacco - non sempre e non tutti gli autori di fantascienza hanno prodotto, e producono, storie in cui campeggia l'ideale dell'umanesimo scientifico. Più frequentemente, è dato di riscontrare opere in cui prevale l'ideale opposto: l'antiumanesimo. Il motivo, secondo Scacco, è semplice: la scienza è spesso vista dagli scrittori come la principale e l'unica fonte di valori. In pratica, cadono nell'errore dello scientismo, che è nemico non solo della scienza, ma anche dell'umanesimo autentico. Tuttavia - suggerisce Scacco - se gli scrittori vogliono strappare la fantascienza dall'attuale impasse, devono liberarsi dall'ottica scientista e diventare un po' pensatori e un po' filosofi, come pensatori e filosofi sono stati alcuni grandi scrittori di fantascienza del passato: Wells, Zamjàtin, Huxley, Lewis, Orwell, ecc. Tra di essi, la simpatia di Scacco va, soprattutto, a Zamjàtin e a Lewis, il primo per avere messo in luce, nel suo capolavoro Noi, la valenza umanistica della scienza, il secondo per avere confutato, con la sua trilogia interplanetaria (Lontano dal pianeta silenzioso, Perelandra, Questa orribile forza), l'assioma del materialismo metafisico, secondo cui non esiste altra realtà al di fuori di quella quantificabile e misurabile con gli strumenti della scienza.

 


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