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Laboratorio di lettura:
Suggerimenti culturali 2
a cura di Gaetano G. Perlongo

Febbraio 2006

 

Rivisitando “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, posso asserire che leggere i libri è come costruire ancora granai individuali, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.


La saggezza dei libri

In mezzo secolo di insegnamento, Harold Bloom ha sempre cercato di confrontarsi con una domanda: in che modo la letteratura può essere utile alla vita? Oggi, dopo decenni di studi e di riflessioni, egli è più che mai convinto che la cultura letteraria abbia uno scopo decisivo: aiutarci a raggiungere la saggezza. Questo suo ultimo libro nasce così dalla sua esperienza personale, rispecchiando la ricerca di una saggezza che sia in grado di portarci chiarezza e conforto di fronte ai misteri del dolore e della sofferenza - le esperienze della malattia, dell'invecchiamento, della perdita delle persone che amiamo, dei nostri piccoli o grandi fallimenti - che più di ogni altra cosa hanno la capacità di spingerci a riflettere, a cercare un senso dell'esistenza. La mente finisce sempre per tornare al suo bisogno di bellezza, di verità, di comprensione. Su questi stessi problemi i grandi classici della letteratura si interrogano da tremila anni, offrendoci le loro risposte. Questa capacità di parlarci, di rivolgersi alle nostre vite, fa sì che conservino sempre intatta la loro attualità e rende il loro ascolto, ieri come oggi, un'esperienza arricchente. La loro ricerca è anche la nostra. Dalla sapienza ebraica di Giobbe e dell'Ecclesiaste a quella greca di Omero e Platone, da Cervantes a Shakespeare, da Montaigne a Goethe a Freud, Bloom ci guida così tra una serie di esempi letterari in grado di accrescere in noi la consapevolezza, la fiducia in noi stessi, l'accettazione di ogni momento dell'esistenza, fino a indicarci quelle risposte capaci di illuminare il nostro cammino sulla terra.

Harold Bloom, “La saggezza dei libri”, pp. 381, Rizzoli, 2004.


Oltre Chiasso

Sia che tracci a parole un benevolente ma mordace profilo di Fellini, sia che volga lo sguardo sulla tragedia privata di Alex Langer o su quella universale delle Torri Gemelle, il punto di vista di Ceronetti riesce sempre a spiazzare il lettore, a scuoterlo, perfino a irritarlo; poi, digerita l'irritazione, passato l'effetto degli schiaffi, la sua scrittura disagevole si trasforma in tela di ragno che avvolge e cattura, diventando inesorabilmente disvelatrice. Proprio per questo le sue pagine più belle non sono quelle della cronaca o della cultura e neppure quelle degli affetti, quanto piuttosto la delicata immersione in quel minimo teatro di strada che diventa vocazione, poetica di fatto, filosofia del quotidiano.

Guido Ceronetti, “Oltre Chiasso”, pp. 214, Libreria dell'Orso, 2004.


L'uomo che reggeva il cielo

Undici storie al tempo stesso reali e magiche, testimonianza di un mondo quasi completamente scomparso. Un omaggio pieno di affetto ad una umanità varia e ricca di fascino, semplice e autentica. Il ricordo di una giovinezza inquieta e sognante, con i suoi volti e i suoi luoghi, le sue amicizie, i suoi amori e le sue bevute. Il libro degli incontri seguiti dagli immancabili addii: con le figure spettrali vestite di bianco che si muovono intorno a un lago di montagna o con il vecchio che sembra uno gnomo e che, in mezzo a un bosco, non si stanca di reggere il cielo.

Francesco Guccini, “L'uomo che reggeva il cielo”, pp. 81, Libreria dell'Orso, 2005.


Il cimitero dei poeti

In occasione della presentazione di un libro sui poeti assassinati, cinque giovani dell'Associazione scortano a Roma il Professore, un inquietante psicanalista. Ben presto si trovano a vagare tra i fuochi fatui della città eterna. Il talismano che tengono stretto per non soccombere è un taccuino su cui scrivono avventure e impressioni. Molteplici, misteriosi gli incontri: la Festeggiata, la Scrittrice delle Ombre, il Poeta, il Figliol Prodigo, fino a Keats e Shelley che da anni soggiornano nel piccolo graveyard sull'Aventino. Anche amori e rancori hanno preso il treno, nelle stanze e nei bui corridoi dell'Hotel Lisbona la fanno da padroni.

AA.VV., “Il cimitero dei poeti”, pp. 228, Il Notes Magico Editore, 2003.

Uno spasso

Wislawa Szymborska nasce in Polonia a Kornik 1923. Nel 1931 si trasferisce con la famiglia a Cracovia dove compie gli studi liceali sotto l'occupazione tedesca; qui negli anni 1945-1948 studia irregolarmente letteratura polacca e sociologia all'Università Jagellonica. Dal 1953 al 1966 è redattrice del settimanale letterario di Cracovia "Zycie Literackie", al quale collabora come esterna sino al 1981. Dal 1993 pubblica le sue recensioni sul supplemento letterario di "Gazeta Wyborcza". Nel 1993 viene insignita in Germania del premio Goethe, nel 1995 in Austria del premio Herder, e nel 1996 del Nobel per la letteratura. Ha pubblicato fino ad oggi dieci raccolte poetiche ed è autrice anche di alcune raccolte di recensioni-feuilleton.

Wislawa Szymborska, “Uno spasso”, pp. 106, Libri Scheiwiller, 2003.


Luoghi del Novecento. Studi critici su autori italiani

"Nei "Pariser Passagen" o "Passagenwerk", l'ultima fatica non portata a termine da Benjamin, la Parigi capitale del XIX secolo diviene lo spazio in cui materialmente si ha la nascita del poeta moderno. Uno spazio determinato dalle nuove congiunture economiche e, dunque, dalla nuova forma della città con costruzioni che tengono il ruolo dell'inconscio e dell'immateriale. Lì, tra 'passages' e falansteri, compare un'immaginazione che al pari dell'economia modifica i rapporti con il sapere e con la nostra interiorità. I luoghi della poesia e dell'arte sono insomma luoghi spirituali (nel senso di una loro pienezza e di una congruità col mondo). Regioni interiori in cui si storicizza la nostra appartenenza alla vita, ma dove anche vengono salvaguardate le opere alle quali abbiamo affidato il destino umano. Ed è appunto in virtù di tale salvaguardia, del fatto - come scrive Heidegger - che l'opera vive anche nel suo essere stata composta in una sede reale, che noi infine salviamo l'esistenza. Insomma, quello della salvaguardia, cioè del riconoscimento interiore di tali ambiti, è un sapere e anche un atto di volontà. Così le indagini critiche intorno all'opera (le eguali compiute in questo libro da Alessandro Moscè) mirano ad accostarsi al carattere stesso dei testi, ma insieme alla realtà di una cultura che è anche la conferma del nostro essere al mondo" (Gualtiero De Santi).

Alessandro Moscè, “Luoghi del Novecento. Studi critici su autori italiani”, pp. 165, Marsilio, 2004.


Senza perdere la tenerezza

Non c'è dubbio: questa è la biografia più riuscita e più letta del guerrigliero e dell'uomo che fu Ernesto Guevara. Il libro definitivo sul Che. Nella sua prima edizione ha venduto oltre mezzo milione di copie in diciassette paesi ed è stato tradotto in nove lingue. A sette anni dalla prima stesura della sua opera più impegnativa, Paco Ignacio Taibo II non si è ancora liberato dal fantasma del Che, e ha sentito il bisogno di continuare a dialogare con lui, di approfondire qualche episodio, introdurre nuovi aneddoti, arricchire di sfumature alcuni ritratti, utilizzare fotografie e testimonianze rese disponibili dalle pubblicazioni più recenti, confrontarsi e, perché no, polemizzare con le interpretazioni in circolazione. La vita di Ernesto Che Guevara è già leggenda, dalla giovinezza nomade e ribelle alle imprese della rivoluzione castrista, dal periodo di governo nella Cuba assediata dagli Stati Uniti alla tragica fine sui monti della Bolivia. Eppure Paco Taibo, con il suo talento di romanziere, riesce a farne una storia che accade man mano che viene narrata, tenendone vivo il carattere di "provocazione che viene dal passato". Questo è ancora oggi Ernesto Che Guevara: un'icona, oggetto di controversie, omaggi e vituperi. Per i giovani, che lo ostentano sulle magliette ma sanno poco di lui, è una sorta di nonno rosso dell'utopia; per la generazione degli anni sessanta rappresenta l'araldo di una rivoluzione latinoamericana che continua a essere necessaria. Paco Taibo parla agli uni e agli altri, sempre in equilibrio tra obiettività e partecipazione, svelando di Che Guevara le mille sfumature, la tenacia e l'idealismo, le idiosincrasie, le letture preferite, gli accessi d'asma, gli innamoramenti non solo intellettuali. E insieme al ritratto dell'eroe che per tutta la vita fu avventuriero, vagabondo e romantico, convinto che "bisogna essere duri senza perdere la tenerezza", Taibo traccia il memorabile affresco di un continente con i suoi conflitti mai risolti e la sua sete di giustizia.

Paco Ignacio II Taibo, “Senza perdere la tenerezza. Vita e morte di Ernesto Che Guevara”, pp. 858, Il Saggiatore, 2004.

 


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