Sostieni Emergency

Chi Siamo Sommario Editoriale Poesia Cultura Elzeviro


Home Page


In primo piano


Laboratorio di lettura:
Suggerimenti culturali 1
a cura di Gaetano G. Perlongo

Febbraio 2006

 

Rivisitando “Memorie di Adriano” di Marguerite Yourcenar, posso asserire che leggere i libri è come costruire ancora granai individuali, ammassare riserve contro un inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire.


Nome di battaglia: Diavolo

Questa è la storia di un omicidio e di un complotto, ma insieme di una società corrotta, che ha visto forze diverse e spesso contrapposte cercare uno scopo comune: condannare e perseguitare un innocente per nascondere una verità ancora oggi scomoda e sottaciuta. Nell’Italia insanguinata del dopoguerra l’omicidio del parroco don Umberto Pessina rappresenta un nodo problematico attorno al quale si stringono tensioni e conflitti che hanno caratterizzato la cosiddetta «guerra civile italiana». Don Umberto Pessina, parroco di San Martino Piccolo nell’«Emilia rossa», viene ucciso con due colpi di arma da fuoco il 18 giugno 1946. Durante il funerale, tra la folla impaurita e piangente, il vescovo Socche lancia una scomunica contro i colpevoli. Ma l’omicidio don Pessina produce un’altra vittima: il partigiano Germano Nicolini, noto come «Diavolo», al tempo sindaco di Correggio. Diavolo verrà ingiustamente accusato prima di essere l’esecutore e poi il mandante dell’orribile delitto. Giudici, sacerdoti e gerarchie del Vaticano e della chiesa locale, partiti, in prima fila il Partito comunista di Reggio Emilia, concorrono a tenere nascosta la verità e sostengono l’infame accusa contro un uomo giusto e coraggioso. I veri colpevoli verranno processati soltanto nel giugno del 1994. Come si sono svolti i fatti? Chi sono i colpevoli e perché il loro nome è rimasto nascosto per così tanto tempo? E qual è il ruolo della Chiesa, del Partito comunista e della magistratura italiana? “Nome di battaglia: Diavolo” è un libro basato su atti processuali e su fonti scritte e orali, sulle testimonianze dei protagonisti. E un contributo a riscoprire una storia di connivenze sospette che infangano la memoria della Resistenza.

Frediano Sessi, “Nome di battaglia: Diavolo. L’omicidio don Pessina e la persecuzione giudiziaria contro il partigiano Germano Nicolini”, pp. 256, Marsilio, 2000.


Etologia della guerra

I conflitti armati che hanno funestato il novecento non sembrano destinati a cessare, sono la prova di quanto sia illusoria l’idea del “pacifismo lacrimoso” di cui parla Aldous Huxley: l’idea cioè che basti mostrare agli uomini le crudeltà della guerra perché essi finalmente vi rinuncino. É urgente invece, secondo Eibl-Eibesfeldt, elaborare una nuova cultura della pace che, spazzando via ogni pregiudizio antropocentrico, riconosca la realtà istintuale che condiziona i nostri comportamenti. Le ricerche condotte per anni dal nostro autore hanno contribuito a demistificare i luoghi comuni del buon selvaggio e di società animali idilliache: l’aggressività è diffusa ovunque, ma è sciocco colpevolizzare una funzione naturale per il semplice fatto che l’abbiamo in comune con la bestia.

Ireanus Eibl-Eibesfeldt, “Etologia della guerra”, pp. 323, Bollati Boringhieri, 1999.



Il flipper di Popper

Pensate che la filosofia sia una materia noiosa e difficile? Probabilmente non avete mai letto i libri di Zap Mangusta. Dopo il successo di “Le mutande di Kant” e i “I calzini di Hegel”, l’infaticabile autore torna con un nuovo saggio capace di rendere comprensibili e divertenti anche argomenti spesso considerati inavvicinabili. In fondo che cos’è la filosofia? In poche parole è qualcosa che serve a capire la vita, spiega Zap Mangusta. Se dunque volete sapere chi siamo, perché siamo qui e dove andiamo, queste pagine irriverenti e piene di ironia vi aiuteranno a darvi una risposta o per lo meno a porvi delle domande.
Il volume è articolato in capitoli dedicati alle varie correnti filosofiche contemporanee e ai maggiori filosofi, dagli “Evoluti” (Darwin e Spencer) fino ai “Falsificazionisti” (Popper), passando per gli “Psichici” (Freud e Jung), i “Vitalisti” (Bergson), i “Francoforzuti” (Horkheimer, Adorno, Marcuse) e molti altri. Di ogni grande pensatore Zap Mangusta ci regala un ricco e ironico profilo articolato in paragrafi, che illustrano la biografia, il pensiero, le opere scelte, la fortuna, il giudizio complessivo sul personaggio ma non solo. Appositi paragrafi riportano alcuni film e una scaletta mirata di brani musicali, utili per arricchire la comprensione emotiva di ogni filosofo, mentre un “test attitudinale” invita a scoprire il valore del suo insegnamento negli avvenimenti e nelle esperienze quotidiane. Grazie alla particolare struttura per paragrafi, il volume si presta sia a una tradizionale lettura lineare sia a una consultazione per argomenti, che permetta di saltare da un capitolo all’altro. Inoltre, per renderlo uno strumento più “attivo”, l’autore ha infarcito la sua trattazione di considerazioni curiose e ha messo in rilievo alcuni aspetti paradossali delle vicende dei personaggi. Certamente in nessun altro libro di filosofia troverete pagine ugualmente attendibili e divertenti, come quelle che Zap Mangusta riserva al pensiero di Sigmund Freud, soprannominato Mr. Libido, alle prese con i concetti di inconscio, super ego, tabù, pulsioni primarie, o quelle dedicate a Karl Raymund Popper, altrimenti detto Flipper, il Kant del XX secolo, un pensatore poliedrico che affronta la vita con leggerezza, come se fosse un gioco. Ben sapendo che parlare di filosofia in modo freddo e dottorale non significa trattare meglio l’argomento, Zap Mangusta opta per un saggio appassionante che trae dall’ironia una marcia in più, ma che è anche frutto di un’approfondita ricerca e riserva grande attenzione ai contenuti. Il suo è libro rivolto a tutti, soprattutto a “quelli che non hanno le idee chiare. E che pertanto non hanno ancora capito a che accidenti servono i filosofi”.

Zap Mangusta, “Il flipper di Popper. Azzardi, trucchi e segreti della filosofia contemporanea”, pp. 383, Piemme, 2005.

L’impero e il vuoto

“In India e in tutto il mondo i nostri margini di libertà si stanno riducendo a una velocità spaventosa” denuncia Arundhati Roy. L’autrice del “Dio delle piccole cose” ha già messo le sue doti di narratrice al servizio della democrazia e dei diritti umani. Ora, nelle conversazioni qui raccolte, smaschera gli schemi del potere globalizzato e ci obbliga a riflettere e a prendere una posizione. Perché Arundhati Roy non si accontenta di sventolare bandiere. La sua è una nuova forma di attivismo politico: quella di una cittadina indiana che non solo arriva al cuore dell’impero, ma parla “da schiava che pretende di criticare il suo sovrano”. Che parli dell’asservimento al potere dei media occidentali, del terrorismo internazionale o delle corrotte politiche di privatizzazione in India, Arundhati Roy dimostra tutta la sua capacità di “visualizzare la struttura invisibile dell’impero odierno”, come scrive Naomi Klein nell’introduzione. Ma insieme all’impegno civile, all’attivismo politico, nelle lunghe conversazioni qui raccolte la narratrice indiana parla anche di sé, della sua vicenda umana e famigliare segnata dall’assenza della figura paterna, e poi degli studi, dei viaggi, del successo mondiale dei suoi libri. Ne esce così il fulmineo ritratto di una protagonista della letteratura contemporanea, diventata icona del movimento contro la guerra e per i diritti civili.

Arundhati Roy, David Barsamian, “L’impero e il vuoto. Conversazioni con David Barsamian”, pp. 160, Guanda, 2004.

America: il nuovo tiranno

Una denuncia lucida e vibrante dei pericoli dell’egemonia dello “sceriffo americano” nel mondo del dopo 11 settembre. “Gli Stati Uniti sono ciò che si definisce uno “stato fallito”. Hanno formalmente delle istituzioni democratiche, che funzionano ormai a malapena”. In questi anni l’invasione dell’Iraq vissuta all’inizio come un’operazione priva di difficoltà si è rivelata una trappola sempre più pericolosa per l’invasore, costretto ad affrontare uno stillicidio di perdite: “Non è da tutti riuscire a fallire in una cosa di questo genere, occorre un vero talento”. E gli americani hanno dimostrato di possedere questo non invidiabile talento. Nel suo inimitabile stile, Chomsky analizza le questioni cruciali della politica interna ed estera degli Stati Uniti, servendosi di un linguaggio molto esplicito e di immagini e metafore estremamente vivide. L’atteggiamento degli Stati Uniti di fronte agli altri Paesi del mondo, per esempio, è assimilato a quello di un capomafia: “Il padrino deve assicurarsi che la gente capisca chiaramente che il boss è lui. Nessuno deve permettersi di intralciargli la strada”; e se qualcuno osa contraddirlo che sia Castro, Miloevic o Saddam, manda i suoi sgherri a rompergli le ossa, perché “tutti devono comprendere chiaramente che non ci si può permettere di sfidare chi comanda”. Ma in questo modo, sottolinea Chomsky, l’America non fa altro che presentarsi agli occhi del mondo come l’autentico “Stato canaglia”, la più grande minaccia per la pace, alimentando così la corsa al riarmo e il terrorismo stesso. Solo se gli Stati Uniti riusciranno a cambiare dall’interno, diventando almeno “democratici come il Brasile”, si potranno superare le minacce che incombono sulla Terra del XXI secolo.

Noam Chomsky, David Barsamian, “America: il nuovo tiranno”, pp. 199, Rizzoli, 2006.

Morti scomodi

Elías Contreras non è mai stato a Città del Messico. Indio, miliziano dell’Esercito zapatista di liberazione nazionale, nominato commissario d’indagine dal Subcomandante Insurgente Marcos, ha già risolto una serie casi laggiù nel Chiapas. Ma dopo la misteriosa apparizione di Pepe Carvalho nel villaggio di La Realidad con un’ambasciata di don Manolo Vàzquez Montalbàn, Elías viene inviato per sei mesi lassù nel Mostro, cioè nella capitale, a prendere confidenza con le abitudini cittadine. Dovrà incontrare, sotto il Monumento alla Rivoluzione, Héctor Belascoaràn Shayne, il detective orbo nonché claudicante la cui fama di strenuo difensore dei “fottuti di sempre” è giunta fino agli alti comandi dell’EZLN. Mentre Elías cerca di schivare le macchine impazzite e capire come si prende l’autobus o la metropolitana (per scoprire che in questi casi non è d’aiuto gridare “el pueblo unido jamàs serà vencido”), Héctor viene ingaggiato da un altro Héctor e dal suo cane (pure lui) zoppo, allarmato dai messaggi lasciati sulla sua segreteria telefonica da un sedicente defunto in vena di denunciare i suoi assassini e, già che c’è, quarant’anni di abusi commessi da tutti i poteri che hanno segnato la storia del Messico. Elías nel frattempo riceve dal Subcomandante istruzioni per le proprie indagini, trasmesse direttamente da Vàzquez Montalbàn, e ce n’è per tutti i gusti: intrighi finanziari, speculazioni edilizie, corruzione politica e crimini contro le popolazioni indigene. Le ricerche di Contreras e Belascoaràn convergono su un nome, quello di un certo Morales. Ma si tratta di un’unica persona? Oppure di Morales ce ne sono tanti, perché tante sono le incarnazioni del male nella Storia?
Gioco letterario, avventura a incastro, manifesto politico, romanzo giallo, l’inedito esperimento a quattro mani di Paco Taibo e del Subcomandante Marcos dà vita a una narrazione traboccante di humor e poesia, dedicata a quelli che perdono sempre e ai loro morti che non trovano mai pace.

Marcos, Paco Ignacio II Taibo, “Morti scomodi”, pp. 219, Tropea, 2005.

 


Tutti i diritti riservati © 2006 Il Convivio - Partner tecnologico Pertronicware

Rubriche

E-book della poesia
Proposte di lettura
Recensioni
Concorsi letterari
Links
Box e-mail
Archivio


Centro di poesia contemporanea

Risoluzione consigliata: 800 x 600 pixel - Browser: Microsoft Internet Explorer 4.0 o successivi