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Cambiare il mondo senza prendere il potere
di John Holloway
Intra Moenia


l'opera


Viviamo in un mondo che non ci piace. Come possiamo cambiarlo? Dobbiamo cominciare dal grido, dal rifiuto, dalla negazione, dice John Holloway. E il suo libro, Cambiare il mondo senza prendere il potere, serve appunto a rafforzare il grido. Tutte le esperienze rivoluzionarie del secolo scorso miravano a cambiare la società attraverso la conquista del potere dello stato, con mezzi pacifici o mezzi violenti. Non hanno avuto successo e non hanno costruito le relazioni sociali diverse che avevano sognato. Eppure, Holloway pensa che sia possibile riscattare l'idea di rivoluzione dalle sconfitte passate.
Ma si può cambiare il mondo senza prendere il potere? È una domanda che si pongono in pochi, ad esempio gli zapatisti. Non conosciamo la risposta, ma adesso sappiamo quanto sia necessario e urgente. L'intento della ricerca di Holloway è di aprire una discussione, a partire dal fatto che nella società capitalista il termine "potere" occulta due significati e due movimenti diametralmente opposti.
"Cambiare il mondo senza prendere il potere" è già uscito in Inghilterra, Spagna, Argentina, Germania, Brasile, Corea del Sud e in Italia [una coedizione del settimanale Carta con Intra Moenia e l'Università di Puebla]. Sono in via di traduzione anche le edizioni francese, greca e turca. La severa e rigorosa analisi del pensiero della tradizione marxista ortodossa e la polemica con le tesi sostenute in "Impero" da Antonio Negri e Michael Hardt hanno suscitato uno straordinario e acceso dibattito in tutto il mondo.

l'autore

John Holloway è nato a Dublino, in Irlanda. Si è laureato all'Università di Edimburgo e diplomato in Alti studi europei al College d'Europe. Dal 1972 ha insegnato all'Università di Edimburgo, oggi è docente all'Università autonoma di Puebla, in Messico. Ha pubblicato numerosi saggi tra cui: The State and Capital: a Marxist Debate; In and Against the State; Postfordism and social form; Global Capital, National State and The Politics of Money. Con Eloína Peláez ha scritto Zapatista! Reinventing Revolution in Mexico.

Intervista a John Holloway raccolta da Marco Calabria

CHE IL MODO più realista per cambiare la società fosse la lotta per la conquista del potere dello stato è stata la convinzione granitica di tutti i rivoluzionari del secolo scorso. La storia e i tragici destini delle rivoluzioni "vittoriose" hanno poi dimostrato che l'idea che si dovesse prima prendere il potere e poi creare una società diversa non era poi così realista. È questo il senso di una delle riflessioni centrali dell'ultimo libro di John Holloway, "Cambiare il mondo senza prendere il potere", un libro importante, che ha aperto una discussione seria e accesa dopo le pubblicazioni in lingua inglese e spagnola: l'edizione italiana uscirà in primavera nella collana "Cantieri" di Carta e Intra Moenia.

Nelle ultime settimane, abbiamo parlato spesso con Holloway, apprezzandone la grande disponibilità e la simpatia, la capacità di utilizzare un linguaggio rigoroso quanto ironico e chiaro. È un maestro degli interrogativi e un nemico giurato delle certezze, John Holloway. Scrive, ad esempio: "E allora? Come potremo cambiare il mondo senza prendere il potere? Alla fine del libro, così come all'inizio, non lo sappiamo… Abbiamo perduto ogni certezza, ma l'apertura all'incertezza è centrale, per la rivoluzione". È per questo che ci è sembrato utile pubblicare questa intervista proprio alla vigilia di un appuntamento che addensa su di sé molte nuove domande.

Mancano pochi giorni al forum di Porto Alegre. Nel primo si è detto: "Un altro mondo è possibile", nel secondo che "un altro mondo è in costruzione". Adesso, forse, si sta aprendo una terza tappa, e prima o poi si dovrà pur dire come dovrebbe essere questo mondo altro… Riccardo Petrella ha scritto su Carta che il prossimo forum sarà "la prima planetaria, quella dell'estensione planetaria dei temi, degli obiettivi, dei tempi e delle forme di azione. Una tappa che può durare anni…". Cosa pensi del terzo Forum sociale mondiale?

Non potrò andare a Porto Alegre neanche quest'anno. Ma naturalmente mi sembra un incontro molto importante per tutti noi che stiamo lottando per la sopravvivenza dell'umanità, cioè per un mondo non capitalista. Credo sia importante riconoscere che questo mondo è già in costruzione, che non è semplicemente qualcosa che si potrà costruire dopo la rivoluzione, e naturalmente questa costruzione è e deve essere un processo mondiale. Il capitale è una relazione sociale opprimente che minaccia di distruggerci completamente. Dobbiamo imparare da tutta la gente che, vivendo relazioni sociali oppressive, ha la forza di dire "Basta!". È questo quel che dobbiamo dire ai capitalisti e ai loro amici politici: "Ya Basta! Vayanse al carajo! Qué se vayan todos!".

La ribellione è fondamentale, ma deve essere una ribellione pratica, deve essere [ed è] la costruzione di un altro fare, di un'altra socialità, di un altro modo di vivere. La lotta è per sviluppare questo fare alternativo fino al punto in cui potremo sentire che il non lavoro è realmente una liberazione. Ma questo non significa scegliere la povertà: non siamo e non vogliamo essere San Francesco d'Assisi. Si tratta, invece, di aver accesso all'immensa ricchezza del fare sociale, di liberare la ricchezza del fare sociale, mondiale, appunto. Gli eventi come Porto Alegre, Seattle, Genova, sono molto importanti, ma alla fine ciò che conta è la costruzione e l'articolazione di un altro "fare".

Con un articolo sulla rivista zapatista messicana "Rebeldía" hai risposto a una domanda che ti era stata rivolta: gli zapatisti sono un movimento anticapitalista? Puoi rispondere a quella stessa domanda a proposito del movimento di Seattle, Genova, Barcellona, Firenze, ecc., quello che qui in Italia alcuni chiamano "no global", altri "antiliberista" e altri ancora "movimento dei movimenti"?

Un bacio è un movimento anticapitalista. Tutto dipende da come si intende quell'"è". Tutto ciò che "è" in questa società nasconde contraddizioni. Se due persone si baciano, è chiaro che non stanno pensando [nella maggior parte dei casi] che quel bacio sia un'azione rivoluzionaria. Ma, se stanno affermando o cercando amore, soddisfazione sessuale, riconoscimento, amicizia - una relazione che entra in conflitto con una società basata sullo sfruttamento - allora abbiamo due possibilità. Possiamo guardare al bacio in una maniera positivista e dire: "Questo bacio non è un gesto rivoluzionario: e basta". Oppure, possiamo comprendere che anche noi siamo parte del bacio perché siamo parte della stessa lotta per l'amore, la soddisfazione sessuale, il riconoscimento, l'amicizia - anche la dignità. Se questo è il nostro punto di partenza, allora il metodo scientifico non può essere l'osservazione dal di fuori [che è sempre un gioco bugiardo], ma il tentativo di aprire le categorie per vedere le loro contraddizioni e per prendere parte al conflitto che contengono.

Allora, se dico che un bacio è un movimento anticapitalista, non sto facendo del romanticismo assurdo e vuoto. È invece un modo di dire che ogni momento della vita nel capitalismo è nello stesso tempo un movimento capitalista e anche un movimento anticapitalista. Se intendiamo la nostra attività scientifica come parte della lotta per l'umanità [e io non vedo un altro modo di intenderla], allora dobbiamo partecipare, enfatizzando e rafforzando il movimento anticapitalista. Soltanto se riusciamo a capire che il bacio è un movimento anticapitalista, soltanto comprendendo che l'aspirazione alla rivoluzione ha le sue radici nelle azioni quotidiane, potremo parlare di rivoluzione.

In questo senso, dire che lo zapatismo è un movimento anticapitalista non implica chiudere gli occhi sulle sue contraddizioni. E lo stesso vale per il movimento di Seattle, Genova, Firenze, Barcellona, ecc. Certo che sono movimenti anticapitalisti: sono parte del grido di rabbia contro lo sfruttamento e l'ingiustizia della società attuale, sono parte della ricerca di una società degna, di una società umana. Come tutti i movimenti sociali, sono movimenti contraddittori: ci sono molte persone nel movimento che pensano che la giustizia e la dignità siano compatibili con il capitalismo, oppure che la risposta alla globalizzazione debba essere il nazionalismo. Ma noi siamo parte di un movimento contraddittorio, parte del processo di conflitto tra la ricerca della dignità, da un lato, e il capitalismo che la nega, dall'altro; o, meglio, parte della lotta della dignità contro il capitalismo che la nega. Dire che questi movimenti sono anticapitalisti non è semplicemente un'osservazione empirica, è un modo di dire che la lotta per la giustizia e la dignità, che è un elemento centrale di questi movimenti, implica il superamento del capitalismo e la costruzione di un altro modo di fare.

Tornando agli zapatisti, dopo un lungo periodo segnato da un "silenzio che parla", ora sembra si sia mosso qualcosa. L'Ezln può ancora giocare un ruolo importante nei movimenti sociali planetari?

Con la sua ultima iniziativa, cioè con il tentativo di promuovere un dibattito sul futuro del Paese basco, l'Ezln si sta proponendo più direttamente che mai come parte del movimento planetario, e la cosa mi pare eccellente. Credo che l'Ezln continuerà a giocare un ruolo molto, molto importante nello sviluppo della resistenza globale al capitalismo. Nello stesso tempo, quel lungo periodo di silenzio ci stava dicendo qualcosa di importante. Tra le altre cose, il silenzio ci diceva: "Noi, gli indigeni zapatisti, non possiamo essere il centro della resistenza; e se noi non parliamo, dovete prendere la parola voi, si devono aprire molti altri sentieri". Come dire che bisogna intendere lo zapatismo come un movimento che va molto al di là dell'Ezln, che non è corretto guardare all'Ezln come all'unico portatore o protagonista del movimento che ha lanciato. L'Ezln non vuole essere una nuova avanguardia, ed è importante che noi non cerchiamo di imporgli quel ruolo. Lo zapatismo è soprattutto un ripensamento della politica anticapitalista, ed esiste indipendentemente dai successi e dalle sconfitte dell'Ezln.

Non a caso, per l'Argentina si è parlato di zapatismo urbano: perché hai scritto che il levantamiento del dicembre del 2001 ha cambiato la grammatica della realtà?

Sì, a me sembra che per quello che sta succedendo in Argentina si possa parlare di zapatismo urbano. Quando, all'inizio del 1994, gli zapatisti insorsero, c'era la speranza che lo zapatismo si sarebbe riprodotto, come movimento popolare, nelle città. Ci fu un impatto molto importante nelle città del Messico e in molte altre parti del mondo, ma è adesso a Buenos Aires, a Rosario e in altre città argentine che si può vedere per la prima volta un movimento urbano di massa che riprende le idee zapatiste. Intendo, il tentativo aperto di sviluppare una nuova politica ribelle, una forma dell'agire che non passi per i partiti né per lo stato, l'enfasi sulla dignità come principio centrale dell'organizzazione e della lotta, l'accettazione del fatto che non abbiamo risposte, che dobbiamo "camminare domandando", lo sviluppo di nuove organizzazioni orizzontali come le assemblee di quartiere, e le nuove forme dell'agire come i blocchi stradali dei piqueteros, l'utilizzo della fantasia, del teatro, della danza, eccetera.

Quel che sta accadendo in Argentina è molto, molto importante, non per le possibilità che esistono o non esistono di cambiare il regime in Argentina, ma perché segna un nuovo passo nell'ondata mondiale di lotte che si è liberata con il primo gennaio del 1994. Per tornare alla tua domanda, la rivolta argentina cambia la grammatica della realtà nel senso che non accetta il linguaggio e la logica del potere, non accetta il concetto di realismo che l'ottica del potere comporta. Si sta sviluppando un altro modo di guardare alle cose, un'altra grammatica della ribellione.

A proposito del tema del potere, hai detto che coloro che teorizzano la costruzione di un contro-potere rimangono all'interno della circolarità del potere stesso…

No, non ho detto questo. Quello che dico è che il termine "contro-potere" è ambiguo, nel senso che suggerisce l'idea secondo la quale il nostro potere è l'immagine allo specchio del potere del capitale, come un esercito è l'immagine allo specchio di un altro esercito. È molto importante sottolineare che la relazione tra il potere del capitale [il potere-su, la "potestas"] e il nostro potere [il poter-fare, la potenzialità] è una relazione asimmetrica. Il nostro potere è il potere del fare sociale, il potere del capitale è la rottura del fare e della socialità del fare, sono due movimenti completamente differenti. Per questo preferisco parlare del nostro potere non come di un contro-potere ma come di un anti-potere. Non siamo un esercito che affronta un altro esercito. Il terreno della nostra lotta è [e deve essere] un terreno che il capitale non può concepire, che non può immaginare.

Che ruolo stanno giocando oggi "Enduring freedom" e il prossimo attacco all'Iraq nella questione del potere?

Come va intesa la bestialità attuale del capitalismo? Non semplicemente come la follia di un politico o di un governo, e non solamente come una peculiarità dei nordamericani barbari [sebbene anche questo giochi un ruolo], ma come qualcosa che è inerente a una società basata sullo sfruttamento e sulla negazione dell'umanità. Certo che Bush è un pericolo per l'umanità, ma dobbiamo vedere la sua capacità di scatenare la violenza nei termini di una violenza che è già presente nel sistema capitalista.

Il potere del capitale, il potere-comando, è una relazione dinamica. Non può restare tranquillo, la sua stessa sopravvivenza richiede uno sfruttamento ogni volta più intenso, una subordinazione ogni volta più completa del fare umano, cioè dell'esistenza umana. Se la nostra umanità, cioè la nostra insubordinazione, impedisce l'intensificazione costante dello sfruttamento, allora il capitale entra in crisi, una crisi che si manifesta nella caduta del tasso di profitto e nell'intensificazione della competizione. Il capitale deve risolvere la crisi, ma non sempre è capace di farlo. Può anche rimandarne la soluzione, soprattutto attraverso l'espansione del credito [del debito].

In questo caso, c'è un momento culminante dell'importanza del capitale-denaro [il capitale finanziario] e un incremento nella volatilità e nella violenza del capitalismo. Ma ancora non si risolve la crisi, la crisi si trasforma in una crisi endemica, in una crisi permanente, come la chiamò Mattick negli anni trenta. Ma non è necessariamente una crisi permanente, perché continuano a crescere le pressioni per risolverla. La crisi permanente che analizzò Mattick negli anni trenta non fu permanente, si risolse con il massacro di cinquanta milioni di persone nella seconda guerra mondiale. Ma oggi, è chiaro, la crisi, e ciò che comporterebbe la sua soluzione, è di altre dimensioni.

Naturalmente, esistono diverse strategie, da parte del capitale, per manovrare o risolvere la crisi. Ma mi sembra un grave errore sostenere che la guerra è una strategia irrazionale, per il capitale. Il capitalismo è un sistema enormemente violento e forse sarebbe un sistema più forte ed efficiente se potesse eliminare i milioni [un miliardo, di più?] di persone che non producono plusvalore e non comprano merci. Probabilmente, la guerra è una strategia molto razionale per il capitale, in questo momento. Per il capitale, non certo per l'umanità. Per questo dobbiamo lottare per fermare la guerra, ma è importante guardare a questa lotta come parte della lotta contro il capitalismo e per l'umanità. Cosa possiamo fare, per essere certi che non riprodurremo il capitalismo, domani?

Tra il grido e la rivoluzione, due parole che utilizzi molto, consideri fondamentale anche il tema della democrazia?

Il grido di rabbia, del rifiuto del capitalismo, è il punto di partenza della riflessione e dell'azione anticapitalista. È un grido individuale, ma nello stesso tempo è un grido che intendiamo come un grido condiviso con altri, un grido non solo di un io ma di un noi indefinito, un grido di un io-e-noi. Il movimento della rivoluzione è il rafforzamento [e non la definizione] del grido dell'io-e-noi, e si deve sviluppare attraverso forme di organizzazione che rispettino questo io-e-noi. In ciò il riconoscimento della dignità è fondamentale, e questo comporta il fatto di riconoscere le persone come soggetti, come agenti del fare, necessariamente come agenti sociali del fare.

I movimenti di ribellione producono molte volte forme di organizzazione che corrispondono a queste idee. I consigli operai sono l'esempio classico, ma non bisogna far diventare dei feticci le forme particolari di organizzazione. E dunque la democrazia sì, se intendiamo la democrazia in questi termini; invece no, se la intendiamo nel senso comune, come una forma di organizzazione centrata sullo stato, una forma che tratta le persone come persone astratte, passive e portatrici di un'etichetta nazionale.

Ha scritto una volta Eduardo Galeano: "L'utopia è all'orizzonte: quando faccio due passi, lei si allontana di due passi. Faccio dieci passi e lei è più lontana di dieci passi: a che serve l'utopia? Serve a questo: a camminare". Immagino che non ti dispiaccia quest'idea, ma camminando e domandando, a quale stella possiamo guardare oggi nel nostro cammino, e quali sono le principali domande che dobbiamo rivolgerci?

Mi piace e non mi piace la citazione di Galeano. Sì, voglio raggiungere l'utopia. Oggi è di moda parlare di ribellione e non di rivoluzione. Va bene, ma è anche pericoloso. Va molto bene, perché la ribellione è qualcosa che è qui e ora, è la negazione presente dell'oppressione presente. Va molto bene, perché rompe gli schemi sclerotizzati della tradizione rivoluzionaria. Ma dobbiamo andare più in là della ribellione, dobbiamo distruggere il sistema contro cui ci stiamo ribellando, dobbiamo costruire un altro mondo come un progetto concreto e non soltanto come sogno, dobbiamo ripensare il significato della rivoluzione.

Mi chiedi a quale stella possiamo guardare nel nostro cammino? La stella dell'utopia è sempre lì, è la stella più luminosa del cielo, la stella della ribellione, la stella del "no" a ciò che è, la stella della speranza, la stella esplorata soprattutto da Ernst Bloch [forse l'altro grande astronomo comunista del secolo XX, insieme ad Anton Pannekoek]. La stella è sempre lì, fino a che arriveremo, chiaro. Come la vediamo dipende dalla proiezione storica della negazione dell'oppressione che viviamo, ma c'è un tema costante, la ricerca dell'umanità, della dignità, del riconoscimento mutuo delle persone come agenti del fare.

In un'intervista, il subcomandante Marcos parla della sua utopia in un modo che mi piace molto. Dice: "Vogliamo che la vita sia come un cartellone cinematografico, dal quale poter scegliere ogni giorno un film differente. Adesso noi ci siamo sollevati con le armi perché, per oltre cinquecento anni, ci hanno obbligato a vedere lo stesso film tutti i giorni". Mi incanta, questa visione, perché suggerisce una liberazione incredibile della creatività e un'intensità inebriante.

Mi chiedi quali sono le domande principali di oggi? C'è un intero mondo di domande, il mondo è una domanda. C'è ancora la possibilità di fermare la distruzione dell'umanità da parte del capitale? Non lo so, ma dobbiamo scommettere di sì. Come fermare la distruzione bellica che gli stati del mondo [cioè, lo stato statunitense appoggiato più o meno attivamente da tutti gli altri stati] vogliono scatenare in questi mesi? Ma, per prima cosa, penso che le domande debbano venire da noi, non dagli oppressori. Allora, meglio dire: come fare per non riprodurre domani questo sistema che ci opprime? Come costruire un altro mondo, un'altra socialità, un altro fare, un altro cantare, un altro ridere?

Il testo

John Holloway, Cambiare il mondo senza prendere il potere, pp. 312, Intra Moenia, 2004.

Per gentile concessione del web site http://www.carta.org

 


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