Sostieni Emergency

Chi Siamo Sommario Editoriale Poesia Cultura Elzeviro


Home Page


In primo piano


Riascoltando il Signor G
di Michele Avola
Ed. Greco&Greco

l'opera

Un dibattito insolito, sabato sera, alla Tv. Anticonformista. Lontano dai tradizionali schemi della discussione affamata di stupidaggini precotte. Un incontro per raccontare il “Signor G” senza essere travolti dalle correnti dei fiumi (in piena) della retorica. E non è cosa da poco. Specialmente quando lo si fa per presentare un libro che ripercorre, con abilità e straordinaria precisione, la storia di un grande artista: Giorgio Gaber. Una figura che appartiene, oggi ancora di più, alla musica, alla poesia, al teatro, allo spettacolo e, naturalmente, alla storia del nostro “Belpaese”. Una serata, insomma, che ha evitato lo straziante rituale “dell’etichettamento politico post-mortem”, tanto amato invece dall’innominabile Show coi baffi. Questa volta, su Canale 6 - di Telelombardia - le antenne e le telecamere puntuali di Roberto Poletti hanno portato nelle case dei milanesi e dei lombardi un interessante dibattito, svoltosi all’Istituto Internazionale Giuseppe Saragat di Milano dove, in collaborazione con la Greco&Greco Editori e il “Circolo Giovani il Caffè”, c’è stata la presentazione dell’ultimo lavoro di Massimo Emanuelli: “Il suo nome era Giorgio Gaber - Storia del Signor G” (Ed. Greco&Greco). Una serata alla quale hanno partecipato diverse figure della cultura, della politica, dell’informazione e dello spettacolo milanesi: il condirettore de “L’opinione” Paolo Pillitteri ed il presidente dell’Istituto Saragat Stefano Pillitteri, l’attore Enrico Beruschi ed il giornalista Maurizio Seymandi, il Capo Gabinetto della Provincia di Milano Renzo Maria Zaffaroni e gli assessori della Provincia di Milano Cesare Cadeo (Idroscalo, Sport, Turismo, Tempo Libero) e Giuseppe Marzullo (Formazione professionale). Amici, conoscenti ed estimatori. Un’occasione per ripercorrere o, semplicemente, per riassaporare, le note, le parole e le melodie di Gaber. Salendo i gradini della sua storia. “Scrivendo - dice l’autore - mi rendevo conto che una biografia su Gaber si sarebbe trasformata in una nuova storia di Milano e della società italiana, con i suoi cambiamenti e le trasformazioni”. Perché Giorgio Gaber ha sviscerato e raccontato tutti i mutamenti di quest’Italia; le sue contraddizioni, i costumi, le mode, i personaggi, le battaglie. “Mi ricordo una canzone di Gaber, in particolare, - dice Stefano Pillitteri - che risale al 1987, ‘I soli’. È una canzone che racconta una figura all’epoca ancora non così diffusa, quella del ‘single’ trent’enne, nel quale, in qualche modo, mi riconosco. Gaber ha analizzato questa dimensione umana con una sensibilità particolare. Unica”. Un lavoro, quello di Emanuelli, che vuole arrivare dentro il “Signor G”, nel profondo della sua sensibilità. Della sua cultura. Attraversando la storia del personaggio, oltrepassando lo sbarramento culturale della politica. L’artista che ha cantato l’Italia. L’uomo che ha raccontato Milano, “e questa serata - commenta Paolo Pillitteri - è molto più grande quanto più ci accorgiamo dell’importanza di Gaber, che ha cantato Milano. Quella degli anni ’60 del ‘Non arrossire’, del ‘Giambellino’ e del ‘Cerutti Gino’. Questo libro, inoltre, ci offre la grande opportunità di far parlare personaggi che sono stati vicini a Gaber, sono Milanesi, e conoscono dall’interno il mondo che lui ha cantato. Beruschi, Zaffaroni, Marzullo, Cadeo e Seymandi”. “Io l’ho conosciuto - dice Seymandi - quando, per pigrizia, lavorava in Rai. Me lo ricordo quando veniva negli studi di Corso Sempione con suo padre, il Signor Gaber. Abitavano in via Londonio a Milano, a due passi dalla sede Rai. Abbiamo iniziato insieme a camminare per la strada dello spettacolo, anzi per le strade. Due strade parallele che si sono incrociate in diverse circostanze. Tutto cominciò negli anni ’60 nel Bar della Rai di Corso Sempione”. Un volume che riunisce tutti i periodi del cantore. Il Gaber urlatore, leggero e milanese degli anni sessanta, quello “politico” degli anni settanta e quello degli anni “affollati”, gli ottanta. Arrivando al Gaber de “La mia generazione ha perso” chiudendo con lo straordinario “Io non mi sento italiano”. “Ne ho trovati ben 14 di Gaber”, dice Emanuelli. E questo libro li raccoglie tutti. Meticolosamente. Come dentro uno scrigno colmo d’oggetti preziosi, collezionati durante tutta una vita. Ed ora, tornano alla luce. “Leggendo le recensioni a ‘La mia generazione ha perso’ - scrive nell’introduzione l’autore - fatte da don Giussani, Gad Lerner, Gabriele Alberini, Francesco Alberoni, Michele Serra, avevo letto la trasversalità del personaggio Gaber. Che ho toccato con mano in occasione dei suoi funerali a cui hanno partecipato personaggi di varie culture ed ideologie; anche se non potevo non notare l’assenza quasi totale della sinistra ‘ufficiale’. Gaber - conclude - era un ‘cane sciolto’. Un libero pensatore”.

http://www.amicigiornaleopinione.191.it

Tratto dalla introduzione:

Giorgio Gaber è stato uno dei più completi uomini di teatro della scena italiana, presente sui palcoscenici nazionali da trent’anni: iniziò a lavorare nel settore dello spettacolo oltre 40 anni fa come cantante. Nel primo Gaber troviamo la Milano del post-ricostruzione, la Milano del boom economico, dei trani, delle osterie, del Cerutti Gino e dei suoi tipici personaggi. Quella Milano oggi scomparsa, che ha lasciato il posto a un’altra città, capitale del terziario, e rimpianta da molti milanesoni, che si sono ritrovati nel gennaio 2003 per dare l’ultimo saluto a Giorgio, suo cantore.
All’inizio del 2002 avevo cercato di raggiungere Gaber per un’intervista tramite un amico comune che però mi aveva avvisato delle sue condizioni di salute, attendevo di dare alle stampe questo mio lavoro dopo avergli parlato, avevo alcune domande da porgli, in cuor mio confidavo in una sua ripresa, mai avrei immaginato un’epilogo simile. Avevo interpretato il suo silenzio come una delle sue solite prese di distanza da un’Italia e da un mondo sempre più in crisi, e invece la causa era purtroppo un’altra: quella del male che inesorabilmente avanzava.
Gaber è stato uomo di spettacolo a tutto campo: ha cantato il rock and roll e il jazz (seguendo i modelli americani), è stato interprete di canzoni satiriche e impegnate (sul modello degli chansonnier francesi), per un certo periodo è stato anche apprezzato jazzista. Ha scritto canzoni d’amore, brani d’impegno sociale, ballate milanesi, ha cantato in napoletano (’A Pizza) e in latino (i brani dell’album Sexus et politica); ha inventato il genere del teatro-canzone e si è esibito anche in spettacoli puramente teatrali (Il caso di Alessandro e Maria, Aspettando Godot, Il Grigio).
Negli ultimi trent’anni le sue canzoni sono state trasmesse raramente in radio, Gaber per sua scelta era assente dalle sale d’incisione, l’uscita de La mia generazione ha perso a vent’anni da Pressione bassa, sembrava aver rotto il silenzio, due album in vent’anni sono pochi, ma Gaber ha sempre avuto una nicchia di pubblico fedele. I suoi lavori teatrali incisi su vinile, prima, e poi, complice l’evoluzione tecnologica, in cd, sono sempre andati esauriti nononstante alcuni suoi cd non siano nemmeno entrati nel circuito della distribuzione, ma venduti all’ingresso dei teatri. Anche i libretti con i testi dei suoi spettacoli, ugualmente venduti all’ingresso dei teatri, andavano letteralmente a ruba, fatto che testimonia come l’interesse del pubblico di Gaber, come accade appunto a teatro, sia diretto al copione nel suo complesso e non più, come accade per gli spettacoli di musica leggera, alla riproposizione dei singoli successi.
Assente da radio e televisione Gaber faceva le sue affermazioni, le sue negazioni, le sue invettive solo “in presa diretta” in teatro, filtrando ogni segnale attraverso la sua presenza fisica. Da 31 anni, a stagioni alterne, ma perdendone pochissime (150 spettacoli all’anno per un totale di oltre 4.500 serate) gli spettacoli di Giorgio erano occasioni fisse per il proprio pubblico. In teatro Gaber è stato capace di esaminare le trasformazioni della società e dei sentimenti, le preoccupazioni e i sentimenti collettivi, ed è stato capace di fare riflettere. In teatro Gaber ha sempre presentato spettacoli con profondi contenuti sociali capaci di stigmatizzare i vizi di tutti, i tic della società, sia a destra che a sinistra. Gaber fotografava perfettamente l’immagine di tutta l’Italia, il suo pubblico, costituito inizialmente in prevalenza da intellettuali di sinistra, si era esteso ed era composto da persone di destra e di sinistra (complice anche lo svuotamento e la mancanza delle ideologie da lui stesso magistralmente fotografato nella canzone Destra-Sinistra). Gaber da trent’anni a questa parte aveva sempre riempito i teatri di tutta Italia registrando sempre il tutto esaurito, segno che si può vivere, e non essere dimenticati, anche stando lontani dalle telecamere.
Anche anagraficamente il pubblico di Gaber era variegato: se all’inizio era composto da persone della sua generazione (che “Ha perso” come intitola il suo album), oggi è composto da sessantenni, cinquantenni, quarantenni, trentenni e, addirittura, complice le recenti apparizioni in alcune università, dai ventenni. Le canzoni e i monologhi di Gaber riflettevano le condizioni di cento diversi spettatori, e contemporaneamente di tutti gli spettatori, di un pubblico di sinistra confuso e sbandato, che ha visto morire e traditi i propri ideali, ma anche di un pubblico intellettuale di destra alieno da retoriche politiche e da tentazioni impolitiche.
Nel 2001 grazie all’uscita de La mia generazione ha perso, dell’apparizione televisiva in televisione nel corso del programma 125 Milioni di Caz…te condotto dal suo vecchio amico Adriano Celentano, e a una campagna promozionale, Gaber era tornato in testa alle classifiche dei dischi più venduti con sua grande sorpresa.
Gaber è stato un artista ecclettico, versatile, creativo, avrebbe potuto essere, come il suo amico Adriano Celentano, un acclamato conduttore televisivo, un “telepredicatore”, un cantante di successo sempre presente sul video, un evergreen della canzone di intrattenimento, ma così non è stato e non è per sua scelta. Gaber ha scelto di essere un uomo di teatro, schivo, preciso, appassionato. Gaber è stato un personaggio che per trent’anni è sfuggito alla televisione, invece di apparire in video ha preferito farsi seguire (o, come scrive Michele Serra, “seguire”) nei teatri nell’ombra illuminata dalla sua faccia e dalla sua voce, lontano dalla televisione, lontano dalla facile noia delle nostre serate.
Il personaggio Gaber ha sempre rotto con il conformismo culturale, non è mai stato omologabile, non è mai appartenuto a nessuno, nonostante i tentativi fatti e che saranno purtroppo fatti post-mortem di appropriarsene. Il caos originato dal crollo della prima Repubblica e dalla nascita della seconda, il crollo delle ideologie, l’omologazione partitica, il revisionismo e il ribaltamento delle posizioni ideologiche, hanno fatto sì che la sinistra abbia fatto propri personaggi considerati eretici per anni (Dossetti, i fratelli Rosselli), che la destra abbia rivalutato Pasolini, e che i cattolici abbiano considerato uno di loro Antonio Gramsci. Leggendo le recensioni a La mia generazione ha perso di don Giussani, di Gad Lerner, Gabriele Albertini, Francesco Alberoni, Michele Serra, ecc., avevo letto la trasversalità del personaggio Gaber, trasversalità che ho notato e toccato con mano in occasione dei suoi funerali a cui hanno partecipato personaggi di varie culture e ideologie, anche se non potevo non notare l’assenza quasi totale della sinistra ufficiale.
Lo stesso Gaber ne I partiti, monologo contenuto in Libertà obbligatoria diceva:
“Guardi, guardi quello lì! Era DC... socialista! E mia madre, la mamma, una santa: Azione cattolica, destra della DC nel dopoguerra! Ha votato PCI! E allora dice: Come è cambiata la mamma, eh? Che dialettica! No! La mamma è rimasta uguale, tale e quale! Sono i partiti che... slittano...”.
Ma lascio ancora spazio a Gaber che aveva descritto perfettamente come negli anni ’70 era di moda andare verso sinistra, e come negli ultimi anni andava di moda il centro, tanto vituperato prima:
“È cominciato tutto nel 1948: se si fanno bene i conti fra la destra e la sinistra viene fuori un bel pareggio, da allora è sempre stato così per anni... Adesso è tutto diverso, è successo un mezzo terremoto, le formazioni politiche hanno nomi e leader diversi. Adesso non c’è più il 50% a destra e il 50% di sinistra, c’è il 50% al centro-destra e il 50% al centro-sinistra. Oppure il 50 virgola talmente poco che basta che a uno gli venga la diarrea che cade il governo... Non c’è niente da fare: sembra proprio che gli italiani non vogliano essere governati: hanno paura che se vincono troppo quelli di lì viene fuori una dittatura di sinistra, se vincono troppo gli altri viene fuori una dittatura di destra, la dittatura di centro, invece? Quella gli va bene...”.

Gli spettacoli di Gaber erano da anni regolarmente inseriti nelle stagioni teatrali di tutti i teatri d’Italia e avevano sempre successi straordinari, Gaber era l’unico che poteva permettersi di prenotare un teatro di Milano e di Roma per un mese di repliche, lo ascoltavano persone di sinistra, ma anche persone di destra, tutti, solo per una volta, assieme a godere di uno dei piaceri più desueti di questi anni. Gaber aveva dato inoltre prova di essere anche un ottimo direttore artistico con la direzione del Toniolo di Mestre e del Goldoni di Venezia, anche se, alieno ai compromessi, si era presto dimesso.
Musicista, intellettuale, cantautore, attore, regista teatrale, Gaber aveva rilanciato il filone della canzone politica (che sembrava “in via di estizione”), era un uomo che aveva deciso di essere antipatico, anticonformista, e difficilmente catalogabile, malinconico, dolorosamente ironico, con la sola colpa di essere intelligente e di costringere le persone a pensare. Ascoltando le sue canzoni sembra di averlo davanti agli occhi: alto, magro, dinoccolato, con il suo naso inconfondibile, con i suoi capelli perennemente spettinati e ondeggianti: eccolo arrivare sulla scena e muoversi con passo felpato, che si blocca e schiaccia l’occhio ammiccante al suo pubblico.
Gaber non faceva sconti a nessuno: comunisti, ex comunisti, post-comunisti, ciellini, era stato messo al bando dalla sinistra, “si sentiva di sinistra, ma non della sinistra”, come aveva dichiarato nel corso della sua ultima apparizione pubblica all’Università Bocconi. Alla notizia della sua morte un senso di vuoto mi ha colpito, sia per quello che ha rappresentato per me, sia perché mi sono sempre riconosciuto per quanto asseriva, l’amarezza è cresciuta facendo zapping e constatando che Rai3, la rete più a sinistra, abbia relegato la notizia della sua morte in coda ai titoli del Tg3, pochi minuti, niente speciali. Rai3, che per un altro intellettuale organico avrebbe raccolto fiumi di testimonianze, gli ha dedicato un misero servizio costruito sulla parola “qualunquista”. Leggendo i giornali dopo la sua scomparsa ho notato moltissima ipocrisia anche da parte di molti giornalisti che lo hanno riabilitato post-mortem.
Grande e vero anarchico Gaber ha pagato caro il poco di libertà che aveva saputo conquistarsi. Gaber se ne è andato senza cantare la propria malattia, aveva già cantato - nella canzone Gildo - il dovere di mentire all’amico malato, aveva già cantato l’umanità dolente degli ospedali, il senso di colpa di chi se ne va guarito, mentre altri rimangono in una corsia dove si mangia, si ride, e poco più in là un uomo muore.

Una folla variegata ha partecipato ai suoi funerali. Gaber, nel corso di una delle sue ultime interviste, si domandava quale fosse oggi il suo pubblico, ebbene la risposta l’avrebbe avuta seguendo i suoi funerali: varie generazioni e varie ideologie o non ideologie, che fuori dal Piccolo intonavano i suoi canti di battaglia. Gaber era di tutti, né di destra, né di sinistra, e mi viene istintivamente da domandarmi: ma cos’è la destra? Ma cos’è la sinistra?
Da Mario Capanna a Silvio Berlusconi, da Andrea Valcarenghi a Ricky Gianco, dagli ex militanti dell’estrema sinistra degli anni ’60 e ’70 ai militanti attuali di Comunione e Liberazione (che però in molti casi sono le stesse persone), presenti ai funerali. Ma, soprattutto, molta gente comune, molti amici del Signor G, persone ideologicamente di sinistra ma che, avendo finalmente aperto gli occhi, si sono accorti quanto gli esponenti della sinistra siano lontanissimi dalle esigenze del popolo. Al termine della cerimonia funebre il prete invece di dire: “Andate la messa è finita” dice: “Ascoltiamo ancora una volta la voce di chi se ne è andato, ascoltiamo la sua ultima canzone”, era la prima volta che accadeva a un funerale.

Il testo

Massimo Emanuelli, Il suo nome era Giorgio Gaber - Storia del Signor G, Ed. Greco&Greco - http://www.grecoegrecoeditori.it

 


Tutti i diritti riservati © 2005 Il Convivio - Partner tecnologico Pertronicware

Rubriche

E-book della poesia
Proposte di lettura
Recensioni
Concorsi letterari
Links
Box e-mail
Archivio


Centro di poesia contemporanea

Risoluzione consigliata: 800 x 600 pixel - Browser: Microsoft Internet Explorer 4.0 o successivi