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Anno X - N° 117 - Gennaio 2012

 

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I Forconi e la rivolta siciliana vs il popolo Free-Riders
di Raffaele Santonastaso





La storia della Sicilia è costellata da numerose rivolte che hanno avuto luogo a causa delle asfissianti condizioni in cui era costretto a versare il popolo siciliano per colpa dei vari “Governi” che si sono succeduti nel corso degli anni. Rimangono tracce storiche indelebili di quegli eventi, tuttavia non troviamo mai riscontri efficaci e duraturi degli “aggiustamenti” che dovevano avvenire a seguito di quegli episodi. Perché la Sicilia non diviene mai al meglio a seguito di una presa di coscienza? Perché tutto tende nuovamente a scemare in un “basta che c’è la salute” piuttosto che continuare a migliorare e seguire il percorso di cambiamento intrapreso?

Il Movimento dei Forconi è l’ultimo, in ordine cronologico, “fronte di coscienziosi” che hanno deciso di non accettare la vessazione statale causata da un fisco che tende a scaricare i costi sociali ed economici di un walfare fallimentare, di uno spreco infinito di risorse, sempre e solamente sopra i ceti medi e meno abbienti. Questi “ribelli” nella loro “ragione di operare” bloccano tutti i mezzi di trasporto che servono a rifornire distributori di carburanti e supermercati, con lo scopo di “fermare” l’insostenibile situazione fiscale che si è venuta a creare nel corso degli ultimi anni,  nella speranza di ricevere attenzione dai media nazionali, nell’attesa di arrivare a sedersi al tavolo delle trattative con i vari livelli di Governo. Sono tutte persone normalissime, di svariate categorie di lavoratori, che ogni giorno si alzano per riuscire a guadagnare il giusto salario, per consentire una vita dignitosa alla propria famiglia. Non fanno parte di lobby potenti ne di “gruppi di potere”, sono persone che chiedono a gran voce il diritto di lavorare nelle giuste condizioni, di riuscire ad affrontare il mercato, già fortemente distorto dal dumping causato dai processi di globalizzazione, senza doversi trovare come “avversario” anche lo Stato.

Il Movimento dei Forconi diviene così un’opportunità per tutti, una voce che chiede di ritornare a cercare soluzioni dal basso, soluzioni reali per problemi reali, luoghi dove la politica da circa 20 anni non arriva più o forse non è mai arrivata. Ma cosa accade nel tessuto sociale ed economico della Sicilia durante questa protesta? La partecipazione popolare seguirà la “strategia” del dissenso oppure fungerà da controparte in una sorta di terzietà giudicante rispetto la “prova di forza” che si sta svolgendo? Il fronte della protesta sarà unito o si spaccherà dietro pressioni varie di chi sta al potere secondo il detto “divide et impera”? Per dare una risposta a queste domande, a mio avviso,  occorre analizzare la questione vagliando i comportamenti che vengono posti in essere da parte della popolazione, rispetto le attuali condizioni di disagio.

Il problema della Cooperazione

Prima di parlare di cooperazione, mi sembra opportuno chiarire alcuni concetti che stanno alla base di tutte le interazioni socio-economiche da diversi millenni.  Uno dei più grossi enigmi della storia dell’uomo è capire le ragioni dei diversi sentieri di sviluppo. Se ci pensiamo bene, tutti discendiamo dalle stesse preistoriche bande di cacciatori e agricoltori. Ma nonostante questo siamo testimoni di una anomala divergenza nello sviluppo sociale ed economico tra nazioni ricche e nazioni povere, tra regioni ricche e regioni povere. Come spieghiamo questa divergenza? Dobbiamo per prima cosa capire cosa sta al di sopra di una compagine sociale, quali regole disciplinano lo svolgersi delle attività in seno a quel gruppo di persone. “Le Istituzioni” sono le regole del gioco di una società, i vincoli che gli uomini hanno definito per disciplinare i loro rapporti. Queste regole sono la base di ogni scambio economico, sociale e politico. Il cambiamento e l’evoluzione delle Istituzioni influenza l’evoluzione di una società nel tempo. Se guido, se mangio, saluto un amico, chiedo un prestito, compro una casa etc. qualunque azione e/o comportamento viene regolarizzata dalle Istituzioni. Le istituzioni quando vengono formalizzate divengono convenzioni o codici morali. Lo sviluppo di “sane” istituzioni, quindi, può essere una spiegazione alla divergenza che c’è tra società ricche e società povere. Altresì dobbiamo sottolineare la differenza che c’è tra l’Istituzione e l’Organizzazione.

L’organizzazione non è altro che una struttura che consente l’agire degli individui. Seguendo l’esempio del gioco del calcio: Le istituzioni sono le regole del gioco, stabiliscono cosa è consentito o meno, il numero di giocatori e l’obiettivo da raggiungere; mentre le organizzazioni sono le squadre. Il fine della squadra è quello di vincere la partita nell’osservanza delle regole. Possiamo quindi descrivere diverse Organizzazioni: Apparati politici (consigli comunali, i partiti, il parlamento etc.), gli apparati sociali (le chiese, i club, le associazioni sportive, etc.) e gli apparati educativi (le scuole, le università, centri di formazione professionale, etc.) Capiamo bene che le organizzazioni si formano dalle regole (istituzioni) e non viceversa. Cominciamo ad afferrare il perché in Sicilia molte cose non funzionano? È colpa delle squadre o delle regole che si stabiliscono?

Andiamo avanti…

Avendo capito in linea di massima ciò che regola l’assetto di una società, possiamo affrontare il problema della cooperazione ovvero, nel caso che stiamo trattando, quale comportamento occorre tenere per massimizzare i benefici di questa forma di protesta? Allo stato attuale il comportamento attuato dalla gente è quello del free-rider (viaggiatore che non paga il biglietto). Il fenomeno del free rider ha luogo quando, all'interno di un gruppo di individui, si ha un membro che evita di dare il suo contributo all’obiettivo comune poiché ritiene che il gruppo possa funzionare ugualmente nonostante la sua astensione. Alla base di questo comportamento c’è quindi la non escludibilità degli individui che si astengono dalla protesta, rispetto gli obiettivi e i benefici che possono essere raggiunti. Mi spiego meglio: se la protesta ottiene i risultati sperati e quindi riesce a far si che scenda il costo del carburante e migliori in genere la situazione fiscale, questi benefici ricadono anche su coloro che non hanno preso parte alla manifestazione. La gente quindi è portata a pensare alla propria funzione di utilità che in questo caso si massimizza continuando a fare ciò che faceva prima, lasciando agli altri giocatori l’onere dell’impegno. Ma questo delegare o meglio, non decidere di cooperare, potrebbe condurre alla mancata realizzazione degli obiettivi qualora i soggetti manifestanti decidessero di lasciar perdere o venisse meno la loro idea di utilità. Senza inoltrarci troppo nella Teoria, possiamo iniziare a comprendere come per certi “giochi” sia necessaria la cooperazione per vincere o meglio raggiungere gli obiettivi prefissati. Se ci consideriamo attori razionali, pienamente informati delle conseguenze delle nostre scelte, perché approdiamo sempre a esiti inefficienti? Se agissimo tutti non col fine di ottenere il miglior risultato per noi stessi, ma di ottenere il miglior risultato per il gruppo, indirettamente otterremmo un risultato migliore anche per noi (cd. Equilibrio di Nash). Tuttavia spesso la razionalità collettiva contrasta con quella individuale, è nella maggior parte dei casi servirebbe un accordo vincolante tra i giocatori ed una sanzione nei confronti di chi non lo rispetta, riducendo quindi il profitto del singolo se esso si allontana dalla combinazione di strategie che garantisce a tutti il miglior risultato, affinché nessuno trovi preferibile defezionare. Si capisce bene che la teoria è molto diversa dalla pratica. Il solo desiderio di affrancarsi da determinate situazioni non è sufficiente a venir fuori come identità collettiva e far nascere lo spirito di cooperazione. Siamo free-riders questa è la verità, la cooperazione per noi non è realizzabile poiché mancano le Istituzioni fondamentali a far si che questa si realizzi.

I costi sociali ed economici

Settimane di disagi, file interminabili ai distributori, supermercati sotto assedio. Ci rendiamo subito conto che c’è una concreta asimmetria tra la volontà di cambiare insita tra i “ribelli” e la volontà di non subire disagi del resto della popolazione. Come riuscire a conciliare le due cose? Semplicemente impossibile. Qualunque fase di cambiamento presuppone un passaggio obbligato nella “scomodità”, non si ottiene nulla se non si cambiano i propri modi di fare. Adesso ci si chiede magari se ne è valsa la pena portare avanti questo genere di proteste, la domanda è più che lecita per diversi motivi: 1) Se volevamo dare un segnale di rottura forte non si doveva di certo stare lì a fare la fila per 1 litro di benzina, visto che il carburante viene venduto allo stesso prezzo e con le stesse accise. 2)  Tutti gli uffici, industrie, aziende dovevano chiudere realmente, lasciando solo gli ospedali a funzionare. 3) Si dovevano evitare assolutamente le merci provenienti al di fuori del territorio siciliano dando preferenza ai prodotti locali.

Il blocco invece è servito solo a far chiudere alcune aziende siciliane già non messe bene a causa della crisi e della concorrenza sleale sui mercati. I costi economici di questa esperienza saranno sicuramente pagati sempre da noi  e l’unica forma di ristoro sarà il fatto di andare dal benzinaio e trovare un bel sorriso quando ci servirà il carburante a 2€/litro. Occorre coscienza e senso di responsabilità, ma fin tanto agiremo tutti come free-riders non potremo fungere da controparte seria e credibile nei confronti di chi legifera per noi.

 


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