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Scritture/Realtà virtuali: Alcune esperienze di arte - comunicazione on line di Caterina Davinio

Fine della fase pionieristica

Alcune domande. Di fronte a ciò che artisti e poeti attualmente producono nel campo degli ipertesti creativi, degli ipermedia, dei CD d'arte, della videopoesia digitale, della web poetry, si è tentati di pensare che il sogno dell'avanguardia di portare la scrittura fuori dalla pagina sia finalmente realizzato; l'attitudine a sfruttare la dimensione iconica della parola scritta e ad associarla a elementi non verbali risulta enfatizzata da tecnologie sempre più potenti. Tuttavia, conclusa la fase pionieristica, è il momento di chiederci cosa succeda veramente alla scrittura, quando, divenuta materia digitale, si avventura in percorsi inediti di comunicazione nel mondo dell'ipermedia e della rete. E, soprattutto, è giunta l'ora di interrogarci su cosa sia operazione di ricerca artistica, e se sia tout court ancora rivoluzionario spingersi avanti in una direzione ipertecnologica, o non, piuttosto, un adeguarsi a esigenze che sono sempre quelle del mercato, della new economy in un mondo progressivamente disumanizzato. È indispensabile domandarci, in definitiva, se la rincorsa frenetica all'ultimo software e all'alta definizione non riproponga immagini e testi tutto sommato riconducibili alla tradizione. Infine: che il mezzo sia il messaggio sarà pure vero, ma che, almeno, non sia un messaggio reazionario. Gli artisti e i poeti attivi on line sono ormai numerosi: Internet pullula di siti spettacolari e graficamente dotati di qualità estetiche - mi riferisco non solo ai siti collegati a un messaggio culturale, ma anche a quelli commerciali e d'informazione -; gli ipertesti con parole calde e pulsanti si sono sviluppati in complessi ipermedia in cui confluiscono suoni, parlato, musica, immagini, animazioni, video, varie possibilità interattive. Ma, per tentare di distinguere ciò che è sperimentazione artistica da ciò che è prodotto destinato al mercato, impresa, credo sia necessario individuare alcuni elementi non solo strutturali di questi "oggetti" virtuali che spendono la loro esistenza nella rete, ma operarne una lettura critica alla luce della storia delle avanguardie.

Autore, lettore, lettura

L'ipertesto, d'arte e non, è un tipo di scrittura caratterizzata da aperture - che sono contemporaneamente vettori di spostamento nello spazio virtuale -, da mancanza di un ordinamento lineare, da accessi multipli. L'elemento fondante di questa struttura è il link, che può essere di vario tipo: può creare un collegamento/consentire uno spostamento, può modificare le modalità di lettura, attivare opzioni, essere inserito in un percorso più prescrittivo, didattico o ludico, costruito per livelli. L'ipertesto è qualcosa di sostanzialmente diverso da un libro, in quanto unisce l'idea di pagina come luogo della scrittura alfabetica a quella di "luogo" fisico in cui essere presenti e agire. In esso risultano, come sappiamo, completamente riconfigurati il ruolo dell'autore, quello del lettore e il loro rapporto. L'autore perde la facoltà di dire la parola definitiva sulla propria opera, che sempre in parte è destinata a sfuggirgli, diviene colui che "propone" dei percorsi all'interno di una serie di lessie variamente collegate, ma, in ogni caso, la sua previsione non esaurisce le possibilità che ha il lettore-esploratore di seguire un percorso proprio. L'ipertesto nella rete, la pagina web, è, però, qualcosa di sostanzialmente diverso non solo dalla pagina di un libro, ma anche da un ipertesto non posto on-line, cioè da un tipo di ipertesto che definiremo "chiuso". Le possibilità di previsione dell'autore in rete diminuiscono vertiginosamente: l'opera sempre più si allontana dal suo desiderio. All'interno degli spazi virtuali del web, interagendo con oggetti-ambiente mediante comandi/"utensile" che possono assumere le più svariate forme e funzioni, il lettore, non solo attivo, ma protagonista, si riconfigura allo stesso tempo come personaggio della narrazione, come co-autore e forse come unico autore possibile: non solo può inventare un percorso non previsto, né prevedibile, ma in alcuni casi può modificare il sito con il suo intervento, lasciare tracce visibili; inoltre lo zapping nella rete realizza un'esperienza percettiva in cui ciò che è fuori dalla prassi esplorativa ipotizzata dall'autore finisce per esservi inglobato grazie alle aperture dell'ipertesto in ogni direzione.

Un'attitudine performativa

Alla luce di quanto detto si può ben comprendere come l'arte dell'ipertesto possieda un'intrinseca attitudine performativa e come questa sia potenziata dalle capacità di spostamento e d'interazione offerte dalla rete. La palestra in cui avviene l'incontro tra l'istanza dell'autore e quella del lettore è l'interfaccia. Essa è la sede in cui si riversa (ma non si esaurisce) la creatività dell'autore-ideatore di percorsi o di software; l'interfaccia è un oggetto che può possedere valenza artistica sul piano iconico, ma il suo valore e ruolo formale non si esauriscono né riassumono nella qualità estetica con cui essa si presenta alla visione. L'interfaccia - da vedere, ascoltare e leggere, usare, sistema di lessie ed elementi non verbali da esplorare in modo non sequenziale - si configura come ambiente e area di azione, ma contemporaneamente come oggetto dai confini, però, molto variabili e sfumati, dipendenti da scelte operate dal lettore/esploratore-interattore, che, nella rete, sono, come abbiamo visto, non determinabili, non prevedibili, addirittura infinite; si tratta di un oggetto, insomma, la cui unità può ricomporsi solo nell'esperienza percettiva. Alcuni siti e pagine web, più di altri, deliberatamente, attuano la scelta "estetica" della non gerarchizzazione, di consentire il salto verso l'altro da sé, di inglobare in sé l'altro da sé, enfatizzano il carattere di apertura, l'assenza di inizio e fine, la propria "materia" fatta direzioni di movimento attivate da link (che possono spingere il lettore in luoghi lontanissimi, almeno nell'esperienza mentale che ne ha). Le caratteristiche dell'ipertesto on line possono condurre a una deriva anarchica del lettore, alla sua massima libertà; in questo caso egli verrebbe a coincidere con uno degli infiniti autori possibili. Avremmo, non tanto un'opera collettiva, quanto un'opera soggettiva, non un oggetto, ma un campo di forze; la frammentazione dei percorsi si ricompone nell'immaginario soggettivo, però il lettore-attore che può lasciare delle tracce "visibili", "udibili", "leggibili", nel sito, modificandolo, crea di fatto una condizione sempre mutante d'interazione, per cui chi arriva dopo di lui non si confronta col sito primigenio, approccia un insieme fenomenologico in continuo mutamento. A questa categoria appartengono la maggior parte dei siti che attualmente consentono all'utente di pubblicare on line. Ci ritroviamo di fronte un problema di esame dell'oggetto artistico non dissimile da quello del fisico nucleare che, accingendosi allo studio del comportamento di alcune particelle, debba prevedere l'influenza perturbatrice dell'esaminatore e degli strumenti da lui usati nell'area cui vuole, appunto, applicare la ricerca. Un rischio connesso con l'estremizzazione in questo senso può essere quello dell'indefinibilità e incomprensibilità del messaggio, non solo dell'autore, ma di tutti gli autori possibili, la creazione di un universo-opera in cui tutti parlano contemporaneamente e nessuno ascolta, o, comunque, del quale nessuno coglie la globalità; questo può costituire già un messaggio e una scelta estetica. Nella maggior parte degli ipertesti, però, alla deriva del lettore si oppone sempre un tentativo ordinatore (o disordinatore) di qualche specie dell'autore-costruttore di percorsi e forme. Dall'equilibrio tra queste due istanze nasce un'esperienza di lettura "performativa", e anche di produzione artistica, profondamente diversa da quella tradizionale. Essendomi occupata per molti anni, come artista e come curatrice, di arti elettroniche, specificamente di sperimentazioni che coniugavano le tecnologie con la scrittura - dalla videopoesia alla digital poetry, dal CD d'arte alla rete -, ho avuto modo di esaminare materiale pervenuto da aree anche lontanissime del pianeta e di seguire l'evoluzione delle ricerche dalla fine degli anni 80. Ritengo che tra le esperienze artistiche e culturali molto diverse che confluiscono in questo campo sia tuttavia possibile individuare alcuni elementi comuni. Il primo è la tendenza ad associare il verbale e il non verbale (visivo, sonoro e gestuale, inteso come coefficiente performativo dell'interattività). Il secondo elemento è la tendenza a utilizzare la parola scritta nel suo valore iconico, svuotandola di tutto o parte del suo significato. Tali esperienze si collegano da un lato alla poesia visiva, dall'altro, per gli aspetti cinetici, ad avanguardie come il futurismo. Per fare un esempio concreto: numerose sperimentazioni di digital poetry, non solo in Internet, ma anche su CD e in video, si basano su animazioni di parole e di versi, sull'uso combinatorio di testi e immagini, sull'uso di caratteri di stampa vari per colore e dimensione, qualcosa su cui io stessa ho lavorato fin dal 1990 con vari programmi di computer grafica; in tale ambito hanno operato anche il recentemente scomparso Philadelpho Menezes, Arnaldo Antunes, Reiner Strasser, i russi Alchuk-Kumeger-Letov e molti altri. La radice di questi esperimenti è futurista, mentre la vocazione combinatoria si riscontra già negli anni Sessanta in poeti visivi come Lamberto Pignotti, che pure non si è mai occupato direttamente di computer art: in alcune performance, in cui era coinvolto il pubblico, associava variamente frasi scritte su foglietti (a una di queste, a Roma, al Teatro delle Arti, ho avuto occasione di partecipare io stessa nel 1993).

Lettura alla luce del passato

Vi sono aspetti dell'attuale panorama della net poetry che, più di altri, si ricollegano all'esperienza di varie ondate di avanguardie; per esempio:

· l'idea del sito come luogo di happening e la dimensione collettiva dell'interazione

· l'uso della scrittura come fatto iconico

· l'introduzione di elementi multimediali nella scrittura

· la performatività insita nell'atto dell'interazione e dell'esplorazione on line

· l'utilizzo di ready-made (immagini, suoni, animazioni) virtuali manipolabili

· l'idea di fondo di un progetto di comunicazione alternativo nella società e antagonista rispetto ai valori del mercato.

Ritengo a questi si aggiungano alcuni aspetti inediti, come il fatto che l'opera sfugga in definitiva al controllo di tutti, autori e lettori compresi, e non sia mai leggibile nella sua totalità, che sia non solo riproducibile, ma clonabile e rielaborabile all'infinito, il fatto che l'ipermedia non sia una semplice sovrapposizione di media diversi, ma un metamedia che riassume le grammatiche degli altri, che il computer non serva semplicemente a velocizzare il nostro lavoro, ma sia un costruttore di mondi che restano sospesi a metà strada tra l'immagine e la realtà; inoltre: la materia virtuale di cui gli oggetti-web sono fatti ha come unità di misura non unità di spazio e tempo, ma unità di "esperienza soggettiva di spostamento" e, contemporaneamente, di "quantità di comunicazione". Tutti questi elementi realizzano un mutamento radicale del rapporto scrittura / realtà. Lo sforzo dell'avanguardia di portare la poesia fuori dalla pagina spinge ora questa a naufragare nel mare del mondo mediatico, la riconduce all'oralità e alla teatralità originarie, di cui sarebbe possibile registrare ormai tutto in tre dimensioni; il naufragio rischia però di tradursi paradossalmente in una nuova cattività, proprio a causa delle ipertecnologie, in grado di produrre una pagina-ambiente in cui testi, oggetti ed esperienze potrebbero essere di nuovo inesorabilmente chiusi. Dovremmo dunque chiederci quanti dei prodotti ipermediali non propongano in realtà al lettore un ruolo, sì, attivo nell'esperienza soggettiva, ma non per quanto riguarda la percezione, che continua a essere edonistica e passiva. Andiamo forse verso un'illusione di partecipazione e di libertà? Frequenteremo Internet con la stessa disposizione "rivoluzionaria" di coloro che "interagiscono" votando i loro beniamini in diretta e rispondendo a indovinelli e quiz nei programmi televisivi? Non credo che l'elemento straniante della scelta del percorso nell'ipertesto sia sufficiente a eliminare il pericolo della passività, perché essa è indotta dall'eccessiva spettacolarizzazione e dalla consapevolezza di un agire nei mondi virtuali all'interno di un patto narrativo privo di rischi, o costellato d'incidenti che sappiamo fasulli, come quelli cui ci sottopone la grafica di un videogame. Come difendersi dal pericolo di restaurazione tecnologica della pagina, dalla trasposizione di immagini, di testi tradizionali e perfino di performance dell'avanguardia in digitale, trascrizione che ricostruisce un'esperienza passiva di lettura all'interno dell'ipermedia? Credo che l'antidoto all'euforia di tutte le finte rivoluzioni sia ripartire non dall'entusiasmo per ciò che ci prospetta il futuro, ma da una rilettura attenta del passato. Condivido e ripropongo un pensiero espresso da Francesco Muzzioli in un'intervista; egli bene definisce le avanguardie in relazione con il modernismo, osservando come in Svevo, Pirandello, Montale, la scrittura descriva l'angoscia, la crisi, la perdita dell'identità, in un linguaggio che è ancora quello della tradizione, mentre la ricerca "eroica" delle avanguardie storiche, e quella più razionale, meditativa, della neoavanguardia, invece, si sforzano di parlare dell'alienazione usando un linguaggio "alienato". A partire dagli anni Sessanta una poesia lucidamente "alienata", concentrata sulla capriola metalinguistica, è andata confrontandosi con la società di massa, con la pubblicità, assumendone volutamente in modo imprevedibile e polemico alcuni stereotipi. Il discorso si è frammentato, la smorfia esasperata, deformata ludicamente, demenzialmente, contaminata con elementi non verbali, producendo la poesia visiva, sonora, performativa italiana e internazionale. Da quelle conquiste credo non sia giusto retrocedere; ciò che ho cercato di fare con varie iniziative, in rete e fuori, è costruire un terreno di confronto tra la sperimentazione della poesia visiva e performativa e l'area culturale della sperimentazione elettronica, che sul finire degli Anni Ottanta in Italia era ancora il video indipendente e negli Anni Novanta è diventata sempre più massicciamente video digitale, computer art, CD art, web art. Il computer e la rete hanno ormai rivelato il loro volto ambiguo, sono stati messi al servizio del profitto, della cultura e dell'estetica tradizionali in tempi di globalizzazione e di new economy. Per non tornare indietro, a una ricodificazione del "bello" letterario, dell'arte elettronica come fatto iconico, è necessario non limitarsi a banche dati di poesie e d'immagini in rete, non divertirsi con giochi d'animazione e macchine interattive fine a se stessi, rifiutarci di sostituire all'aura poetica infranta un misticismo tecnologico che finirebbe per giustificare il ritorno al passato percorrendo la strada dell'alta definizione. Occorre andare, invece, nel cuore della materia digitale, nella grammatica dei software che il mercato in una vorticosa spirale consumistica ci propone, per usarle in modo "spiazzante", per costruire un'azione sovversiva e un progetto alternativo di comunicazione. La sovversione deve avvenire contemporaneamente a livello delle scelte formali, dei contenuti, attraverso l'accentuazione dell'aspetto relazionale e aniconico dell'opera. Si possono usare molte tecniche per esprimere l'opposizione a una logica dominante che sul piano linguistico può diventare quella della logica ferrea del discorso e l'aspirazione a una qualche specie di canonizzazione di ciò che all'artista è lecito fare. Il panorama web presenta esperienze varie per tipologia. Esistono, per esempio, testi in cui i valori sonori, iconici, cinetici e cromatici predominano sulla leggibilità, in cui l'illeggibilità acquista valenza iconica e allo stesso tempo è portatrice di significati antagonisti, che possono andare dall'espressione di disagio sociale, esistenziale, alla denuncia dell'incomunicabilità nell'era della comunicazione; esistono esperimenti di manipolazione e assemblaggio di "oggetti" virtuali, di immagini e suoni trash reperiti nel web, ready-made che concorrono, decontestualizzati, a un discorso culturale; sul piano dei contenuti assistiamo alla predominanza della riflessione teorica sulla produzione delle forme visibili; la critica, in queste esperienze d'arte, si fonde con l'aspetto estetico e in gran parte lo sostituisce. L'accentuazione dell'elemento relazionale e aniconico dell'opera porta questa a contaminarsi con la società, con la politica, a valorizzare la funzione del linguaggio, che Jakobson ha definito fatica, volta a mantenere aperto il canale tra emittente e destinatario. Pensiamo alle mailing list, alle news letter, ai forum e ai news group gestiti da artisti e poeti, ma soprattutto all'uso che se ne fa: volto a realizzare il contatto più che ha fornire informazioni: è stato osservato, infatti, che nella comunicazione in rete e per e-mail, a meno che non si tratti di testi telegrafici, la lettura è in genere randomica e quasi sempre viene abbandonata dopo poche righe. Solo la conoscenza di questi fenomeni legati alla sperimentazione "elettronica" può far sì che la rete non diventi un luogo, non solo di "canonizzazione" del bello e di fruizione passiva, ma di mero accumulo e conservazione. Alla luce di quanto detto assumono un significato più profondo le esperienze di web-poetry del progetto Karenina.it o di Dock's di Akenaton. Entrambi puntano al passaggio continuo dal verbale al non verbale, dal virtuale al reale, dall'arte alla teoria, coinvolgendo nella dimensione creativa anche quella organizzativa (di eventi reali e virtuali) e critica. Vi sono impegnati gruppi sempre variabili di persone, poeti performativi e visivi, videoartisti, critici e teorici, ma anche utenti e naviganti, gente di passaggio. Ricerche come queste si collocano comunque al di fuori di una percezione estatica ed edonistica, sebbene non rinuncino alla capacità suggestiva delle immagini, perché richiedono contemporaneamente la riflessione, la presenza del momento razionale e critico in quello estetico e, "nell'opera stessa", del lettore.

U.F.O.p.: oggetti volanti non identificati di poesia attraversano la rete...

La dimensione collettiva, relazionale, aperta rizomaticamente in modo infinito verso il molteplice, verso l'altro da sé, dell'ipertesto on line forse porta al rischio di una eccessiva frammentazione dello scenario fenomenologico, non solo dell'arte e della scrittura, ma del mondo come esso attraversa la rete, rimbalzando da un link all'altro; una frammentazione che, quando investe l'ordine del discorso, può condurre all'incomprensibilità, alla deriva del lettore, a una falsa passiva onnipotenza. La frammentazione deve ricomporsi nell'immaginario mediante l'urto straniante con oggetti "anomali", non identificati, sovversivi, di poesia in funzione fatica (UFOp), costruiti dai web-poets; attraverso la salutare scossa con queste mine vaganti nel mare mediatico, ma anche con tutto ciò che, in termini di storia, di ricerca artistica e di critica sociale, vi è dietro, è forse possibile destare lo spettatore, noi stessi, dalla meraviglia e ricomporre il senso di un discorso che riparta dai rapporti tra le persone.

Intervento al convegno Scritture / Realtà, svoltosi a Milano il 18-19 novembre 2000 - presso il Nuovo Spazio Guicciardini di Milano

 


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