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La poesia di Mahmoud Darwish e lo spirito panarabo di Pietro Sferrino

Mahmoud Darwish nasce in Palestina ma la sua famiglia fugge in Libano quando lui ha appena sette anni, non potrá più rientrarvi, se non che da clandestino, il che gli costerá varie volte il carcere negli anni tra il '61 ed il '69. Nel '71 si sposta in Egitto e dal 1987 al 1993 fa parte del comitato esecutivo dell'Organizzazione per la Liberazione della Palestina, l'OLP di Yasser Arafat. Oggi Mahmoud Darwish è non solo un combattente nè solo un attivista politico ma anche uno tra i più grandi poeti arabi viventi e probabilmente di tutta la letteratura poetica del mondo arabo. La poesia di Darwish certo non è immediata ma è senz'altro forte e d'impatto. Il simbolismo è la sua espressione, la sua dimensione; forse perchè, come anche Ryszard Kapuscinski scrive in Imperium: ogni popolo oppresso si rifugia nel simbolo. L'ermetismo è per Darwish l'essenziale forma della comunicazione poetica. La vita, oggi, non permette nessuna semplificazione; l'unica strada è quella di aver coscienza di ciò e di cercare di vivere, studiare, lavorare o poetare con tale cognizione di causa: "La poesia" dice Mahmoud Darwish "è espressione della vita stessa… complessa è la sua forma, non la sua essenza"; e la sua forma è il simbolo, la sua essenza la realtá. L'ermetismo di Darwish non è però mai un raziocinio cervellotico vacuo ma semmai un modo di dire, raccontare, spiegare. La poesia di Darwish è forte, a volte spietata, guerriera; a volte è ermetica ma con i concetti dell'essenziale; con il pane ed il sale, l'erba e le pietre, anche i flauti e le nuvole, la terra ed il lavoro. Scrive Darwish che: "Hanno diritto su questa terra alla vita: il dubbio d'aprile, il profumo del pane all'alba, le idee di una donna sugli uomini, le opere di Eschilo, il dischiudersi dell'amore, un'erba su una pietra, madri in piedi sul filo del flauto, la paura di ricordare negli invasori. / Hanno diritto su qusta terra alla vita: la fine di settembre, una signora quasi quarantenne in tutto il suo fulgore, l'ora di sole in prigione, nuvole che imitano uno stormo di creature, le acclamazioni di un popolo a coloro che sorridono alla morte, la paura dei canti negli oppressori. / Su questa terra ha diritto alla vita, su questa terra, signora alla terra, la madre dei princìpi, la madre delle fini. Si chiamava Palestina si chiamava Palestina. Mia signora ho diritto, che sei mia signora, ho diritto alla vita". E scrive Darwish: "Io sono di là. Ho ricordi. Son nato così come nascono tutti. Ho una madre / e una casa con molte finestre. Ho fratelli, ho amici ed ho una prigione con feritoia di gelo / e un'onda che dai gabbiani è rapita / e, testimone a un sepolcro che è il mio, spazio immense / e pascoli che se ne sazia lo sguardo / e una luna che splende all'estremo confine del verbo, e cibo d'uccelli e un ulivo immortale. / Passai sulla terra ben prima che spada, a farsene mensa, su un corpo. / Io sono di là: rendo il cielo a sua madre se è il cielo che piange sua madre / e piango così che una nuvola poi mi ravvisi al ritorno. / Ogni discorso del tribunale del sangue ho imparato, a infrangere le regole degno. / Tutto il verbo ho imparato, e poi frantumato a comporre una sola parola, la patria". Si sente, anche solo leggendo, come parli uno spirito, quello panarabo, oppresso e rivolto. È uno spirito della terra: essenziale, contadino, primordiale e quindi anche istintivo, emozionale, carnale. È lo spirito arabo. Quello di una religiositá diversa; dall'occidente incarpita. Troppo incisiva. La religiositá araba, la religiositá musulmana, è qualcosa di tanto diverso perchè è tutto un mondo, è un modus vivendi; non c'è alternativa, non c'è distacco nè pausa, non c'è frustrazione nè dubbio… è l'Islam: profondo, difficile e permanente. Non basta lo studio di un occidentale, non puoi penetrarlo. L'unica strada è nascerci e viverci, amandolo. Vivere nell'Islam è quasi come vivere nella quintessenza della religione, non c'è altro che fede. "Questa è la religione", scriveva Sa´id Qutub. Ed anche se la presunzione della perfezione a volte si esalta, è perchè questo fa parte della religione; davvero lì non c'è altro che fede, forse cieca ma anche quasi universale, quasi sempre: sempre e soltanto fede. Questa, nel bene e nel male, è l'essenza vera di ogni religione. Questo mio semplice scritto non è un criticismo avverso nè promotore; è solo il commento di uno spirito (il mio) incantato, ammaliato, stupito; è una constatazione esperienziata. Una constatazione forse opinabile, senz'altro non unica, ma di certo una constatazione che cerca di essere obbiettiva e super partes, la constatazione di un mondo notevole, impressionante, stupefacente ed affascinante. Ecco la poesia di Darwish che canta tutto questo. E che canta al contempo una lotta, quella lotta della Palestina che è un pò anche lotta del mondo arabo, di un mondo povero, essenziale, che lavora e vorrebbe non dover fare altro: "Potete legarmi mani e piedi / togliermi il quaderno e le sigarette / riempirmi la bocca di terra; / la poesia è sangue del mio cuore vivo / sale del mio pane, luce nei miei occhi. / Sará scritta con le unghie, lo sguardo e il ferro, / la canterò nella cella mia prigione, / al bagno / nella stalla / sotto la sferza / tra i ceppi / nello spasimo delle catene. / Ho dentro di me un milione di usignoli / per cantare la mia canzone di lotta". Eccola; é la poesia di Mahmoud Darwish. Una poesia che canta la totalitá delle possibilitá umane, la totalitá delle sue sensibilitá: il fiore e il pugnale, la vita e la morte, la devozione della quiete e l'impeto della rivolta. È la poesia della battaglia, la poesia forte di chi combatte e non si arrende; la poesia di chi cade e, sempre, con semplice orgoglio; si rialza.

11 settembre 2002, Sana´a, Yemen.

Links
Mahmoud Darwish, http://www.humboldt.edu/~jar33/
The Mahmoud Darwish Archive, http://www.mahmouddarwish.org/

 


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