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In compagnia di Cioran
di AA.VV.
Il Notes Magico

Scrivere un saggio su Cioran è compito improbo. Il rischio più frequente, come nel caso dello studio della Tripodi, è quello della tautologia tassonomica, per cui si finisce per parlare di Cioran adoperando le sue stesse parole, e limitandosi a organizzarle e coordinarle tematicamente. Forse questo dipende dal desiderio di dare ordine e unità a un pensiero che si espresse soprattutto per frammenti, illuminazioni e aforismi che ricusarono l'idea stessa del sistema coerente, e che fanno del laconismo la cifra stilistica più riconoscibile della prosa dello scrittore rumeno. Per i pochi privilegiati che vantarono la sua conoscenza diretta - come Savater e la Thoma - la scorciatoia passa per il racconto di aneddoti personali vagamente agiografici (lo spagnolo), o per la diffusione di pettegolezzi intimi (la tedesca); ma in entrambi i casi l'analisi del suo pensiero resta molto in superficie.
"In compagnia di Cioran", di Mario Andrea Rigoni, edito di recente da Il notes magico (pp.103, 8 euro), è invece un pregevole libretto che riesce a coniugare l'interesse biografico con un'approfondita analisi dei testi del rumeno. Attraverso una raccolta di saggi in gran parte già noti, l'autore - che con Cioran ebbe un ventennale rapporto di amicizia e diresse per Adelphi la traduzione dei suoi opera omnia - ci propone un ritratto umano e intellettuale del pensatore rumeno per molti versi sorprendente, insieme a uno studio attento e originale delle sue opere più importanti ( "Storia e Utopia", "Sommario di decomposizione", i "Quaderni" ); e infine un affascinante parallelo con Leopardi, un'intervista sul tema del suicidio e alcune lettere scelte dal nutrito carteggio intercorso fra i due.
L'analisi delle opere di Cioran, pur precisa e puntuale, non era sfuggita ai suoi tanti estimatori, essendo già apparsa come prefazione a quegli stessi volumi; ma lo studio delle affinità fra il poeta di Recanati e l'autore dei "Quaderni", che Rigoni definisce come una sorta di nuovo Zibaldone dei pensieri, è un testo totalmente inedito che seduce sia per la competenza di Rigoni, che a Leopardi dedicò più di un saggio, sia per la passione di Cioran per quest'ultimo, di cui possedeva, incorniciata e appesa in casa, una copia del manoscritto de "L'Infinito". Va da sé che la viva voce del rumeno, nell'intervista sul suicidio - una delle sue ossessioni ricorrenti -, è senza dubbio il capitolo maggiormente significativo del libro; non a caso le segnalazioni di Volpi su Repubblica e di Scaraffia sul Domenicale hanno attinto a piene mani da quelle riflessioni, con particolare riguardo ai brani che evidenziano il legame fra pulsioni autodistruttive e insonnia.
Ma anche la parte più strettamente biografica riserva non poche sorprese. Nel ricordo personale del loro sodalizio umano e professionale (non scordiamo che parte del fascino che esercita la prosa sulfurea di Cioran, anche in traduzione, è dovuta all'eccellente lavoro di trasposizione linguistica di Rigoni ), l'autore accenna ai lunghi e anonimi anni di bohème del rumeno esule a Parigi, trascorsi insieme alla compagna Simone Boué in modeste pensioni senza nome. E viene da pensare che, diversamente da tanti grandi autori del Novecento, al flâneur cioraniano restino solo due indirizzi da omaggiare; e cioè Rasinari, la città natale, e la spècola di rue de l'Odéon, in cui questo misantropo compassionevole si appartò per osservare e de-scrivere il mondo come un novello Pontormo.
Ciascuno ha il "suo" Cioran. Rigoni dichiara di preferire il "Sommario", altri estimatori del rumeno - quorum ego - prediligono i "Quaderni". Qui, più che altrove, trova riscontro e testimonianza l'indifferenza con cui furono accolte le opere di Cioran fino ai primi anni 70, nella Francia sartriana sedotta dall'engagement; che ignorò quello scrittore così inattuale, estraneo e avverso all'ideologismo, alla cultura degli slogan, alle conventicole intellettuali. Qui, in questi amari appunti postumi, trascritti dalla Boué solo dopo la sua morte nel '95, vi è il Cioran più autentico; caustico e impietoso con se stesso prima ancora che con gli altri.
A queste pagine senza destinatario affidò le sue confessioni più intime e dolorose, che nelle intenzioni dovevano rimanere private; tanto che poco prima di morire chiese alla sua compagna di distruggerle, come fece altrettanto inutilmente Kafka con Brod. E forse il fascino di questi appunti risiede anche nel loro stile diaristico e personale, in quell'umile gesto di registrare, giorno dopo giorno, la cronaca dei propri pensieri e dei propri affanni. Ma l'idea romantica che quella forma espressiva garantisca la minor distanza fra arte e vita, così come il nobile e disperato tentativo di colmare l'abisso che separa l'una dall'altra, sono destinati a rivelarsi delle illusioni.
Nei Cahiers le annotazioni prendono spunto, com'è normale che sia, da occasioni le più disparate: una mostra d'arte, una cena fra amici, una notte insonne, un concerto, la morte di un congiunto, un incontro fortuito, una passeggiata ai giardini del Lussemburgo, la citazione di un brano che l'aveva colpito. A ben vedere, in ogni pensatore vi è sempre una citazione-chiave che corrisponde a un'ossessione profonda e rivelatrice. Quella di Cioran è una sentenza de "L'Imitazione di Cristo", a sua volta ricavata da un passo di San Bernardo contenuto nel "Sermo de Nativitate Domini". La riporta nei "Quaderni" durante la primavera del '60. Dice "ama nesciri", cioè compiaciti di essere ignorato. In questo senso, i "Quaderni" sono una moderna e commovente "Imitazione di Cristo", gli esercizi di umiltà di un intellettuale con la vocazione metafisica, di un teologo ateo che cercò in ogni modo di attenersi a questo arduo precetto monastico rifiutando le lusinghe del mondo.
In uno struggente ma severo ricordo dell'amico, Noica scrive: "Forse la sua parte di silenzio nasconde le cose migliori che aveva da dire, proprio come Sissi, l'imperatrice d'Austria, nascondeva il bel viso dietro un ventaglio. Cioran ha semplicemente rifiutato di scrivere le grandi opere che portava in sé, come ha rifiutato di brillare nei salotti, nelle sale di redazione o nei caffè parigini, come ha rifiutato tutti i premi francesi e stranieri che gli sono stati assegnati". A questo elenco si potrebbe aggiungere il rifiuto di concedere un'intervista a Pivot per Apostrophes, la seguitissima trasmissione culturale della tivù francese, che gli avrebbe assicurato una notorietà enorme e immediata; diniego motivato col timore di non poter più passeggiare per i giardini del Lussemburgo senza essere riconosciuto.
Ma tornando a Noica, a quell'omaggio che in realtà è un aspro rimprovero, perché in sostanza lo accusa di non aver scritto "una grande opera"; lì, in quel biasimo, io rintraccio pure le ragioni della mia predilezione per i Cahiers rispetto a tutti gli altri suoi libri; perché i "Quaderni" non sono un libro vero e proprio, in quanto non furono scritti e pensati per quello scopo, ma sono appunti privati che altri, contravvenendo alle sue volontà, hanno raccolto e reso pubblici, cioè a dire "la grande opera" che si era sempre rifiutato di scrivere, il capolavoro che nascondeva dietro al ventaglio della sua abitazione. E questo è forse l'ultimo, geniale paradosso che ci ha regalato il maestro dei paradossi.
Proust affermò che la rinuncia è l'essenza dello stile. Appartandosi nella sua minuscola mansarda del VI arrondissement, Cioran non fece solo una coerente scelta di stile, ma rinunciò ad avere una biografia, che finì per confondersi e sovrapporsi alla sua bibliografia, ai libri scritti e a quelli letti. In questa identificazione dell'uomo con la scrittura, l'immagine di Cioran assume ora i tratti di una figura arcimboldiana, il Bibliofilo di Stoccolma, in cui volumi, dorsi e copertine delineano il profilo di una persona non di carne e ossa, ma di carta e inchiostro. Come per il Pierre Monard borgesiano, oggi, a distanza di quasi dieci anni dalla sua scomparsa, l'unico modo che ci resta per scandagliarne la lunga e formidabile parabola umana ed artistica, serrata fra gli estremi di Rasinari e rue de l'Odéon, il suo epitaffio spaziale, è quello di leggere e studiare i suoi libri. Cioran uomo e scrittore è tutto lì.

(*) Per gentile concessione del Newsgroups: it.cultura.libri - http://www.globalnews.it


 


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