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La casa dell'anima di un vero poeta *
di Vincenzo Cerami

Ecco un nome da segnare da qualche parte: Fabio Sabbi. É un poeta vero. Giovanissimo. É nato nel 1977. La casa editrice "Edizioni del Leone" ha visto giusto pubblicando la sua opera prima: "Odore di sangue". É una piccola raccolta di poesie scritte tutte nel 2000, tranne le ultime due: "La casa dell'anima", del 1999 e "Ricordo in Maremma" del 1996 (il poeta aveva solo diciannove anni). Non sono messe in fila in ordine cronologico, cercano un respiro spezzato, una variabilità di toni che perfettamente si addice a quella continua "sospensione del giudizio" che è il cuore stesso di ogni singola poesia. L'intelligenza è il segno forte di questo poeta, accostata a una sincerità quasi impudica, di ingenuo candore. Eppure sono versi molto elaborati, pensati, sorprendenti nel sentimento aperto e contraddittorio che infondono nel lettore. L'urgenza (direi l'emergenza) che presiede alla scrittura spinge talvolta verso la deriva prosastica e narcisistica. Ma sono proprio questi rischi che rivelano un'ansia autentica di essere e di capire il mondo. La poesia è sempre dimostrazione di coraggio. E Sabbi ha tutta l'incoscienza dell'eroe. Un che di ipocondriaco, di sfrontato risuona qua e là, e di silenzioso. "I fiori più belli / sono quelli selvaggi / che lontano e dolorosamente / vengono fuori, / fiori che per caso / qualcuno ha potuto incontrare, / e pur senza riconoscerli, / sa che esistono".
Fabio Sabbi ha un dono: è poeta per necessità. Nelle sue poesie è completamente assente ogni compiacenza, ogni senso d'appartenenza a una comunità, quella dei poeti, che in molte persone che compongono versi è motivo di rassicurazione e di identità rabberciata. Lui no: scrive suo malgrado. Vorrebbe essere da un'altra parte e fare altre cose. Non ci riesce, e come Pavese che non riusciva a vivere, scrive. Fabio Sabbi va seguito passo passo. Sarà la sua vita a decidere il livello della sua poesia. I presupposti di straordinari risultati ci sono tutti, perché quanto scrive oggi sgorga con naturalezza ben controllata dal linguaggio. Un pò di felicità in più gli regaleranno versi capaci anche di giocare con se stessi. Il tema di "Odore di sangue" è l'amore: niente di più scandaloso e "inopportuno" per un debuttante. Ma dietro c'è, appunto, il pathos autentico e struggente di Cesare Pavese e la spericolatezza di Caproni: "Se Dio fosse già qui / cosa potrei fare?" Il poeta è giovane ed è proprio ciò che c'è di giovanile e di generoso in questo volumetto a dirci che dietro a quei versi è nascosto un artista.

* Tratto da "Musica", inserto della "Repubblica" del 07/2002

 


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