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Canguilhem: la critica epistemologica come filosofia della resistenza
di Michele Cammelli
Mimesis

l'opera

Difficile non ammettere che siamo disorientati dinanzi al potere che oggi la scienza ha nelle mani per conoscere e modificare l'essere vivente. A volte, nel nostro immaginario comune, il confine con la fantascienza tende a scomparire e si profila lo scenario da incubo di un mondo che potrebbe assomigliare sempre più ad un gigantesco allevamento dove la vita, compresa quella umana, diventa semplice modo di produzione sottoposto alle norme dettate dalla genetica. Se la scienza è il nuovo "pastore", vien da pensare, sarà la luce fredda del laboratorio a prendere il posto del prato assolato dove un tempo il "gregge" della vita pascolava in libertà. E, forse, non è per caso che il primo animale clonato in laboratorio sia stato proprio quello che nella nostra cultura occidentale rappresenta da sempre l'esempio stesso dell'animale che obbedisce al potere: la pecora, chiamata scherzosamente "Dolly" che, in inglese, significa "bambola". Se l'intenzione era quella di segnalare l'entrata in scena di un nuovo "potere pastorale" che si pone alla guida del DNA (per la guida delle anime la lotta fra i "pastori" è ancora aperta), era difficile giocare uno scherzo migliore di questo primo scherzo d'allevamento. Come Edgar Allan Poe fa vedere in molti dei suoi racconti, il potere si manifesta spesso in un modo duplice: terrificante e grottesco insieme. E qui lo fa con un primo inquietante battesimo: "Dolly"...
Il filosofo e storico della medicina e della biologia francese Georges Canguilhem, invitato nel '74 ad una conferenza mondiale sul tema <<Biologia e divenire dell'uomo>>, ci dà un'idea limpida delle domande che possiamo e dobbiamo porre ad una forma di potere che si nasconde dietro alla maschera più insidiosa: l'evidenza oggettiva. Davanti ad una platea composta da quelli che erano allora i più noti esperti di biologia e di medicina, egli conclude il proprio intervento domandando: <<biologi e medici ritengono di essere a loro modo, uomini di potere? Riconoscendo i propri poteri, vogliono esercitarli? Con quali altri poteri vogliono cooperare?>>.
Provocata da queste domande, la scienza diventa un problema che è anche ed inevitabilmente di natura politica. Non si tratta di esaltarla o condannarla. Si tratta, invece, impresa ben più difficile, di cercare di riconoscere in modo puntuale le nuove forme di sapere e di potere che, di volta in volta, vanno insieme alle modalità storiche della sua affermazione.
Canguilhem (1904-1995) ha intrapreso questo cammino critico interrogandosi sulla storia e l'epistemologia delle scienze della vita e della medicina, terreno dove, come sapeva bene Foucault (uno dei suoi allievi più noti), la relazione fra politica e scienza è particolarmente delicata. Ma quest'opera, tutta composta di saggi puntuali il più delle volte relativamente brevi, è ancora in gran parte da scoprire in Italia.
Arriva, perciò, come una felice notizia e come un buon auspicio per il futuro la recentissima uscita presso la casa editrice Mimesis di questa agile raccolta di saggi di Canguilhem curata e tradotta da Andrea Cavazzini e pubblicata con il titolo di Scritti filosofici. Il contesto editoriale che l'accoglie è quello più adatto: la collana "Epistemologia", appena inaugurata dalla Mimesis sotto la direzione di Maria Turchetto con l'esplicito intento di portare in Italia ciò che resta sconosciuto o che sarebbe da riscoprire di quella grande tradizione francese di storia della scienza e di epistemologia che va da Bachelard a Koyré a Canguilhem.
Con precisione da "archeologo del sapere", Foucault ha più volte paragonato il ruolo teorico e l'importanza politica di questa tradizione filosofica francese a quello della Scuola di Francoforte: è principalmente attraverso la critica epistemologica che in Francia, già a partire da Comte, ricorda Foucault, ci si è posti il problema della storia della razionalità occidentale come problema politico. Un esempio illuminante lo troviamo proprio nel primo lungo saggio che Canguilhem pubblica nel '43, mentre la Francia è occupata dai nazisti ed egli si trova impegnato nella resistenza: Il normale e il patologico.
Il saggio mostra che i concetti di "media" e di "normalità" elaborati dalla medicina positivista del XIX secolo non sono in grado di cogliere la dinamica essenzialmente discontinua e soggettiva del vivente; si tratta, ancor oggi, di una delle critiche epistemologiche più lucide nei confronti del sogno medico-scientifico di normalizzare la salute e di una meditazione originale sul possibile significato positivo della malattia nel momento in cui venga pensata come prova singolare che mette il soggetto vivente davanti al compito di creare se stesso nuovamente e non come semplice venir meno di una astratta "condizione media" di salute. Ma perderemmo la ragion d'essere polemica e militante di questo saggio se non vi leggessimo anche, fra le righe, la radicale e consapevole critica che l'autore sta muovendo al nazismo. Il regime al quale Canguilhem resiste come partigiano e, dobbiamo dire a questo punto, anche come epistemologo, mira, infatti, ad estendere il più possibile il controllo politico sui corpi, sulle malattie e sui processi biologici della riproduzione, proprio elevando a fine politico un valore che ha significato solo come "valore medio": la "salute della popolazione" (ed è appunto per questo che l'implicazione della medicina e della biologia positiviste nella macchina di potere nazista resta, ancor oggi, una delle pagine più oscure ed inquietanti di quell'esperienza: "esperienza" per alcuni... "esperimento", forse, per altri).
Nella raccolta appena pubblicata il lettore troverà tre saggi, fino ad oggi inediti in Italia, dove Canguilhem elabora in modi diversi una critica degli oggetti scientifici. Il problema di Canguilhem è mostrare in che modo il discorso e la pratica della scienza arrivano a farci vedere un certo oggetto. Gli oggetti scientifici non sono qualcosa che preesiste all'attività della scienza: sono qualcosa che si afferma e diventa visibile solo attraverso di essa. Il primo saggio, Su la scienza e la contro-scienza, mostra che una verità scientifica si afferma sempre escludendo una credenza precedente che ora viene considerata illusoria sulla base del modo di ragionare della scienza attuale. Viene da qui la funzione filosofica della storia delle scienze: essa, come dice l'ultimo saggio su L'oggetto della storia delle scienze, ha il compito di riportare alla luce i passaggi epocali e le rotture epistemologiche che hanno reso possibile l'emergenza di un nuovo "modo di dire il vero". Facendo vedere i limiti della verità attuale, lo storico delle scienze fa anche vedere che l'orizzonte in cui questa verità trova il proprio senso non è l'unico possibile.
Come fa ben notare Andrea Cavazzini nella sua introduzione agli Scritti filosofici, Canguilhem è un filosofo della "riserva", della riserva di ciò che può essere rispetto a ciò che è. Per questo, nel saggio centrale su Il cervello e il pensiero, egli critica duramente l'idea condivisa dalle neuroscienze attuali secondo cui le attività del pensiero e della volontà si ridurrebbero a semplici procedure di calcolo predeterminate nel cervello: se il pensiero fosse come un calcolatore già programmato non potrebbe esistere per l'uomo la possibilità di aprirsi a nuove esperienze di conoscenza.
La vita stessa è, per Canguilhem, possibilità d'errare. Eliminare questa possibilità vorrebbe dire, in definitiva, distruggere la vita stessa.

Il testo

Georges Canguilhem, Scritti filosofici (a cura di Andrea Cavazzini), Mimesis, 2004.

Per gentile concessione del web site http://www.mercatiesplosivi.com

 


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