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L'economia partecipativa
di Michael Albert
Datanews editrice

l'opera

Un modello economico alternativo al capitalismo e allo statalismo è non solo possibile ma necessario per difendere la libertà e la dignità degli uomini e per salvare la natura e l'ambiente dalla catastrofe ecologica. Il saggio illustra i punti fondamentali di un nuovo modello economico denominato "Economia partecipativa" in grado di dare risposte concrete a quanti ricercano una risposta alla sopraffazione dei più deboli operata dalla globalizzazione.


Presentazione al ciclo di seminari "Vita dopo il capitalismo", Porto Alegre 2003

Prima di tutto, come tutti voi detesto il capitalismo. Non voglio un sistema economico in cui Bill Gates abbia la stessa ricchezza dell'intera Norvegia. In cui i senzatetto dormano sotto i ponti e gli amministratori delegati vivano in dimore lussuose. Non voglio che le persone si derubino a vicenda, ignorando il benessere sociale, facendosi concorrenza per poche briciole. Non voglio una corsa al successo in cui la maggior parte della gente perda ed i più forti e spietati siano i vincitori. Non voglio la dittatura aziendale in cui la maggior parte delle persone non ha dignità, influenza, potere e in alcuni casi neppure cibo. Non voglio i mercati o la pianificazione centralizzata. Non voglio la schiavitù del salario, divisioni di classe e dominio di classe.
Non voglio un sistema economico che produce persone come Bush e Rumsfeld; persone con un potere smisurato che credono che gli afgani siano sacrificabili, che gli iracheni siano sacrificabili, che i palestinesi siano sacrificabili, che i coreani siano sacrificabili, che i venezuelani, gli argentini o i brasiliani siano sacrificabili, che gli abitanti del Bronx o di Watts o in realtà chiunque non appartenga alla classe dominante o al gruppo d'interesse dei Bush e dei Rumsfeld sia sacrificabile. Ciò che è sacrificabile è il capitalismo. E siamo noi, con altri milioni di persone, che dobbiamo rimuoverlo dalla storia.
Ma, se non vogliamo il capitalismo, con cosa vogliamo sostituirlo? Se crediamo che un altro mondo è possibile, che un mondo migliore è possibile, quali sono alcune delle sue caratteristiche?
Anziché lasciare che alcune persone pasteggino a caviale e viaggino sui loro jet privati ed altre si nutrano dalla spazzatura e vivano sotto i ponti, vogliamo un'equa distribuzione delle risorse e delle circostanze individuali.
Invece delle gerarchie di potere, in cui i proprietari sono in grado di far spostare enormi industrie lasciando intere regioni e popolazioni nella miseria; in cui manager e colletti bianchi possono persino controllare quando i lavoratori vanno al bagno e plasmare le nostre vite; in cui l'80% della popolazione - la classe lavoratrice - non ha praticamente alcuna influenza sulle proprie condizioni economiche, né sul tipo né sulla quantità di lavoro, né sul prodotto del lavoro né su quando si lavora; invece di tutto questo, vogliamo una società senza classi e meccanismi decisionali autogestiti. Vogliamo che le persone influiscano sulle decisioni nella misura in cui ne sono influenzate.
Anziché un sistema allocativo concorrenziale o autoritario, che espanda i profitti e il potere delle classi dominanti, vogliamo un sistema allocativo autogestito e cooperativo, che promuova il benessere sociale, lo sviluppo e la giustizia. L'economia partecipativa è un'alternativa economica al capitalismo, ma anche a ciò che in Russia, Cina e in altri paesi è stato opportunisticamente chiamato socialismo. L'economia partecipativa rigetta l'affermazione grottesca di Margaret Thatcher secondo cui: "Non esistono alternative". La Thatcher voleva farci credere che la sofferenza, la povertà e le deprivazioni siano inevitabili come la forza di gravità, che siano un fatto della vita. Ma questa è una menzogna. L'alternativa economica chiamata economia partecipativa, o parecon in breve, è costruita attorno a quattro valori chiave, e ricorre a quattro istituzioni fondamentali per soddisfare questi valori. Il primo valore è la Solidarietà. I sistemi economici influiscono sul modo i cui le persone interagiscono, sugli atteggiamenti che le persone hanno le une nei confronti delle altre.
Il capitalismo è un gioco a somma zero in cui l'unico modo per farsi strada è calpestare gli altri. Bisogna ignorare le sofferenze di coloro che rimangono indietro, oppure letteralmente calpesarli, spingendoli ancora più in basso. Nel capitalismo, diceva un famoso manager di una squadra di baseball chiamata Yankees, "i buoni finiscono ultimi"; il che è in realtà una critica terribile degli scambi di mercato. La mia versione dello stesso pensiero è che "la spazzatura si accumula". Ne sono testimoni, ancora una volta, i nostri leader esaltati. L'economia partecipativa, o parecon, è invece intrinsecamente un'economia della solidarietà. Le sue istituzioni di produzione, consumo e allocazione non distruggono né ostacolano la reciprocità e la simpatia, spingendo invece anche le persone antisociali a tener conto del benessere altrui. In una parecon, per farti strada, sei indotto a comportarti in maniera solidale. E questo primo valore di parecon è del tutto incontroverso. Solo uno psicopatico sosterrebbe che, a parità di condizioni, un sistema economico è migliore se produce ostilità e antisocialità. Chiunque abbia un minimo di buon senso sarà d'accordo che, a parità di condizioni, un sistema economico è migliore se produce solidarietà. Abbiamo quindi il nostro primo valore: la solidarietà. Il secondo valore che un sistema economico ideale dovrebbe promuovere è la diversità. Il sistema economico influisce sulla gamma di opzioni a disposizione delle persone nel lavoro e nel consumo. I mercati capitalistici omogeneizzano le scelte. Strombazzano le opportunità ma in realtà sbarrano molti percorsi di soddisfazione e di sviluppo sostituendo tutto quello che c'è di umano e occupandosi solo di ciò che è più commerciale, più profittevole, e particolarmente coerente con il mantenimento del potere autoritario e della ricchezza.
Ma un'economia partecipativa è un'economia della diversità. Le istituzioni pareconiane di produzione, consumo e allocazione non solo non soffocano la varietà, enfatizzano la ricerca e il rispetto di diversi canali e soluzioni ai problemi. parecon riconosce che siamo esseri finiti che possono trarre giovamento da ciò gli altri fanno e che noi non abbiamo tempo di fare; e anche che siamo esseri fallibili che non dovrebbero investire tutte le loro speranze in un unico canale di progresso, ma che dovrebbero proteggersi contro eventuali insuccessi cercando di preservare ed esplorare diversi percorsi e opzioni. E anche questo valore è totalmente incontroverso. Solo un individuo incredibilmente perverso sosterrebbe che a parità di condizioni, un sistema economico è migliore se riduce le opzioni disponibili. Invece, tutti sono d'accordo che, a parità di condizioni, un sistema economico è migliore se stimola e protegge la diversità. Abbiamo quindi il nostro secondo valore: la diversità. Vogliamo anche che un buon sistema economico promuova un terzo valore: l'equità. I sistemi economici influiscono sulla distribuzione del prodotto tra gli attori economici. Determinano il nostro budget o la nostra porzione del prodotto sociale. Il capitalismo remunera in modo preponderante la proprietà e il potere negoziale. Dice che i titolari della proprietà produttiva, in virtù di questa titolarità e nient'altro, meritano profitti. E dice che coloro che hanno un grande potere negoziale basato su un monopolio di saperi e abilità, sulla disponibilità di strumenti migliori o vantaggi organizzativi, sul fatto di essere nati con talenti particolari, o sull'esercizio della forza bruta, hanno diritto a tutto quello di cui riescono ad appropriarsi. Il capitalismo, in questo senso, fa propria le moralità di Al Capone e della Harvard Business School - che sono, salvo dettagli, praticamente identiche. Hai quello che ti prendi - agli altri, quel che resta oppure niente. Ma un'economia partecipativa è un'economia dell'equità, dal momento che le istituzioni di produzione, consumo e allocazione, in una parecon, non solo non distruggono o ostacolano l'equità, la promuovono. Ma a questo punto sorge una complicazione: che cosa intendiamo per equità? E questo è un punto controverso.
Parecon naturalmente rifiuta la remunerazione della proprietà privata. E naturalmente rifiuta di remunerare il potere. Ma che dire del prodotto? Le persone dovrebbero essere remunerate per il volume e il valore del loro prodotto? Dovremmo ottenere una porzione del prodotto sociale pari a quanto abbiamo prodotto? Ciò sembra equo, ma... lo è davvero? Supponendo che due persone facciano lo stesso lavoro per la stessa durata di tempo e con la stessa intensità, perché qualcuno che ha strumenti di lavoro migliori dovrebbe ottenere un reddito superiore rispetto a un altro che ha strumenti di lavoro peggiori? Perché qualcuno che per caso produce un prodotto di maggior valore dovrebbe essere remunerato di più di un altro che produce un prodotto di minor valore, ma socialmente desiderato, se i due lavorano lo stesso numero di ore e con la stessa intensità, svolgendo mansioni paragonabili dal punto di vista degli effetti sulla qualità della vita? Perché qualcuno che è stato fortunato alla lotteria genetica, che è nato più alto, più robusto, con riflessi migliori, con un talento innato per la musica, ecc., dovrebbe essere remunerato di più di un altro che è stato geneticamente meno fortunato, assumendo ancora una volta che entrambi lavorino nei rispettivi campi con la stessa intensità e con lo stesso grado di impegno e di fastidio?
In un'economia partecipativa, per coloro che possono lavorare, la remunerazione è basata sull'impegno e sul sacrificio. Se due persone vanno nei campi per il raccolto e una di loro è molto più forte, o ha strumenti migliori, ed entrambe lavorano lo stesso numero di ore, con lo stesso fastidio e sotto lo stesso sole.... allora anche se quella con strumenti migliori alla fine della giornata ha conseguito un raccolto maggiore, in una parecon entrambe ricevono la stessa remunerazione per lo stesso impegno e sacrificio. Se un grande compositore produce un capolavoro e un buon compositore produce solo un'opera accettabile, ed entrambi lavorano per lo stesso numero di ore e nelle stesse condizioni, allora in una parecon ottengono la stessa remunerazione, sebbene i loro prodotti siano notevolmente differenti. Se lavori più a lungo, vieni remunerato di più. Se lavori più duramente, vieni remunerato di più. Se lavori in condizioni peggiori e svolgi mansioni più onerose, vieni remunerato di più. Ma non vieni remunerato di più - una paga più alta - per il fatto di avere strumenti di lavoro migliori, o di produrre qualcosa che viene valutata di più, o persino di avere talenti innati molto produttivi. E per quanto riguarda le abilità acquisite, le persone vengono remunerate per il lavoro necessario ad apprenderle, per lo sforzo e il sacrificio sostenuto, e non per l'output che da queste deriva. Remunerare solo l'impegno e il sacrificio che le persone sostengono nel loro lavoro è controverso. Alcuni anticapitalisti credono che le persone dovrebbero essere remunerate in base al prodotto del loro lavoro; quindi un grande atleta dovrebbe guadagnare una fortuna, e un dottore che lavora comodamente dovrebbe guadagnare molto di più di un contadino o di un cuoco di un fast food. Parecon rigetta questo criterio. Anzi, in una parecon, se una persona avesse un lavoro molto produttivo, comodo, divertente, piacevole, e un'altra persona avesse un lavoro oneroso, debilitante e meno produttivo ma di valore sociale, sarebbe quest'ultima a guadagnare di più, non la prima.
Così, abbiamo il nostro terzo, controverso valore. Vogliamo che un buon sistema economico remuneri l'impegno e il sacrificio e che, naturalmente, quando le persone non possono lavorare, venga garantito loro comunque un reddito come alle altre. Non siamo sicuri di poter realizzare tutto questo senza conseguenze dure e controproducenti, ma se possiamo realizzare questo tipo di equità, allora sicuramente dovremmo volerlo fare. Il quarto e ultimo valore su cui è fondata la parecon ha a che fare con le decisioni, e si chiama autogestione. Un modello economico incide su quanto peso decisionale ha ciascun attore riguardo a produzione, consumo e distribuzione. Nel capitalismo, i proprietari, o capitalisti, hanno un'enorme peso. I manager e i lavoratori di concetto di alto livello, che monopolizzano le leve dei meccanismi decisionali quotidiani, come avvocati, ingegneri, operatori finanziari, e dottori, hanno un peso piuttosto sostanziale. E alcune persone hanno un peso virtualmente pari a zero. In realtà, le persone che svolgono compiti ripetitivi e di mera esecuzione, addirittura sanno raramente quali decisioni vengono prese, figuriamoci se riescono ad influenzarle. Nelle aziende capitaliste c'è una gerarchia di potere che supera persino quella delle dittature. Stalin stesso non si è mai sognato di pretendere che la popolazione russa dovesse chiedere il permesso per andare in bagno... una condizione che si verifica molto spesso per i lavoratori nelle aziende. Ma un'economia partecipativa è un'economia democratica. Le persone controllano la propria vita nella misura opportuna. Ogni persona ha un peso decisionale, e questo non lede il diritto di altre persone di avere lo stesso peso decisionale. Influiamo sulle decisioni in modo proporzionale a quanto ne siamo coinvolti. Questo si chiama autogestione.
Immaginate un lavoratore in una grande équipe di lavoro. Vuole mettere una foto della figlia sulla sua scrivania. Chi dovrebbe prendere questa decisione? Dovrebbe essere un qualche proprietario a decidere? Dovrebbe essere un manager? Dovrebbero deciderlo tutti i lavoratori? Ovviamente, niente di tutto questo è sensato. Il singolo lavoratore con il figlio dovrebbe decidere, da solo, con piena autorità. Dovrebbe essere letteralmente sovrano in questo particolare caso. Ora supponiamo che lo stesso lavoratore voglia mettere una radio sulla sua scrivania, e tenerla accesa a volume molto alto, ascoltando rock and roll sguaiato, o persino heavy metal. Adesso chi dovrebbe decidere? Noi tutti intuitivamente sappiamo che quelli che sentiranno la radio dovrebbero avere voce in capitolo. E che quelli che ne saranno più infastiditi, o a cui piacerà di più, dovrebbero avere ancor più voce in capitolo. E a questo punto, abbiamo già trovato un valore per quanto riguarda i processi decisionali. Non abbiamo bisogno di un dottore in filosofia. Non abbiamo bisogno di linguaggio incomprensibile. Semplicemente ci rendiamo conto che non vogliamo che valga sempre il criterio di un voto a testa e decisioni a maggioranza. E neppure vogliamo sempre che per raggiungere un accordo sia necessario il criterio di un voto a testa e una maggioranza qualificata. Né vogliamo che una persona decida in modo autoritario, come un dittatore. Né vogliamo il consenso su tutto. Né vogliamo sempre un qualsiasi altro singolo approccio. Tutti questi metodi decisionali hanno senso in qualche caso, ma sono orribili in altri. Quello che speriamo di ottenere quando scegliamo un metodo decisionale, e anche i relativi metodi di discussione, di stesura di un programma, e così via, è che ciascun attore abbia influenza sulle decisioni in proporzione al grado per cui ne è coinvolto.
La logica in realtà è piuttosto semplice. Se non abbiamo tutti voce in capitolo nelle decisioni in proporzione a quanto ne siamo coinvolti, allora alcune persone avranno più voce rispetto al loro coinvolgimento, mentre altre ne avranno di meno, ma non c'è nessuna base morale per cui debba esistere un tale scarto, e neppure un argomento sulla base del quale raggiungere la decisione migliore. La competenza è certamente essenziale per arrivare a buone decisioni - e cioè per generare e fornire informazioni utili alle decisioni. E la competenza gioca certo un ruolo nel momento in cui effettivamente esprimiamo le nostre preferenze, perché in realtà, ciascuno di noi è il massimo esperto per quanto riguarda le sue preferenze, e ciascuno di noi è responsabile di esprimerle. E quindi abbiamo il nostro quarto valore: l'autogestione. C'è un altro valore cui vorrei accennare - anche se certamente più generale, e per la verità, quasi scontato. In un'economia partecipativa vogliamo essere efficienti. Questa parola vi fa venire un po' di nausea? A me si. Ma dobbiamo vincerla, perché ciò che significa realmente efficienza è cercare di conseguire i nostri obiettivi, e farlo senza sprecare ciò a cui teniamo. Dovremmo quindi essere tutti favorevoli all'efficienza. L'alternativa al favorire l'efficienza è non conseguire i nostri scopi, oppure preferire lo spreco delle cose a cui teniamo.
Quindi perché questa parola ci fa venire un po' di nausea? Nel capitalismo le preferenze dei proprietari diventano gli obiettivi, e ciò che sta a cuore ai proprietari non viene sprecato. Quindi nel capitalismo efficienza significa cercare il massimo profitto, riproducendo le condizioni per il conseguimento del profitto, senza perdere risorse che i proprietari possono sfruttare. Ai capitalisti non importa distruggere esseri umani con le malattie polmonari dei minatori, o sterminare esseri umani con le armi o con la fame, quando la gente colpita è sacrificabile dal punto di vista del profitto. Ai capitalisti non importa far ammalare la gente a causa dell'inquinamento nei luoghi di lavoro. Non gli importa di azzerare o distruggere le risorse che loro stessi non possono sfruttare, anche se altri potrebbero avere danni dalla perdita. Sotto il capitalismo essere efficienti significa essere meschini, perché è un sistema meschino - e questo è il motivo per cui proviamo qualche antipatia per la parola efficienza, per come è usata intorno a noi. Ma in una parecon essere efficienti significa produrre, consumare, e distribuire i beni per incontrare i bisogni e sviluppare potenzialità consistenti con l'espansione della solidarietà, dell'equità, della diversità e dell'autogestione. E questo significa non sprecare nulla da cui possiamo trarre godimento e beneficio. Quindi una parecon dovrebbe essere efficiente, ovviamente, in questa precisa accezione. Ora che abbiamo qualche valore guida, possiamo esprimere giudizi sui modelli economici e provare a descrivere un'economia che noi tutti riteniamo degna. Brevemente, un giudizio sulle opzioni esistenti: economie fondate sulla proprietà privata, sul mercato, sulla pianificazione centrale, sulla divisione aziendale del lavoro, economie che retribuiscono la proprietà, il potere o i risultati - tutte falliscono nell'incentivare i valori che adesso ci stanno a cuore. Si tratta di economie anti-sociali, autoritarie, inique, non ecologiche, disumane, divise in classi e basate sul dominio di classe. Sono economie oppressive e indegne. Distruggono la solidarietà, riducono la diversità, annullano l'equità, e non comprendono neppure l'autogestione. Quindi, rifiutiamo la proprietà privata capitalista, i mercati, la pianificazione centrale, la divisione aziendale del lavoro, e la retribuzione per i risultati o per il potere. L'economia partecipativa è basata su poche scelte istituzionali determinanti, diverse da quelle che rifiutiamo.
Lavoratori e consumatori hanno bisogno di un luogo per esprimere e portare avanti le loro scelte. Storicamente questi luoghi hanno trovato forma in organizzazioni dove i lavoratori si riunivano. Nei luoghi di lavoro le chiameremo consigli di lavoratori. I consigli si formano ovunque la gente si sollevi e provi a prendere il controllo della propria vita nella sfera economica... è successo praticamente sempre nel corso della storia, più recentemente in Argentina. I consigli sono strutture per l'organizzazione diretta di chi lavora e consuma. Tra gli anticapitalisti, non credo che essere a favore dei consigli sia argomento controverso, anche se non tutti ne fanno una priorità come lo è per i pareconiani. Ma nella parecon, all'interno dei consigli, c'è un impegno in più ad usare procedure decisionali e modi di comunicazione che attribuiscano a ciascun attore, riguardo ad ogni decisione, un grado di peso decisionale proporzionale al grado secondo cui è coinvolto. Qualche volta è una votazione tipicamente democratica, qualche volta è consenso, qualche volta sono altre opzioni. Ma non è mai dominio permanente di pochi su tanti. Quindi in una parecon lavoratori e consumatori sono organizzati in consigli democratici, in cui la norma decisionale consiste nel fatto che i metodi per distribuire le informazioni tra chi decide, per arrivare ad esprimere delle preferenze, e per poi farle confluire in decisioni, dovrebbero portare ciascun attore ad influire, per ciascuna decisione, in proporzione a quanto ne sarà coinvolto. I consigli diventano la sede del potere decisionale, ed esistono a molti livelli, tra cui lavoratori e consumatori individuali, sotto unità come gruppi e squadre di lavoro, e unità più grandi come divisioni, luoghi di lavoro, e intere industrie, così come quartieri, regioni e interi stati. La gente nei consigli è il soggetto che prende le decisioni economiche. Le decisioni potrebbero essere prese con il criterio di maggioranza, dei tre quarti, dei due terzi, del consenso, o altre possibilità. Possono essere prese a diversi livelli, con più o meno partecipanti, e con diverse procedure, a seconda delle particolari implicazioni delle decisioni in questione. A volte una squadra o singoli individui prenderanno decisioni per lo più da soli. A volte il corpo decisionale sarebbe l'intero luogo di lavoro, o l'intera industria. Sarebbero impiegati diversi tipi di votazioni e di metodi per far convergere le opinioni, a seconda delle diverse decisioni. A priori non c'è una sola scelta corretta. C'è, tuttavia, una giusta norma da cercare di implementare con efficienza e con accortezza: la partecipazione al processo decisionale dovrebbe essere commisurata al coinvolgimento nella decisione.
Il successivo impegno istituzionale della parecon è la retribuzione per lo sforzo ed il sacrificio, non per la proprietà, il potere, o il risultato. Noi lavoriamo. Questo ci da diritto ad una parte del prodotto del lavoro. Ma secondo questa nuova visione, dovremmo ricevere per il nostro lavoro una quantità in armonia con quanto duramente abbiamo lavorato, con quanto a lungo abbiamo lavorato, e con quali sacrifici abbiamo sopportato per svolgerlo. Non dovremmo avere un maggior reddito per una maggiore produttività dovuta al fatto di avere strumenti di lavoro migliori, più preparazione, più talento innato, figuriamoci per il fatto di avere più potere o di possedere di più. Dovremmo avere diritto a consumare di più solo in virtù del fatto di aver dedicato più impegno al lavoro, o di aver comunque sopportato più sacrifici. Questo è più appropriato dal punto di vista morale, e fornisce anche gli incentivi adatti a premiare solo ciò su cui possiamo influire, e non il resto. Chi decide con quanto impegno abbiamo lavorato? I consigli dei lavoratori nel più ampio contesto dell'organizzazione economica definito assieme alle altre istituzioni. Chi lavora di più ha diritto ad una quota maggiore del prodotto sociale. Chi lavora più intensamente, allo stesso modo, ha diritto ad un maggior reddito, come chi esegue mansioni più onerose, pericolose o noiose. Ma non si ha diritto ad un reddito maggiore in virtù del possesso dei mezzi di produzione perché nessuno ne possiede, sono interamente di proprietà pubblica. E non si ha diritto ad un reddito maggiore per il fatto di lavorare con strumenti migliori o di produrre cose di maggior valore o anche di possedere caratteristiche personali che rendono più produttivi, giacché non concernono l'impegno ed il sacrificio ma la fortuna o la dote. Una maggiore produttività è ben accetta, naturalmente, ma non c'è una remunerazione extra. Sia moralmente che in termini di incentivi parecon fa esattamente ciò che ha senso fare. La paga extra che riceviamo è ciò che è giusto venga remunerato - il nostro sacrificio al lavoro - ed essa di fatto stimola ciò che è in nostro potere fornire di più o di meno - l'impegno. Tutto bene, ma supponiamo di avere i consigli di lavoratori e consumatori. Supponiamo di credere nella partecipazione, nella democrazia ed anche nell'autogestione. E supponiamo altresì che il nostro lavoro sia organizzato secondo una tipica struttura aziendale. Che succede? Il 20% dei lavoratori che, approssimativamente, grazie alla loro posizione nella gerarchia aziendale, monopolizzano i processi decisionali ed il sapere che è essenziale per capire cosa succede, quali siano le alternative e come valutarle, definiranno i loro piani d'azione. I loro pronunciamenti avranno il crisma dell'autorità. Anche se gli altri lavoratori hanno diritto di voto, si tratterà di votare piani e scelte avanzate solo da questa classe coordinatrice. Sarà la volontà di questa classe a decidere i risultati. Nel tempo questa élite deciderà anche di meritare una paga migliore per la sua maggiore sapienza, e si isolerà non solo per il potere ma anche per il reddito e lo status.
Qual è l'alternativa?
L'economia partecipativa fa uso di combinazioni bilanciate di mansioni. Invece di combinare le mansioni in maniera tale che alcuni lavori siano fortemente stimolante ed altri orribilmente avvilenti, o che alcuni implichino la conoscenza ed attribuiscono autorità mentre altri riducono le capacità mentali e solo richiedono di eseguire gli ordini, parecon vuole rendere ogni lavoro comparabile agli altri in termini del riflesso sulla qualità della vita e degli effetti di empowerment. Ogni persona ha un lavoro. Ogni lavoro include molte mansioni. In una parecon, chiaramente, ogni lavoro è tagliato per i talenti e le capacità e le energie della persona che lo svolge. Ma ogni lavoro è un mix di mansioni e responsabilità tali che la qualità della vita complessiva che ne risulta e soprattutto gli effetti complessivi di empowerment sono comparabili per tutti. In una parecon non c'è chi fa solo il chirurgo ma piuttosto persone che fanno in parte il chirurgo, una parte delle pulizie nell'ospedale e altre mansioni - in maniera tale che la somma di tutto ciò che fanno costituisce un giusto mix di mansioni. In una parecon non ci sono manager e lavoratori. Non ci sono avvocati e cuochi di bassa lega. Non ci sono ingegneri ed operai alla catena di montaggio. In una parecon ci sono persone che fanno una serie di cose nel loro lavoro, secondo le capacità di ciascuno ed in maniera da distribuire equamente la routine, la noia ma anche le responsabilità interessanti ed stimolanti. Il lavoro non predisporrebbe pochi a comandare ed il resto ad obbedire. Ci preparerebbe tutti a partecipare ai consigli autogestiti di lavoratori e consumatori e ad impegnarci in maniera intelligente e produttiva nell'autogestione della nostra vita e delle istituzioni. E cosa accadrebbe se avessimo una nuova economia con consigli di lavoratori e consumatori, con regole decisionali legate al principio dell'autogestione, con la remunerazione dell'impegno e sacrificio e con i complessi bilanciati di mansioni ma unissimo a tutto ciò i mercati o la pianificazione centralizzata per quanto concerne l'allocazione? Funzionerebbe?
Si capisce che no, non funzionerebbe.
I mercati distruggono lo schema di remunerazione e creano un contesto competitivo in cui i luoghi di lavoro devono ridurre i costi ed inseguire una quota di mercato. Per farlo non hanno praticamente altra scelta che isolare alcuni dal dispiacere inferto dai tagli, e in particolare le persone che sono nominate a scegliere quali costi ridurre, come estrarre una maggiore produttività a costo di una maggior soddisfazione - e così emerge, di nuovo, la classe coordinatrice, collocata al di sopra dei lavoratori, che viola le nostre norme di remunerazione, accentrando il potere e distruggendo l'autogestione che vogliamo. L'allocazione attraverso i mercati annullerebbe tutte le meravigliose innovazioni che abbiamo inseguito, imponendo, invece, il dominio coordinatorista con le vecchie divisioni del lavoro e le gerarchie di reddito e potere. E lo stesso sarebbe vero nel caso della pianificazione centralizzata. Anch'essa innalzerebbe immediatamente i pianificatori e subito dopo degli agenti dirigenziali in ogni luogo di lavoro e poi ancora tutti quegli attori economici che hanno lo stesso tipo di credenziali. La pianificazione centralizzata imporrebbe anch'essa una classe coordinatrice ed il dominio dei coordinatori sui lavoratori, che sarebbero dei sottoposti. Il problema è che i mercati e la pianificazione centrale sovvertono entrambi i valori e le relative strutture che giudichiamo giuste. I mercati, anche senza la proprietà privata dei mezzi di produzione, distorcono le valutazioni per favorire il privato a scapito del pubblico e per incanalare le personalità in direzione antisociale attraverso la competizione. Riducono e finanche distruggono la solidarietà. Premiano la produttività e il potere e non l'impegno ed il sacrificio. Dividono gli attori economici in una classe che è schiacciata da un lavoro routinario e sottomesso ed una che gode di condizioni emancipatrici e determina i risultati economici, e allo stesso tempo ottiene maggiori guadagni. Isolano i compratori ed i venditori dalla più ampia popolazione e li lasciano senza scelta se non ignorare "competitivamente" le conseguenze più vaste di quello che fanno, comprese quelle sull'ambiente. La pianificazione centrale, per contro, è autoritaria. Anch'essa nega l'autogestione e produce la stessa divisione in classi e la stessa gerarchia del mercato, prima nella frattura tra i pianificatori e coloro che ne devono implementare i piani e poi in quella tra lavoratori che svolgono mansioni emancipatrici e gli altri più in generale. Entrambi questi sistemi di allocazione sovvertono anziché favorire i valori che vogliamo. Perciò, qual è l'altermativa ai mercati ed alla pianificazione centralizzata proposta dall'economia partecipativa? Supponiamo di optare, invece che per l'imposizione dall'alto di decisioni pianificate centralmente e per lo scambio competitivo sul mercato tra compratori e venditori atomizzati, per la negoziazione cooperativa e autogestita dei processi allocativi da parte di attori interallacciati socialmente, ciascuno dei quali abbia voce in capitolo nella misura in cui le decisioni lo riguardano, sia in grado di accedere ad un'informazione e a valutazioni accurate e disponga di preparazione e fiducia sufficienti a sviluppare e comunicare le proprie preferenze. Ciò renderebbe ancor più coerenti l'uno con l'altro l'autogestione partecipativa attraverso i consigli, la remunerazione per l'impegno ed il sacrificio e le combinazioni bilanciate di mansioni e fornirebbe anche una valutazione appropriata degli impatti personali, sociali ed ambientali e favorirebbe la scomparsa delle classi. La pianificazione partecipativa è un sistema in cui i consigli di consumatori e lavoratori propongono le loro preferenze di consumo e attività lavorative alla luce di informazioni quanto più accurate sulle conseguenze locali e globali delle loro decisioni e di valutazioni effettive dei loro costi e benefici sociali. Il sistema usa lo scambio mutuo e cooperativo di preferenze informate attraverso una varietà di semplici principi e veicoli comunicativi ed organizzativi compresi quelli che si chiamano prezzi indicativi, consigli di facilitazione, sessioni di adattamento a nuove informazioni, ed altri ancora, che permettano agli attori di esprimere i loro desideri e di mediare e raffinarli alla luce di quelli degli altri, giungendo a scelte compatibili coerenti con la remunerazione per l'impegno ed il sacrificio, con i combinazioni bilanciate di mansioni e con l'autogestione partecipativa. Gli attori indicano le proprie preferenze e vengono a conoscenza di quelle degli altri e alterano le proprie preferenze nel tentativo di raggiungere un piano fattibile. Ad ogni passo della negoziazione cooperativa, ogni attore si prefigge il proprio benessere e crescita, ma ciascuno solo nella misura del progresso comune, non grazie allo sfruttamento degli altri. È impossibile descrivere il sistema intero e tutte le sue caratteristiche e mostrare in che modo è sia fattibile che valido in una breve conferenza come questa. Vorrei consigliarvi il sito web http://www.parecon.org/, che contiene materiali di ogni tipo su parecon, dalle interviste alle domande e risposte, ai saggi, ad interi libri, ma anche farvi un piccolo riassunto. L'economia partecipativa crea un contesto di assenza di classi. È possibile ottenere migliori condizioni di lavoro se la combinazione di mansioni media in tutta parecon migliora. Posso ottenere maggiori guadagni se lavoro di più o con più impegno assieme ai compagni di lavoro o se il reddito medio complessivo della società cresce. Ciascuno non solo avanza solidalmente con gli altri attori economici, ma influenza anche ogni decisione economica, sia quelle prese nel proprio luogo di lavoro che quelle nel resto del sistema economico, con un'influenza proporzionale al loro effetto su di sé.
Parecon non solo elimina le disparità inique nel reddito e nella ricchezza ma raggiunge una giusta distribuzione. Non solo non costringe gli attori a competere e a farsi violenza l'uno con l'altro, ma produce solidarietà. Non solo non appiattisce i risultati, ma genera diversità. Non solo non assegna ad una piccola classe dominante un potere enorme, privando la maggioranza della popolazione di qualunque capacità di decidere della propria vita, ma produce autogestione che consente a tutti di avere un'influenza adeguata. Ci è insegnato a scuola di sopportare la noia e l'imposizione perché questo è quello di cui il capitalismo ha bisogno da parte di ognuno di noi. In una parecon impareremmo a diventare capaci, produttivi e creativi tanto quanto possiamo e a partecipare come cittadini a pieno titolo. L'economia partecipativa è un'economia della solidarietà, della diversità, dell'equità e dell'autogestione. È un'economia senza classi. In una conferenza come questa, non posso fare altro che delle affermazioni sulla base di un minimo ragionamento e giustificazione. Ma spero che via abbia lasciato con la sensazione che forse sono tutte vere, che forse c'è un'alternativa al capitalismo piena, ben specificata, persuasiva, convincente e desiderabile e che dà una risposta alle domande relative a come si può produrre, consumare e allocare in maniera più efficace e morale di ora.


l'autore

Michael Albert, professore di economia in varie università degli Usa è il fondatore della South End Press e di "Zeta Magazine", la rivista mensile radical americana. E' autore di molti libri fra cui: A quiet revolution in Welfare economics; Looking forward: Partecipatory Economics; Political economy of partecipatory economics. Questi volumi sono stati editi dalla South End Press. Autore molto noto negli Usa e nel movimento no-global, viene pubblicato per la prima volta in Italia.

 


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