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Anno IX - N° 109 - Maggio 2011

 

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Intervista a Drazan Gunjaca
di Samuele Grassi

EXITIME, nr. 10/2008, Italia


1.  – Hai dato voce,una voce straordinaria e di rara intensità, ad  uno dei più grandi paradossi della storia  di questi anni. La Jugoslavia, dopo 46 anni  si disgrega  in piccoli stati in nome della nuova  democrazia e dell'identità nazionale. E, come se il tempo non fosse  mai passato. Nel cuore di un' Europa impotente e irresponsabile,alla  fine del secondo millennio e dopo la fine la caduta del muro di Berlino, scoppia  una guerra assurda e per molti di noi ancora incomprensibile e atroce. Come se da un buco nero della storia fuoriuscissero i fantasmi grotteschi  di conflitti antichi e mai risolti. Come è possibile? Perché è accaduto?

 

     Gia' da anni rispondo a questa domanda, dell'argomento ho scritto molto nei miei libri, e ne ho letto ancora di piu' nei libri di altri autori. E come il tempo passa, sempre piu' spesso ho l'impressione che la risposta e' palese, a portata di mano, solo che a nessuno interessa realmente. La cosa importante e' la percezione e non la realta', e la percezione viene creata dai media che sono a servizio di vari interessi «maggiori». La percezione dell'ultima guerra balcanica si riduce spesso a stereotipi sui Balcani che non hanno senso ma che sono necessari a coloro che avevano bisogno della guerra per realizzare i propri interessi.

     Detto in modo semplice, la querra c'e' stata perché qualcuno, certi ne avevano bisogno. Come nel caso di tutte le guerre precedenti e di quelle future. Chi aveva bisogno di questa guerra? Parecchi. In effetti, gia' ponendo la domanda Lei implicitamente ha risposto ad essa. Noi abbiamo scambiato uno Stato responsabile e potente con, come dice Lei, un'Europa irresponsabile e impotente. Ora, a chi va bene una tale Europa e a chi dava fastidio una Jugopslavia responsabile e potente… Inoltre, la domanda perché la Jugoslavia dovesse dissolversi non e' neanche tanto importante. La Rasposta ad essa e' relativemente semplice. Molto piu' importante e' la domanda perché la guerra doveva succedere? Preché anche qui non si e' avverata la cosiddetta rivoluzione di veluto, come in Cecoslovachia, anche se, chiaro, era possibile?

     In fine, tutto si riduce a mera distribuzione di sfere d'interesse. Fa alquanto ribrezzo quando questi interessi vengono avvolti nelle bandiere nazionali permeate di sangue degli innocenti ed ingenui, ma neanche cio' e' una nostra peculiarita'. Prendete un qualsiasi libro di storia oggettivo di qualsiasi popolo e vedrete che si tratta di una storia che riguarda tutta l'umanita' e non e' quindi un'esclusiva di noi che viviamo nei Balcani (anche se sono molti coloro che vogliono credere che sia cosi'). Sebbene, con i libri di storia bisogna andarci cauti, perché l'oggettivita' e' il loro lato piu' debole…     

     Quindi questa guerra non e' ne piu' ne meno assurda di qualsiasi altra guerra, e non e' neanche difficile da capirla, ma cio' non toglie che e' stata terrificante. Inoltre, anche bizzarra. Noi croati abbiamo condotto una guerra di liberazione e non abbiamo neanche un eroe. I generali che sono autori di vittorie epiche sono all'Aia in attesa di dure condanne…  capi politici durante la guerra sono stati salvati dalla prigione per il volere del Signore: sono morti in tempo. Gli americani che peru n certo periodo di tempo erano – si dice – nostri alleati (con amici del genere non hai bisogno di nemici), ora testimoniano nei processi contro di noi. Se cosi' se la passano i vincitori, pensi come allora se la passano quegli altri… I fratelli serbi che dalle loro sconfitte vogliono creare nuovi miti sulla congiura vaticano-tedesco-americano-russo-massonica contro il popolo serbo. I fratelli bosniaci che ancora non riescono a mettersi d'accordo tra di loro se la guerra l'hanno persa o vinta. Loro se la passano peggio. Perché non esistono le condizioni di percepirsi ne come perdenti ne come vincenti…

     Vi sembrera' che ho esagerato con l'ironia. Possibile, ma si tratta di ultima mia barriera di fronte all'avanzata del primitivismo onnipresente.   

2. - Chi era Drazan Gunjaca da giovane prima della guerra. Di quale cultura si nutriva, di quali libri?

 

     Sono nato a Sinj, cittadina in cui la prima cosa che apprendete e’ l’inno croato, e dopo imparate tutto cio’ che viene insegnato a tutti i bambini del mondo. Quindi sono cresciuto in un ambiente che e’ permeato fino in fondo dal punto di vista nazionale. Dopo questa esperienza, per delle circostanze che ricchiederebbero troppo tempo per spiegarle, sono finito in una scuola militare, che era completamente anazionale. Scuola che proumoveva la fratellanza e l’unita’ tra i popoli slavomeridionali, anche durante le lezioni di storia naturale...

     Pero’ non voglio tirarla per le lunghe. Sono stato, piu’ o meno, come tutti i miei coetanei. Sono cresciuto rock and roll (il gruppo preferito i Led Zeppelin), suonavo la chitara e leggevo gli autori che allora erano in voga in Jugoslavia. I miei autori preferiti dell’epoca erano I. Shaw, Remarqua e Hemingway. Leggevo molto. Solohov, Dostojevskij, Marques, Uris... Acriticamente, tutto cio’ che mi venova sotto mano, divoravo tutto...

Va detto che una parte del mio percorso formativo l’ho trascorso a Spalato, la piu’ bella citta’ del mondo, dove i profumi del Mediterraneo si sente a ogni passo fatto... Poi e’ venuta Pola, Istria, un meraviglioso ambiente multiculturale dove vivo anche oggi. Prima della guerra ho viaggiato in giro per la Jugoslavia. Nei caffe’ belgradesi ascoltavo la musica tradizionale – ottimi musicisti – e la percepivo come fosse mia, nelle trattorie bosniache ascoltavo le canzoni d’amore bosniache e le percepivo come fossero mie, in Macedonia ascoltavo le canzoni popolari macedone... di una tristezza incredibile. Poi tornavo a casa, in Dalmazia, e ascoltavo i migliori cori al mondo, quelli dalmati. Dopo di che, facendo le ore piccole, mi trasferivo su qualche spiaggia spalatina e li’, con la chitarra in mano e in buona compagnia suonavo le canzoni Dylan, Moody Blues, Beatles, Rolling Stones...

     Anche oggi, se mi si presenta l’occasione, vado li’, ascolto la stessa musica e la vivo come se fosse mia. Non sono capace di comportarmi altrimenti.

     In effeti, se ci penso un po’, io sono una fusione, quasi perfetta, di tutte queste polarita’ che ho menzionato. Pero’, poteva essere anche peggio, no?

3. - Riesci ancora a trovare le parole per descrivere il “non senso” che ha devastato il tuo paese oppure, come hanno fatto altri scrittori balcanici, hai cercato le parole anche in un’altra lingua?

 

     Quale parola e’ sufficiente, ad esempio, per il massacro di Srebrenica? Credo che in nessuna lingua esista una parola che possa designare tali attrocita’. Cito molto spesso Hannah Arendt, che scrivendo del processo a Eichman ha  concluso che dobbiamo avere vergogna per il puro fatto di essere uomini. Ecco, io spesso mi sento cosi’.

Non esistono parole magiche quando in mezzo c’e’ il dolore. A differenza dell’amore, nel dolore non c’e’ niente di magico. Il dolore bisogna viverlo per capirlo. Pero’, per rispettarlo, basta soltanto essere uomo. Sembra che proprio questa cosa diventa di giorno in giorno sempre piu’ difficile. E le vittime non hanno mica tante aspettative quante ci sembra che abbiano. A loro basta il rispetto.

4. - Che ruolo hanno scrittori come Drazan Gunjac nella società di un paese balcanico come la Croazia?

     Un ruolo minore. Praticamente innesistente. Nel mio Paese la vita si e’ ridotta all’esistenza triviale, che ogni quel tanto, per miracolo, si trasforma in grqndi questioni nazionali di tipo “essere o non essere”. Un Paese in transizione dal socialismo al capitalismo. Non  siamo piu’ nel socialismo, il capitalismo e’ ancora lontano. Quindi uno spazio vacquo. I valori sociali del sistema passato li abbiamo cancellati, come se fossero una piaga, pero’ senza instaurare valori nuovi. Inoltre, la gente e’ diventata piu’ povera, in effetti povera, la classe media non esiste piu’. Coloro che vorrebbero leggere libri non hanno soldi per acquistarli, coloro che hanno soldi non vorrebbero leggere libri neanche se ben pagati per questo sforzo inusitato.

     A cio’ vanno aggiunti anche gli effetti negativi della globalizzazione che mancho tentiamo di combattere. Viviamo nei tempi in cui i soldi sono diventati il fine ultimo, fine a se stesso e l’unica misura di tutti i valori.

     E in queste condizioni, come sperare che qualcuno possa dedicarsi a letture serie?

     Eh, si’. A cio’ va aggiunta la paura, che da queste parti non e’ una categoria irreale come nel resto del mondo. Infatti, non va bene leggere i libri di uno scrittore che tempo addietro si trovo’ in una lista di persone che andavano eliminate (fisicamente) perché “inquinavano” lo spazio culturale croato.

     Sono molti coloro che (in buona fede) dicono che la mia attivita’ di scrittore precede i tempi di una ventina d’anni. Le ferite prodotte dalla guerra sono ancora troppo fresche... Io rispetto immensamente ogni vittima a prescindere dalla nazionalita’ (perché vittima e’ solo e soltanto vittima), pero’ per quanto riguarda il precedere i tempi – cio’ e’ semplicemente una stupidaggine. Quelli che si sentono offesi da cio’ che scrivo, si sentirebbero cosi’ anche tra cent’anni. Purtroppo, nel mio Pese ci sono parecchie persone del genere, molte di piu’ di quante ci si possa spettare, a prescindere dalla guerra e da altre circostanze “oggettive”. E queste persone faranno di tutto per sminuire me e cio’ che scrivo.

 

5. - Che rapporti ha la tua professione di avvocato con il  tuo stile di scrittura?

     Poco tempo fa ho riletto il mio primo romanzo, che e’ statto scritto quando avevo poco piu’ di vent’anni, quindi molto prima che diventassi avvocato. Differenze. Ho imparato a “razionalizzare” le parole. Distinguere cio’ che e’ essenziale da cio’ che non lo e’, ed esprimere l’essenziale nel modo piu’ idoneo, in congruenza con il momento e con la ragione per cui scrivo.

     Pero’ la mia professione non ha influenzato solo il mio stile di scrittura, ma ha anche modellato e formato la mia visione del mondo. Ho imparato a proprie spese che niente e’ cosi’ come sembra a prima vista, che mai hai ragione se questa ragione non sei in grado di dimostrarla...

     A volte mi sento come il mitico centauro, solo che nel mio caso il centauro e mezzo ufficiale e mezzo avvocato. Dove sta lo scrittore? Si nasconde in disparte e nei momenti di disattenzione di quei due, sottrae loro parti della loro vita e le presenta come fossero sue. Pero’, chi lo sa, forse veramente appartengono a lui.

Drazan Gunjaca è nato il 7 ottobre 1958 a Sinj (Croazia) dove termina la scuola d'obbligo. Conclusa l’istruzione militare a Spalato, serve per una decina di anni nell’ex marina militare jugoslava. Nel frattempo si laurea in Giurisprudenza a Fiume, dopo di che abbandona l'ex armata Jugoslava. Da piu di dieci anni è un avvocato di successo a Pola.

 


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