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Genio e follia nei poeti

di Angela Barbagallo

L'uomo è un essere artificiale nel senso che per essere ha bisogno, metafisicamente parlando, di costruirsi con arte. Trascendente ed estetico sono, dunque, due termini che per lui evocano il placarsi dell'ansia di puntualizzazione aperta sempre alla problematica di ciò che deve intendersi per "forma" veramente compiuta. Da lui il gioco delle "forme", l'intreccio dei colori, la tramatura in cui l'ordito si complica gonfiandosi morbidamente per poi scendere, pian piano, a distendersi in una linea che, per essere retta, mostra di non potersi definitivamente staccare dal piano orizzontale per ascendere lungo la verticale dell'estasi dell'infinito. Sono, questi, almeno per certi "tipi" di poeti, giochi di linee e di volumi, di sensi e di percorsi in cui il cammino a spirale compiace l'intelligenza e torce l'anima che si svaga armoniosamente negli anelli concentrici e si inquieta, ma per il suo travaglio il sogno viene e rampolla di immagini che il senno tenta: la vita scolora le tinte quadrate del calcolo con le vaganti sfumature del tenero senso che turba. Nella notte, giù sulla terra dei viventi mortali, tace nei boschi l'arsura golosa di vita che suona canzoni e tacita la parola ingorda di radici umorose di senso. E Aurora, di turgido seno, dorme con Erebo per istanti divini e appena premia che il suo rosato impallidisca, dilata le pupille celestiali del figlio prediletto all'eterno infinito, ove non più sono la terra e il cielo, l'occhio e il senso, la paura e la luce, la vita e il sogno e tutto è perché è poesia, perché notte e morte, sogno e vita, nel poeta sono solo "genio e follia". Il poeta è l'anima, seppure esiste, il poeta è il sogno, la vaghezza della memoria, il pianto dell'uomo.

A sera, quando la luce dorme e gli "uomini" si smarriscono nella solitudine e cercano una compagna per l'amplesso della carne per non avere paura, a sera gli uomini "inventano" la vita: qualcuno di essi crea l'amore, un altro alita di un soffio le mani vuote per scaldarle ed un altro che non ha fiato vince col pianto il freddo del silenzio acquattato nell'ombra. Tace la parola bugiarda, tace la voce inerte che sfolgora al sole e l'uomo è solo nella notte. E il vento non ha senso e l'aria non ha corpo e la luna… lontana non ha volto. Tutto sa di metallo, tutto è nulla e il nulla è la paura, è la vita che decelera il suo palpito. E questo caos metafisico ed esistenziale è come il leopardiano istante di morte che la luce fuga spingendo la vita al di là della morte, verso la trasparenza del sole che stigmatizza l'arrivo della morte mediante l'ordine che governa il giorno. Solo il poeta continua a morire, solo il poeta scopre il rosso del sangue e il verde e l'indaco e il giallo e il nero che è il bianco perché solo il poeta vede la morte e sorride con essa della paura dell'uomo che "inventa" la vita. Il poeta cammina nel giardino di Adamo e dorme con la sua creta vicino al fuoco dello sguardo divino e a notte scioglie il suo corpo nell'occhio di Dio e penetra nel grembo della Grande Madre e coglie e gusta l'umore della morte, di tutta la morte. E la vita e la morte sono in lui ed il sogno e il reale sono in lui: tutto è il poeta, poiché tutto al poeta si svela. E il poeta è uomo, uomo con un'anima e la parola. Il poeta è sospiro, pianto e follia: il poeta è paura. Nasce dalla notte col sole la parola del poeta e con essa nasce l'universo dell'uomo e il reale scolora nel sogno e nasce l'amore che è poesia.

 


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