Danilo Dolci, il pensiero come arma civile

"L’Unità": Salvatore Lupo


È morto a 73 anni l’intellettuale che combatté sempre contro mafia e banditismo

Nel panorama politico e culturale dell’Italia degli anni Cinquanta, la figura di Danilo Dolci - morto ieri a 73 anni - aveva un che di atipico. Il geometra di Villalba Michele Pantaleone, il medico di Montemaggiore Simone Gatto, il maestro di Racalmuto Leonardo Sciascia, i cronisti d’assalto de l’"ora" Felce Chilanti, Mauro Farinella, Marcello Cimino, erano tutti figli di una Sicilia profonda e antica, tutti legati all’esperienza della lotta per la terra e alle recenti memorie, alle vittorie, ai lutti e alle sconfitte della sinistra isolana su cui scendeva la cappa del regime democristiano.
Dolci era sociologo e triestino(anche se aveva passato una parte della sua gioventù in Sicilia al seguito del padre ferroviere). Il suo interesse andava al sociale, al tema della comunità e ai rischi della carenza di una dimensione comunitaria, al problema dell’emarginazione che nel 1952 lo portò a Partinico, zona tristemente nota per le imprese del bandito Salvatore Giuliano, per la repressione massiccia (e spesso inefficace) posta in atto da un esercito intero e da una miriade di forze di sicurezza in concorrenza tra loro, per le polemiche sulla complicità di cui i banditi avevano goduto tra la popolazione locale.
L’interesse del primo Dolci andava dunque al banditismo ben più che alla mafia perché il banditismo rappresentava lo specchio immediato della questione sociale. L’equazione da lui proposta, "banditismo uguale povertà, disperazione, analfabetismo" nel suo Banditi a Partinico (1955) si collocava nell’ottica della nascente sociologia, anglosassone o italiana, impegnata nella lotta contro il "mondo della miseria"; ma anche, se ci si pensa, era nello stile del miglior positivismo ottocentesco di Pasquale Villari, di Sonnino, di Nitti. "Nella zona del peggior banditismo siciliano "Partinico, Trappeto, Montelepre, 33mila abitanti) - scriveva Dolci - dei 350 fuorilegge solo uno ha entrambi i genitori che abbiano frequentato la IV classe elementare. A un totale di 650 anni di scuola corrispondono 3mila anni di carcere". La questione non andava insomma risolta con la repressione ma con l’istruzione, con il lavoro, col senso dei diritti e dei doveri. Dolci, come i sardi Cagnetta e Pigliaru, polemizzava contro il dispiegamento dell’esercito in contrapposizione al banditismo, contro gli abusi e le torture, che gli pareva confermassero ineluttabilmente quella stessa estraneità delle popolazioni allo stato che era all’origine del fenomeno banditesco; e nel contempo dava voce alle vittime delle illegalità poliziesche con il metodo dell’intervista e della testimonianza.

L’Italia degli anni Cinquanta, vista dalla Partinico di Dolci, come dalla Villalba di Pantaleone, come dalla Orgosolo di Cagnetta e Pigliaru, appariva una sorta di museo etnografico dove sopravvivevano universi sociali e culturali apparentemente estranei alla civiltà moderna; dove il potere si esercitava anche in forme primitive e arcaiche.
Nemico di un tale mondo arcaico, era molto moderno Dolci, il protestante che secondo il cardinal Ruffini rappresentava il grande nemico della Sicilia, colui che introdusse lo sciopero della fame nella tipologia italiana della protesta, che costruì centri sociali, che condusse ricerche e stilò dossier sul banditismo, la povertà, il clientelismo, che chiese alla gente di Sicilia di testimoniare e rivendicare in prima persona i propri diritti. Col tempo anche l’avversario gli apparve più complesso e sottile, così come - allontanandosi la crisi post bellica, sfumatosi il tema ossessivo della miseria, consolidatosi il nuovo potere democristiano - sembrava ambiguo e sottile il problema della mafia rispetto a quello del banditismo. Il secondo Dolci, quello degli anni Sessanta, pose il suo mestiere di sociologo al servizio della verità politica, si diede a disegnare con rigore reticoli di relazioni forse penalmente irrilevanti ma politicamente essenziali nella costruzione del potere democristiano in Sicilia, si servì per identificarli di una massa schiacciante di "piccole" testimonianze di paese: l’onorevole è parente di qualcuno, si trova in relazioni d’affari con il tal altro, ha favorito la carriera di tizio, si serve dei servizi di caio. Attraverso tal reticoli, paradossalmente, il centro del potere politico e economico si legava (e spesso purtroppo, si lega) al ventre della società, alla criminalità grande e piccola. Memorabile la battaglia di Dolci contro il leader democristiano Bernardo Mattarella, denunciare le sue antiche frequentazioni mafiose, svelare come un arcaico potere locale potesse trasformarsi in un moderno potere nazionale.
Queste verità furono da Dolci date alle stampe, presentate alla commissione Antimafia, gridate nelle piazze anche in solitudine, nonostante le condanne emanate ai suoi danni dai tribunali della repubblica Italiana. Erano gli anni in cui la mafia agiva indisturbata, tra corruzione, complicità, disinteresse e conformismo.


Sommario


© copyright, Pertronicware

Home