Danilo Dolci: Testimonianze

di Domenico Tuzzo


Il mio primo "incontro" con Danilo Dolci risale al 1952, cioè_ a quando mi preparavo ad iniziare la mia attività di assessore al Co­mune di Balestrate con “delega” alle pubbliche relazioni e a quando il sociologo triestino aveva da poco scelto Trappeto, quale campo di lotta  per l'elevazione socio-culturale della sua popolazione.

 

Fu in quei tempi che la stampa nazionale -   Epoca, Settimana Incom, l'unità ,La Stampa, ecc. - si interessò dell'operato del giovane Dolci che, su un'altura presso Trappeto aveva da poco costruito un paio di case a costituire il cosiddetto “Borgo di Dio”,  iniziativa accompagnata dalla pubblicazione del suo primo opuscolo, dal titolo “Fare presto (e bene) perché si muore”. Nella sua azione voleva imitare l'opera d Don Zeno, di cui era stato alunno, e in più cominciò a sottoporsi, alla maniera di Ghandi, a lunghi digiuni.

 

Sulla stampa del Nord, fra l'altro, scriveva: “Lì (a Trappeto) vivono centinaia di famiglie, i cui figli giocano nella putrida e infetta melma delle strade. A un passo dal mare non conoscono il bagno di mare… E continuava: "Non hanno (gli abitanti di Trap­peto) né piatti, né bicchieri, né pentole, né posate... Nessuno legge i giornali. Ti interessi dell'Italia? Ridono. Che cos’è l'Italia?” E ancora: “Noi altri siamo animali che parliamo, salvo il battesimo: questo pensano di sé e che dovrebbero pensare? Una famiglia abita in un vero e proprio porcile di tre metri per due e ottanta: sono due sorelline, un maschietto, il padre, la madre e...un porco, titolare dell'ambiente. Le piccole non sanno evacuare che sul pavimento o sul letto. Se portate al gabinetto, si terrorizzano...”

 

Erano crude descrizioni, così efficaci da commuovere i letto­ri dei giornali che le leggevano e ci fu quasi una gara di solida­rietà per aiutare il popolo di Trappeto e l'opera di Danilo Dolci: in pochi giorni aveva raggiunto la cifra, considerevole per allora,, di un milione di lire.

 

Trappeto e la Sicilia apparvero, però, agli occhi dei setten­trionali come terra “da redimere” e fu facile pensare che, soprattutto a Trappeto, si vivesse peggio che nelle più desolate zone dell'interno dell'Africa, come se il tempo, di fronte alla “civiltà”del Nord, si fosse fermato per sempre.

 

Al Sindaco e all'amministrazione comunale di Balestrate, da cui Trappeto dipendeva, cominciarono ad arrivare lettere “di fuoco” da parte dei lettori del Nord: il consiglio comunale (nel quale sedevano anche sei consiglieri su venti, rappresentanti della frazione di Trappeto) fu convocato in seduta straordinaria il 18 febbraio di quell'anno e, con un ordine del giorno, furono vivamente deplorate le proteste dei lettori del Nord e fu anche deci­so di scrivere al Direttore de “La Stampa” per manifestargli il rincrescimento dei Balestratesi e dei Trappetesi per quanto, soprattutto, quel giornale andava scrivendo. Copia della lettera fu anche inviata al Direttore del “Giornale di Sicilia”.

 

Il compito di rispondere alle lettere inviate dai lettori de1 Nord fu mio, nella mia qualità di assessore del Comune di Balestrate, delegato...alle pubbliche relazioni.

 

Ricordo, fra le altre lettere, quella inviata da un certo Rosario Momigliano di Asti, che diceva: "Bisogna proliferare di meno e, invece, in Sicilia si mettono al mondo troppi bambini, come se fossero conigli, senza avere la possibilità di allevarli...Non vadano, perciò, a lamentarsi nelle altre città d'Italia che a Trappeto si muore di fame... Vorrei che anche le regioni meridionali fossero come tut­te le altre d'Italia, ma purtroppo, con l'ignoranza che vi regna, temo che sia un compito assai difficile sollevare moralmente a, materialmente  quelle popolazioni. Insegnate loro che più bambini mettono al mondo e più aumenterà nelle loro famiglie la miseria. Mi auguro che riescano un giorno a capire queste cose…

 

Fu facile, quindi, a molti lettori del Nord di screditare Trappeto e la Sicilia: le poche migliaia di lire, date pur un nobile fine, furono elargite non con gli occhi pieni di lagrime per la commozione, non col viso rosso per la vergogna, ma con l'alterigia, l'autorità e il disprezzo dei ricchi e dei superbi.

 

 

 

L'ultimo mio incontro con Danilo Dolci, ma questa volta reale, avvenne quasi quarant'anni dopo, nell'autunno del 199l, a casa mia:

aveva chiesto di incontrarmi, ufficialmente per parlarmi del figlio­letto Sereno, che all'inizio di quell'anno scolastico aveva voluto iscrivere presso la Scuola Media di Trappeto (sezione. staccata della Scuola Media “Rettore Evola”, di cui ero preside) e che ora vole­va trasferire ad altra Scuola.

 

Esaurito l'argomento riguardante il figlio, si parlò di questioni sociali e culturali, delle quali fu occasione contingente il dono di un suo libro “Il  ponte screpolato”, ma soprattutto, il bisogno che entrambi avvertivamo di trattare la difficile situazione occupazionale di allora e il diffuso disinteresse per la cultura, rilevando, alla fine, il rapporto di interdipendenza tra quelle due: dolorose realtà, presenti nella zona.

                      

 


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