Come l'ape che si posa su un fiore

di Massimiliano Tarozzi

(1995)

Per gentile concessione dell'Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai


Con Danilo Dolci si ha la strana impressione di conoscerlo da sempre. Danilo (il "tu" è d'obbligo) potrebbe essere definito un "maieuta", uno che usa l'abilità dell'ostetrico per tirare fuori da chi lo avvicina (da tutti coloro che lo avvicinano) il profondo sapere di cui sono depositari. Per questo c'è bisogno di una comunicazione tra le persone, uno scambio reciproco, un movimento bidirezionale che possono fiorire solo in quella magica e naturalissima atmosfera di calda intensità che s'innesca quando incontri persone così. Come Socrate Danilo scava, fa domande, stimola a tirar fuori. Per questo è stato particolarmente singolare fargli un'intervista: i ruoli si sono ribaltati. Da intervistatori a intervistati, maieuti in erba a nostra volta.

Che ricordi hai della tua infanzia e della tua storia di formazione?
Da bambino ho avuto una grande fortuna: sin da quando avevo sei o sette anni mio padre mi regalava un nuovo libro ogni quindici giorni. Era un uomo molto intelligente, ma non aveva grande cultura. Mio nonno è morto giovane e lui a 13-14 anni ha dovuto interrompere gli studi e mettersi a lavorare. Ricordo che a Gallarate abitavamo in campagna e c'era un bellissimo albero di gelso sul quale io salivo e leggevo. Leggevo di tutto, a volte anche fesserie, però leggendo ho cominciato ad affinare il gusto e le scelte. Poi ho scoperto la biblioteca pubblica. Lì ho ampliato molto la mia prospettiva e la capacità di leggere è diventata ben presto una necessità. Verso i 15 anni ho capito che la mia giornata non bastava più; volevo anche giocare a tennis, andare a nuotare e allora ho cominciato sistematicamente ad alzarmi alle quattro del mattino...
Ho letto prima un dialogo di Platone, poi un altro, poi li ho letti tutti. Poi ho trovato un'opera di uno scrittore inglese che pronunciavo "Shakespeare" (così come è scritto), e l'ho letto tutto. La lettura avveniva indipendentemente dalla scuola, anzi la scuola praticamente non c'entrava niente. Per non perdere tempo tante volte sotto il banco leggevo i miei libri e gli insegnanti mi lasciavano fare. Se mi interessavano li seguivo, altrimenti leggevo i miei libri. Procedevo per conto mio.
Contemporaneamente mio padre mi ha dato grande libertà di sperimentare. Per esempio, quando avevo 12-13 anni ho cominciato a lavorare durante l'estate in una grande azienda agricola. Mi affascinava la terra. Per me era importante imparare a falciare l'erba, il frumento. Questo mi dava la possibilità di avere qualche soldo in tasca, ma non era per il denaro che lo facevo. Ciò che mi attirava era proprio l'esperienza. Allora non sapevo ancora che cosa fosse; era un bisogno indeterminato, col tempo poi sarebbe maturato e lo avrei razionalizzato.
Poco dopo avevo già l'idea di fare l'architetto così ho chiesto di andare nell'estate a lavorare in un cantiere. Stare in cantiere ti fa capire come è importante avere il senso della costruzione. Lì puoi girare sui muri, che prima ti danno la vertigine, per imparare poi a costruirli. In quell'occasione è stato bravo mio padre, ha avuto un'intuizione ammirevole lasciandomi andare a lavorare in una situazione pericolosa. Invece tante volte i genitori ti bloccano per un eccessivo senso di protezione.

Parli spesso di tuo padre, in che cosa gli sei debitore?
Ti racconto solo un episodio. Quando sono stato in galera, all'Ucciardone (per lo sciopero alla rovescia), lui mi è venuto a trovare. Non sapeva se sarei uscito, mi avevano tolto la libertà vigilata dicendo che avevo: «Spiccata capacità a delinquere». Lui stava lì, in piedi, dietro le sbarre e mi guardava in silenzio sorridendo, senza una lacrima, senza un rimprovero. Mi ha abbracciato attraverso le sbarre come per dirmi: «Bravo, così si fa».

Come è iniziata la tua lotta nonviolenta?
Quando nel 1952 a Trappeto morì un bambino di fame feci il mio primo digiuno. Avevo visto che la percentuale dei bambini che morivano per fame era molto alta (8,7%), non si poteva più continuare a inseguire i moribondi, bisognava intervenire. Quando ho visto le condizioni disperate di questo bambino sono corso alla farmacia di Balestratte per cercare del latte da portargli, ma è stato inutile. È morto proprio davanti a me. Allora cominciai a digiunare. Non c'era un ragionamento preciso, non avevo letto Gandhi, sapevo solo che non potevo accettare che esistesse un paese senza fognature, senza strade. Anzi le fognature erano le strade stesse. Volevo manifestare istintivamente la mia solidarietà. Avevo una vaga intuizione, ma non la certezza, che nella zona le cose potessero cambiare. Mi ero messo d'accordo con dei pescatori e con degli agricoltori (uno si chiamava Paolino, un altro Toni) che se io fossi morto, sarebbero andati avanti loro. Molta gente veniva dove stavo io, piangeva e mi chiedeva perché lo facessi. C'era ad esempio una vecchia che piangeva. Le ho detto: «Non piangere, quando si semina il frumento bisogna essere contenti», e lei sorrideva piangendo. Perché la gente sa cosa è la fame, soprattutto quei siciliani lo sapevano. Io non avevo ancora l'idea che quello potesse essere un lievito per muovere la gente. Avevo iniziato a digiunare perché avrei avuto schifo di me a continuare a mangiare tranquillo intanto che gli altri morivano. E invece in quell'occasione mi sono accorto della forza di questo mezzo, che poi ho valorizzato con una coscienza diversa. Imparai che, a certe condizioni, il digiuno poteva diventare una forza.
Un mio amico e collaboratore, Franco Alasia, quando ha saputo della nostra lotta è venuto giù subito da Sesto S. Giovanni, e ha cominciato a fare la spola con la Regione Sicilia. Le autorità avevano paura che di uno scandalo. Ero già abbastanza noto perché quando arrivai in Sicilia a 28 anni, avevo già pubblicato poesie su diverse antologie nazionali (avevo cominciato a scriverle tra i 16 e i 18 anni) e alcuni mi conoscevano anche dall'università di Milano. Se fossi stato un pescatore forse mi avrebbero lasciato morire. Invece venne un Monsignore da parte del presidente della Regione e si impegnò formalmente a realizzare quello che chiedevamo e cioè togliere la popolazione dall'estrema necessità in cui viveva attraverso lavori pubblici come portare l'acqua potabile e fare fognature e strade. Allora ho fatto una riunione con gli altri pescatori con cui avevamo organizzato l'iniziativa e abbiamo detto: «Fidiamoci, si fa sempre in tempo a ricominciare». L'hanno fatto. In tre mesi Trappeto è stato l'unico Comune della zona che ha avuto tutte le strade. È stato un grande shock.
Prima della fine della settimana di digiuno mi arrivò la prima lettera di Aldo Capitini. Io gli ho risposto e abbiamo iniziato un fitto rapporto epistolare che proprio adesso l'editore La Meridiana sta per pubblicare.

Norberto Bobbio ha scritto di te: «La figura morale e religiosa di Danilo, se dovessi esprimerla con una parola, è quella dell'obiettore di coscienza». Ti ci ritrovi oggi in questa definizione?
Analizziamo parola per parola. La parola "morale" a me non interessa molto perché vuol dire "costume", mentre mi interessa il piano delle decisioni etiche. Per quanto riguarda "religioso" bisogna distinguere. Fin da ragazzo ho letto le opere delle più importanti religioni. È interessante notare che lessi prima i discorsi del Budda e solo poi la Bibbia, tutta la Bibbia. Don Zeno (il fondatore della comunità Nomadelfia, sorta nel 1946 in un ex campo di concentramento in Emilia per l'assistenza agli orfani della guerra, dove Dolci visse nel 1950, n.d.r.) non l'aveva letta tutta però l'ha letta in un modo formidabile. Un giorno gli chiesi: «Come fai a leggere in quel modo: incominci e dopo due minuti metti via?». E lui con candore immenso mi ha risposto: «Ma come posso andare avanti se non ho imparato a fare quello che ho letto lì?».
Ho letto con interesse i discorsi del Budda. Certe cose della Bibbia proprio non mi piacevano. Ad esempio la figura di Abramo rappresentato come un eroe perché aveva deciso di ammazzare il proprio figlio. Però ci sono pagine di grande poesia, come certi salmi. In che senso "religioso"? Budda è considerato religioso o no? In un certo senso può essere detto religioso. Allora religiosità in senso lato sì, ma non in un senso confessionale. Anche se, in un primo tempo, anch'io usavo un linguaggio che pensavo potesse riuscire comunicativo per parlare con la gente, poi mi sono accorto che non dovevo usarlo, perché somigliava troppo a quello confessionale e la gente faceva confusione. Non c'è niente che crei più confusione nelle persone che parlare di amore, o di libertà, o di Dio, perché ciascuno capisce diversamente.
Bobbio dice infine "obiettore di coscienza". Io ho sempre sostenuto che l'obiezione di coscienza è importante, ma non è sufficiente. Preferivo parlare di obiezione/azione di coscienza. Perché obiettore sembra solo uno che dice di no, ma non basta dire solo di no. Ciò che è essenziale è produrre alternative. Certo la difesa del diritto all'obiezione di coscienza è importantissima (io sono stato vicepresidente di War resistance international per circa tre anni) ma sempre cercando di portare avanti un lavoro soprattutto preventivo. Questo è veramente importante. Perché il lavoro preventivo è un lavoro per la salute; il dire solo di no alla guerra è intervenire già nella malattia, nella nevrosi. Per diventare delle "persone", non basta dire no, occorre proprio sapere dove dire no e inventare un sì.

Eppure nel 1963 definisti l'obiezione di coscienza come «un primo strumento per la salute propria e dell'umanità».
In un libro intitolato Esperienze e riflessioni già avevo anticipato il concetto di obiezione/azione di coscienza. È corretto il concetto di "salute". Se ci fosse qui un medico, un genetista, ad esempio la Montalcini, ci direbbe che tutto quello che avviene nell'organismo è comunicazione, dunque un rapporto nonviolento. Se tu ricevi una coltellata o assumi del veleno allora c'è un elemento di violenza. Io vedo il mondo come una creatura di creature. Non vedo le necessità sociali diverse da quelle dell'organismo. Se gli alberi hanno le spine, lo dicevamo con i bambini, è perché la natura vuole che l'albero si difenda. Nell'evoluzione la comunicazione è un superamento di quel tipo di difesa perché nel comunicare c'è la difesa dell'Io e del Tu. Ciascuno difende sé e l'altro.
Alcuni grandi personaggi religiosi, al di là delle singole confessioni, hanno intuito questo. Ad esempio Agostino d'Ippona dice: «Uno non può pensare invece di un altro. Uno non può vivere invece di un altro». Come sarebbe diverso il mondo se quegli uomini che hanno fatto santo Agostino avessero capito veramente quello che Agostino diceva. Pensa come sarebbero diverse le scuole! Non ci sarebbero più rapporti unidirezionali, non ci sarebbero più le lezioni frontali. Sai che vuol dire "propaganda"? Vuol dire "trapiantarsi nell'altro", "mettere le radici nell'altro". Allora quando vedo delle persone che hanno un pastorale d'oro incastonato di pietre preziose che pretendono di "muovere il gregge" utilizzando un megafono, penso che questo non ha assolutamente niente a che vedere con il Cristianesimo. Cristo non ha mai fatto della "propaganda".

Gandhi e il Buddismo concordano su di un punto: che senza la compassione la nonviolenza non ha senso. Gier nel saggio pubblicato nelle pagine precedenti sostiene che la nonviolenza è una virtù "di supporto". Nel senso che secondo l'ottica buddista più che esortare a non uccidere, l'imperativo morale è quello di uccidere il pensiero dell'odio.
Gandhi punta sulla difesa. Una volta ha affermato: «Piuttosto che scappare è meglio sparare. Piuttosto che sparare è meglio trovare delle forme di lotta che siano più esatte e più perfette dello sparare».
Se compassione per Budda volesse dire tentare di eliminare il dolore, Gandhi non sarebbe d'accordo e nemmeno io. È importante saper soffrire, non bisogna evitare la sofferenza. Non è il piacere o il dolore che ti detta quello che devi fare, devi vedere quanto è necessario nella società, e poi non importa se tu lasci la vita.

Ho l'impressione che Gandhi, ma anche il Buddismo, abbiano una visione piuttosto pragmatica della nonviolenza.
È vero. Sai che Gandhi era un ammiratore di Lenin? Questo è molto importante e di solito non emerge. Pochi sanno che la prima legge per l'obiezione di coscienza al mondo è stata promulgata proprio da Lenin. Lenin trovava violento che i contadini fossero poveri o disoccupati, la rivoluzione era dunque l'occasione per ristabilire degli equilibri. Da questo punto di vista Gandhi e Lenin sono più vicini di quanto non si creda.

Cosa è la pace? In un tuo scritto del 1968 hai detto: «Pace s'identifica con l'azione rivoluzionaria nonviolenta» ed «è un diverso modo di esistere». Oggi daresti la stessa definizione?
Pace è il riflesso dei problemi risolti. Cioè se ci sono delle difficoltà, il nevrotico ci sbatte contro, mentre la persona sana cerca di tradurre queste in problema. "Problema" vuol dire "proposta". Chi litiga, chi fa una guerra, generalmente è un nevrotico. Tutti gli psichiatri, di qualsiasi scuola, sono d'accordo nel definirle forme di nevrosi. La persona sana cerca di capire qual è il problema. Bisogna sapere che la vita è risolvere i problemi. Quando si fanno le guerre è dimostrato a tutti i livelli che la gente non conosce la situazione e non sa come passare da quell'essere al poter essere. Ecco perché la pace è il riflesso dei problemi risolti.

Hai parlato di Lenin, di azione rivoluzionaria. Nel 1995, cadute le ideologie, che significato assume la parola "rivoluzionario"?
Dicendo rivoluzione pensiamo a un cambiamento profondo e rapido. Dice un mio amico, meccanico cileno: «Comunicare è creare le condizioni per cui tutti si possa collaborare a vivere». Questo è essere rivoluzionari. Essere rivoluzionari con la violenza è essere rivoluzionari solo a metà. Andando avanti con la violenza sarà possibile avere delle bombe atomiche miniaturizzate, e allora la scelta diventa se si vuole vivere o morire, conoscendo i nessi di interdipendenza che ci sono in questa grande creatura di creature che è il mondo.

Daisaku Ikeda a questo proposito parla di "rivoluzione umana" intendendo il processo di riforma interiore che inevitabilmente porterà al cambiamento di tutta l'umanità.
Ho una certa resistenza verso tutti quelli che dicono: «Arriverà un giorno inevitabilmente...». Io non sono ottimista, non ho molta fiducia nell'essere umano. Penso che, come abbiamo detto con i bambini, dobbiamo imparare di più dal rapporto tra ape e fiore. Dobbiamo essere realisti e mi dà fastidio un certo fatalismo religioso di Teilard de Chardin, che aveva anche Capitini quando diceva: «Verrà un giorno in cui il pesce grande non mangerà più il piccolo». Conta quanto e cosa si fa per il cambiamento.

Quanto conta essere religiosi per trovare le risorse spirituali per vivere e agire in maniera nonviolenta?
Lo abbiamo accennato anche prima, bisognerebbe intendersi sul significato da attribuire a religiosità. Molti dicono che abbia a che fare con "religamen", cioè con il connettersi. In questo senso sono completamente d'accordo. Ma se per religione s'intende un sistema i cui capi sono dei monopolisti della morale, allora non sono per niente d'accordo. Bisognerebbe leggere i discorsi che hanno fatto i papi di Avignone per favorire le crociate. Credo che le vere crociate siano state quelle di Francesco d'Assisi che è andato in Terra Santa, ha attraversato le linee ed è diventato amico del Sultano. Come hanno fatto a diventare amici? Come hanno fatto a intendersi? Tutto questo avviene mentre Federico II di Svevia dice al papa che lui le crociate non le avrebbe fatte. E credo, anche se non ne ho i documenti, che in questa decisone sia stato influenzato proprio da Francesco d'Assisi. Cosa fa il papa per tutta risposta? Lo scomunica. Federico II invece con il Sultano voleva collaborare. Nei suoi ministeri aveva gente che parlava greco, latino, arabo, ebraico e cercava di tenere tutti insieme.

In un saggio recentemente pubblicato in italiano, Johan Galtung ha sottolineato l'alto potenziale che la visione del mondo buddista ha nella realizzazione della pace mondiale. Fra l'altro, ha elencato 20 punti di forza (tra cui la nonviolenza) e 6 punti deboli. Quali sono per te i punti forti e i punti deboli del Buddismo per promuovere la pace?
Il Buddismo può contribuire molto alla pace con il concetto di compassione che induce al rispetto dell'altro. Gesù auspica "nuovi cieli e nuove terre". C'è un volo, un sogno specifico di Gesù in questo senso. È interessante notare la parabola come racconto che fa capo all'esperienza dell'altro: Gesù racconta qualche cosa che l'altro sa, non a caso sono quasi tutte riferite alla campagna e lo dice perché le persone sappiano leggere con gli occhi quello che hanno davanti e comprendano da quell'immagine il fatto che ogni evento si esprime oltre sé. Questa non è forse un inizio di maieutica?

Sempre Johan Galtung ha introdotto la nozione di "violenza strutturale" che sembra aumentata negli ultimi decenni. Quali spazi rimangono alla nonviolenza?
Conosco Galtung da moltissimi anni, ci lega un'amicizia profonda sin da quando venne a Partinico addirittura alla fine degli anni Cinquanta. Lo stimo sia personalmente sia come uno dei più grandi studiosi al mondo sulle tematiche della pace. E tuttavia non credo che si possa parlare di violenza strutturale; credo che in questa espressione si celi un clamoroso equivoco linguistico. Il concetto di struttura è un concetto antichissimo che risale a Vitruvio e attraversa ora tutte le scienze. L'essenza del concetto si può riassumere così: il miglioramento o il deterioramento di una parte influenza il tutto; ma nello stesso tempo l'insieme influenza, positivamente o negativamente, le singole parti. Quanto avviene in un organismo sano è essenzialmente nonviolento, come sa ogni biologo. Ad esempio non è possibile prendere un bambino per il collo e tirarlo perché lo si vuole far crescere subito; e nemmeno puoi pretendere di non rispettare i tempi di maturazione di un pianta: non puoi rimproverare un albero e picchiarlo perché non ha ancora maturato i frutti. Sono pazzie. Il rispetto dei tempi di maturazione, un concetto insito nella nonviolenza, è un concetto di rispetto per la vita.
Ci sono altre parole più adatte invece di struttura. Ad esempio "istituzione". Prendiamo la scuola. È un'istituzione che quando ha un vero educatore diventa una struttura. Perché il vero educatore educa tutti a comunicare e di conseguenza a essere creativi. Si può parlare di struttura riferendosi a una struttura muraria: puoi prendere dei sassi e innalzare un muro. Ma con le teste dei bambini non creerai nessuna struttura: questo è distruggere e non costruire. Non è solo una questione di termini. Le parole sono importanti e non possono essere usate malamente. Nel libro che ho curato Comunicare, legge della vita, c'è un intervento di Giuliano Toraldo di Francia che dice: «"Comunicare" il falso è rompere un patto per cui si conviene che certi simboli, verbali e non, significhino certe cose». Questo vuol dire che se uno chiama questo tavolino serpente boa, un altro monte Everest, un altro lo chiama acqua, non è possibile la vita civile. E Toraldo di Francia non è un prete, è un fisico!

Da un certo momento della tua vita, all'azione politica sembra essersi sostituito l'impegno educativo. Nel 1973 hai scritto: «Pedagogia è politica, impegnarsi in campo pedagogico può essere fare politica autentica e in modo profondamente avanzato».
Sono meravigliato di aver utilizzato il termine "pedagogia" che non mi piace per niente: significa guidare le persone per mano come fossero sempre bambini. Sarà stato un cenno colloquiale, perché l'ho bandita. Esiste la scienza-arte dell'educazione. "Pedagogia" è un termine che deve scomparire e che era malsofferto anche da Piaget e da Dewey.
Riguardo alla domanda ritengo che ogni lavoro autenticamente educativo sia un lavoro politico. E viceversa. Ma anche qui è importante intendersi sulle parole. Ad esempio c'è una grande differenza tra città e urbe. Mumford non parla di urbanistica ma di "cultura della città", perché nella città c'è la parola latina cives, cittadino. Una cosa è urbanizzarsi, altra è civilizzarsi. Civilizzarsi ha una dimensione etica: molti cani messi insieme fanno un canile, molti porci messi insieme fanno un porcile, molti uomini messi insieme fanno un "omile" (come spesso accade in certe "urbes"). Ma la città è altro.

E nella tua vita non c'è stato un passaggio dall'azione politica a quella educativa?
Non credo. Non ho mai avuto la tessera di un partito perché ho sempre creduto nell'azione maieutica. E questa io la porto avanti con i contadini e nelle scuole. È sempre un'azione educativa quella che crea forze nuove e porta al cambiamento. Prendiamo la diga di Partinico. Da principio c'erano decine di migliaia di persone che vivevano come "atomizzate" ed erano completamente in balia di trenta persone comandate dal boss mafioso Frank Coppola. Quando abbiamo capito che i contadini volevano l'acqua, non abbiamo fatto comizi, ma parlando con la gente abbiamo cominciato a chiedere chi voleva l'acqua e poi a organizzare quelli che la volevano. In seguito sono nati gli scioperi, il sindacato "dei 500" che voleva lavorare per fare la diga. Ottenuta l'acqua, abbiamo domandato se l'acqua la volevano cara o a buon mercato. E oggi l'acqua costa sei volte meno di quanto costava 15 anni fa. Senza chiacchiere i contadini hanno capito che l'acqua a buon mercato doveva essere acqua democratica e non acqua di mafia e cioè dovevano imparare a mettersi insieme e a organizzarsi. Un cambiamento non avviene senza forze nuove, ma queste non nascono e non crescono se la gente non si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni.

Che differenza c'è tra educazione nonviolenta e educazione alla nonviolenza?
Non dovrebbe esserci differenza perché sarebbe assurdo imporre violentemente un'educazione nonviolenta. Chi dà sberle ai figli perché stanno bisticciando è decisamente incoerente...

Come è possibile far convivere un'educazione nonviolenta con la consapevolezza dell'inelusibilità dei conflitti e dell'aggressività?
La nonviolenza si può esercitare anche quando ci sono dei conflitti, anzi è proprio lì che si rende più necessaria. Come abbiamo detto con i ragazzi, quando c'è un conflitto occorre saper vedere dal punto di vista dell'esperienza dell'altro e riuscire ad avere l'altro come collaboratore. Eriksson, uno dei più grandi scienziati del secolo, e Gandhi, uno dei più grandi esperti di etica politica, concordano nel dire che se A e B esistono, non sono mai uguali, anche se fossero gemelli. Se non sono uguali possono avere punti di vista diversi. È molto importante che sia A che B possano vedere dal punto di vista dell'altro attraverso una relazione di empatia. Il prodotto dell'interazione è quella metamorfosi dei due che produce quello che si dice il vero. Questo è il genio di Eriksson e di Gandhi: qui vengono a coincidere la scienza con la più avanzata esperienza etico-politica.
Solo l'azione nonviolenta cerca di risolvere integralmente i conflitti perché è un tentativo di risolvere omnidirezionalmente i conflitti. Invece la rivoluzione violenta non è completa in quanto uccide l'altro, c'è una menomazione, c'è un'impotenza accertata. In questo era esperto Gandhi. I suoi collaboratori mi hanno confermato che lui nelle riunioni tendeva ad approvare le decisioni all'unanimità, non a maggioranza. Insisteva ad approfondire la discussione per ascoltare anche i dissenzienti fino in fondo.

Da anni tu porti avanti nelle scuole e negli incontri con ogni tipo di persone di ogni età e di ogni estrazione sociale un metodo educativo che definisci "maieutico". In che cosa consiste?
Essenzialmente è aiutare a riconoscere, in sé e negli altri, interessi, bisogni, identità, certe volte comuni, certe altre diversi. La crescita è sempre il prodotto di un complesso di condizioni maieutiche attuate.
Prima dicevo che è un processo omnidirezionale. In questo io mi differenzio, con tutto il rispetto, anche da Socrate. Per lui non c'è niente da imparare dagli alberi, soltanto dagli esseri umani. Ma non ha osservato abbastanza, non ha approfondito il rapporto come è necessario. Il gelsomino non è parla, ma ti annuncia. Ti annuncia che devi arrivare a una metamorfosi, che devi sentirti come un ape di fronte a lui, perché lui sempre ti raggiunge col suo profumo. Ti chiede di essere nello stesso rapporto in cui stanno l'ape e i fiori, che non si mangiano vicendevolmente, ma sono nella chiave della reciprocità, come ha detto una bambina ieri, dell'aiuto reciproco.
Con 70.000 bombe atomiche non abbiamo bisogno di imparare anche dal rapporto di ape e fiori?

Oltre a poter imparare dagli alberi e dal gelsomino si può imparare anche dai bambini. Nemmeno questo lo aveva detto Socrate.
I bambini sono ancora capaci di porsi dei bellissimi interrogativi. L'adulto non può forzare a porsi interrogativi. Può, al massimo, contribuire a costruire delle strutture in cui ciascuno cresca naturalmente, cioè nella condizione del rispetto reciproco in cui ognuno si trova a proprio agio. Allora incomincia a pensare diversamente rispetto a quando è solo. Allora i genitori rimangono incantati da quello che loro bambini sono capaci di dire.

In definitiva instaurare un rapporto nonviolento significa imparare a comunicare nel senso più pieno della parola. Ma questo è un processo innato o deve essere appreso? In altre parole nonviolenti si nasce o si diventa?
Questa è una questione essenziale. Potrebbe sembrare una domanda superficiale, un po' buttata lì e invece mi permette di approfondire un concetto molto importante.
Vorrei partire da un po' lontano. Ieri, parlando col gruppo di bambini, dicevo loro che nel momento in cui lo zigote, cioè la cellula fecondata che contiene il DNA, il progetto della cultura, parte dall'ovulo per andare verso il tessuto uterale, avviene un evento importantissimo. Questa cellula fecondata (zigote in greco vuole dire "fusione") si moltiplica e nello stesso tempo, documentano gli scienziati, comincia a emettere dei villi con i quali si abbarbica al tessuto uterale chiedendo in tal modo di essere nutrita. Questi villi sono ciò che costituirà la placenta. In altre parole, questo germe che diventa l'embrione comunica che vuole ricevere nutrimento dalla madre che spesso non sa ancora di essere incinta. Questo è molto importante perché comincia qui quel rapporto tra l'embrione e la madre che è bidirezionale. È un errore, ad esempio, pensare che il cordone ombelicale serva solamente alla madre per nutrire il feto. C'è anche un passaggio di ritorno. È un rapporto bidirezionale come lo è ogni tipo di rapporto vivo, cioè è un rapporto di comunicazione vero e proprio.
Quando il bambino nasce, in un certo senso avviene un'interruzione della comunicazione. Mentre il respiro, il cuore sono programmati geneticamente dal cervello, e avvengono indipendentemente dalla nostra volontà, la capacità di comunicare con gli altri è una necessità, ma non è innata e deve essere appresa. Dopo la nascita c'è un periodo molto delicato, che può essere anche traumatico, nel quale il padre e la madre devono diventare educatori in modo tale che il bambino impari a comunicare con le creature. Se manca questo, il bambino cresce di statura ma si nanizza culturalmente e psichicamente. Invece attraverso la comunicazione con le creature intorno ricomincerà la crescita integrale.
Questo è molto importante dal punto di vista educativo, ma le scuole non lo sanno. Dopo lunghe verifiche adesso sono pienamente convinto che ognuno deva imparare a comunicare, altrimenti non c'è crescita complessa. Dapprima è un fatto sistematicamente genetico, ma poi è necessario un apprendimento e solo così riprende la crescita.
E la natura chiede la crescita, anche se qualcuno ha il coraggio di dire che la natura è sparare, è la guerra. Natura deriva da "nascituro" ed è legata alla nascita. Essa richiede la comunicazione che ti permette di crescere, nell'interazione con le creature. Con quella creatura di creature che è la vita.

 


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