Azione rivoluzionaria nonviolenta in Danilo Dolci

di Ilaria Sabatini

(dal Chicco di Senape 2/98 anno VI)


Capire e soccorrere
Educatore-maieuta

Instaurare un rapporto nonviolento significa imparare a comunicare
Pace, un riflesso dei problemi risolti
Obiezione/azione di coscienza
L’eredità di Danilo


«Pace per noi non è sinonimo di quiete, di non lotta; non significa
morte o il niente o non odio: ma impegno limpido, sviluppo armonico…»
(Danilo Dolci)


Danilo Dolci ha iniziato la sua lotta nonviolenta nel 1952 a Trappeto
(Pa), quando per la morte di fame di un bambino ha fatto il suo primo
digiuno. Non aveva letto ancora Gandhi, ma sentiva che non poteva
accettare di vivere tranquillamente mentre l’8,7% della popolazione
infantile moriva di fame. È stato solo quasi istintivo all’inizio, come
un modo per manifestare la sua solidarietà con i poveri: «Avevo iniziato
a digiunare – racconta Danilo in un’intervista – perché avrei avuto
schifo di me a continuare a mangiare tranquillo intanto che gli altri
morivano». Invece, poi si è reso conto che il digiuno poteva diventare
una forza per il cambiamento. Molti, infatti, in quell’occasione, si
mossero. Le autorità, per paura di uno scandalo (Danilo era già
abbastanza noto per le sue poesie pubblicate in alcune antologie),
iniziarono a promettere interventi e aiuti. E così avvenne: in tre mesi
Trappeto è stato l’unico Comune della zona ad avere tutte le strade
(prima non esistevano e coincidevano con le fognature).

Capire e soccorrere
Danilo, triestino di nascita, ha scelto di vivere in un paese di
pescatori della Sicilia occidentale in un periodo, quello del secondo
dopoguerra, in cui le persone vivevano in un completo abbandono,
soffrendo la fame e le piaghe della mafia e del banditismo. Danilo ha
deciso di andare là per capire con la gente se c’era possibilità di
cambiare e come. Si era accorto, infatti, che gli interventi dello Stato
in quelle zone (se ce n’erano) erano perlopiù negativi: che senso aveva
spendere miliardi nella repressione, per mantenere carabinieri e
poliziotti contro i banditi, al posto di investirli per diminuire la
miseria e favorire uno sviluppo in queste zone?
Così è iniziata l’attività di sociologo di Danilo in Sicilia, tesa ad
analizzare nel profondo i problemi e la realtà. Così ha preso forma il
metodo di azione rivoluzionaria nonviolenta, riscoperta come azione più
perfetta ed efficace per risolvere i conflitti.
Alcuni gli dicevano, contestando la sua azione: «L’Europa non è l’India;
certi strumenti possono avere un senso in zone dove la nonviolenza è
base della moralità popolare, non nella Sicilia occidentale dove sono
leggi di fondo la violenza, la chiusura personale e familiare, la non
collaborazione; dove si tende a riconoscere per verità la forza». Danilo
invece ha creduto necessari i metodi di lotta nonviolenta, e lo hanno
portato a valorizzare quanto di creativamente nonviolento c’è in ogni
società umana.

Educatore-maieuta
Danilo non si è mai posto come intellettuale superiore, che dall’alto
delle sue conoscenze ammaestra il popolo. Fin dall’inizio si è messo
accanto alle persone, condividendo la loro vita, ma al tempo stesso
ponendo loro domande: «Finito il lavoro – racconta – domandavo ai miei
nuovi amici come vedevano la situazione: quale era esattamente? Poteva
cambiare? Come poteva cambiare? Dalle domande mosse dalla mia ignoranza,
nascevano problemi nella gente».
Il suo lavoro di educatore-maieuta è consistito proprio nel porre
domande alla gente, risvegliando la coscienza in persone che vedevano la
propria vita senza prospettive, senza alternative. Ignoranza e miseria
secondo Danilo erano i due mali fondamentali che affliggevano questa
popolazione, peraltro ricca di cultura ma inconsapevole di averne una.
Danilo ha dato fiducia alle persone, ha valorizzato la loro cultura, il
loro pensiero, il loro potere. Così in molti hanno iniziato a seguirlo,
a indagare la propria realtà, facendo emergere i problemi e inventando
possibili soluzioni.
Il metodo maieutico promosso da Danilo consiste proprio in un
interrogarsi insieme, sincero, valorizzando ciascuno, imparando a
comunicare. Danilo ha sperimentato che questo metodo è creativo,
proposta essenziale alla soluzione dei problemi, allo sviluppo delle
conoscenze e alla crescita individuale e sociale.
Si tratta di un metodo nonviolento, in cui non si cerca di sottomettere
l’altro (di dominarlo) ma di favorire il suo sviluppo, le sue specifiche
potenzialità.

Instaurare un rapporto nonviolento significa imparare a comunicare
Secondo Danilo, instaurare un rapporto nonviolento significa imparare a
comunicare nel senso più pieno della parola, infatti, in tale rapporto
non si cerca di eliminare l’avversario, ma di comprenderlo. L’attenzione
è rivolta a cercare di vedere dal punto di vista dell’esperienza
dell’altro (sviluppare l’empatia) e riuscire a cogliere l’altro come
collaboratore.
Danilo ha ritenuto per questo fondamentale l’esperienza di Gandhi,
perché egli riusciva, nelle sue riunioni, ad approvare le decisioni
all’unanimità (non a maggioranza) insistendo ad approfondire la
discussione per ascoltare anche i dissenzienti fino in fondo. Gandhi
aveva saputo individuare il mezzo più valido ed efficace per risolvere i
problemi e i conflitti. Danilo amava sempre ripetere queste parole di
Gandhi: «Piuttosto che scappare, meglio sparare. Piuttosto che sparare,
meglio trovare forme di lotta che siano più perfette ed efficaci dello
sparare».
La rivoluzione violenta è sicuramente un modo per intervenire sui
problemi, ma ha ancora in sé il seme della morte e quindi non risolve
radicalmente i problemi, non realizza una “salvezza” per tutti. «Essere
rivoluzionari con la violenza è essere rivoluzionari solo a metà».
L’azione rivoluzionaria nonviolenta è più difficile e complessa di
quella violenta perché cerca di risolvere integralmente i conflitti.
Riesce a non eliminare l’avversario, ma a considerarlo come parte del
problema da risolvere, a cercarlo come collaboratore al difficile
problema di esistere e di incontrarsi. «Comunicare è creare le
condizioni per cui tutti si possa collaborare a vivere».
Secondo Danilo, comunicare è la legge della vita: «quanto avviene in un
organismo sano è comunicazione, dunque un rapporto nonviolento». La
capacità di comunicare con gli altri è una necessità; però non è innata
e deve essere appresa.
«Chi litiga, chi fa una guerra – afferma – generalmente è un nevrotico.
Tutti gli psichiatri, di qualsiasi scuola, sono d’accordo nel definirle
forme di nevrosi. La persona sana cerca di capire qual è il problema.
(…) Quando si fanno le guerre è dimostrato a tutti i livelli che la
gente non conosce la situazione e non sa come passare da quell’essere al
poter essere».

Pace, un riflesso dei problemi risolti
Per questo pace per Danilo non significa quiete, assenza di conflitti,
ma un «riflesso dei problemi risolti». «Pace è un modo per essere vivi –
cioè tutt’altro che chiusi, al di fuori, ma nel miglior modo partecipi –
che ha implicito soprattutto visione serena, sforzo per educare e
perfezionare, fatica per risolvere». «Pace vuol dire anche – continua
Danilo – decantare rabbie e rancori, sapere disintorbidarsi per trovare
il modo – ogni volta difficile – di eliminare il male senza eliminare il
malato o nuocergli…».
Per Danilo pace coincide con azione rivoluzionaria nonviolenta, con un
nuovo modo di esistere e di porsi in rapporto agli altri e ai problemi,
più complesso, più difficile, ma anche più necessario.
Riprendendo le riflessioni di Gandhi, anche Danilo ritiene che «la
verità non “fa il gioco” di nessuno: è la salvezza di tutti». Per questo
la sua difesa dei banditi siciliani («Tra coloro che lo Stato condanna
come banditi quanti avevano i mezzi leciti sufficienti per sfamare sé e
la propria famiglia? Quanti sono analfabeti e avevano genitori
analfabeti?») non è fatta per mettersi dalla parte di qualcuno contro
qualcun altro, ma per fare chiarezza sui rapporti sbagliati, sulle leggi
sbagliate, che corrompono sia i sottomessi che i potenti, «del male che
provoca male». Secondo Danilo, «solo muovendosi esattamente si
progredisce veramente: il modo della rivoluzione è essenziale. (…) Se
seminiamo morte ed inesattezze non nasce vita. (…) L’esattezza, la
verità, sciolgono, rompono».

Obiezione/azione di coscienza
Norberto Bobbio, cercando di definire la figura morale e religiosa di
Danilo con una parola, ha utilizzato quella dell’obiettore di coscienza.
Ma Danilo, sentendosi definire così, ha preferito parlare di
obiezione/azione di coscienza, ritenendo infatti non sufficiente essere
contrari, dire di no, ma essenziale anche produrre alternative,
inventare un sì.
«Dire solo di no alla guerra è intervenire già nella malattia, nella
nevrosi». Per questo è fondamentale un lavoro preventivo, che agisca
alla base dei rapporti, favorendo l’incontro, la comunicazione delle
persone. È necessario sperimentare nuovi modi di stare insieme, in cui
ciascuno si senta valorizzato, in cui sia possibile far emergere
problemi e conflitti, inventando nuove soluzioni. «Non possiamo
aspettare che piova dal cielo il disarmo mondiale – afferma Danilo – ma
dobbiamo renderlo credibile lavorando, giorno dopo giorno, sulle
alternative alle armi e alle armate: rendendo queste ogni giorno più
inutili, superate, anacronistiche».

L’eredità di Danilo
A pochi mesi dalla sua scomparsa, sento importante parlare di Danilo
Dolci e del suo lavoro, che non si è concluso negli anni ’70 (come
alcuni pensano) ma che ha continuato acutamente individuando “virus di
dominio” (di violenza) oltre il sistema clientelare-mafioso, in tutti
quei sistemi di rapporti di tipo unidirezionale e trasmissivo (nella
scuola, nella cultura televisiva, nella politica, …) che soffocano la
creatività individuale e lo sviluppo sociale.
Danilo ha compiuto un’analisi profonda; per chi lo ha saputo leggere, ha
messo in allerta, ha aperto gli occhi. Al tempo stesso ha sperimentato e
proposto alternative concrete di azione rivoluzionaria (la struttura
maieutica), che ancora devono essere scoperte in tutte le loro
potenzialità. Il “fronte nuovo” deve avanzare…

 


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