La relazione società e ambiente in una prospettiva maieutica: incontro con Danilo Dolci

 

di Chiara Mazzoleni

 

 

Il tema 

Il tema oggetto delle conversazioni con Danilo Dolci, promosse dal Daest in collaborazione con il corso di “Analisi dei sistemi urbani e territoriali 2” (prof. Arnaldo Cecchini) e con il “Laboratorio introduttivo-primo anno” (prof. Francesco Indovina) ed il “Laboratorio dell’orientamento progettazione-secondo anno” (prof. Bruno Dolcetta), è il comunicare, l’agire comunicativo inteso come elemento centrale dell’azione maieutica. L’occasione di questo incontro è stata fornita dalla recente pubblicazione del testo curato da Dolci, Comunicare, legge della vita, (La Nuova Italia, Firenze 1997), nel quale l’autore - dialogando in particolare con Noam Chomsky, Paulo Freire, Mario Luzi e Jurgen Habermas - rivede e integra un precedente lavoro edito nel 1995 da Lacaita (Bari), che sottoponeva al confronto con educatori, scienziati e poeti una prima bozza di manifesto sul tema del comunicare. 
La promozione, soprattutto con i giovani, di iniziative che rendano possibili valutazioni comparative, nelle quali ognuno possa esprimersi per riconoscere i propri bisogni concreti, la ricerca di modi per sperimentare, in diversi ambiti e a vari livelli, metodologie che possano risultare più efficaci affinché ognuno si interroghi, l’identificazione di contesti, quali soprattutto quello universitario, ove sia possibile dare vita a strutture comunicative, studiarle e inventare opportune strategie per ampliare confronti e iniziative, costituiscono i momenti principali dell’attività in cui Dolci è impegnato da diversi anni e del suo appello lanciato, appunto, nella forma di manifesto. 
Le conversazioni tra Dolci, gli studenti e alcuni docenti del CdLPtua, svoltesi alla fine di aprile, hanno così favorito l’instaurarsi di un colloquio per certi aspetti insolito attorno ad alcune nozioni chiave della riflessione di Dolci, rilevanti anche nell’esperienza formativa degli studenti di urbanistica. 
Nel tentativo di restituire gli aspetti più significativi dell’iniziativa, orientata ad esaminare la relazione tra società e ambiente in una prospettiva interattiva, di tipo dialogico-comunicativo, di crescita reciproca, riteniamo utile fare direttamente ricorso agli argomenti che Dolci affronta nel testo, attorno ai quali è stato orientato il confronto con i partecipanti agli incontri. 
Innanzitutto la maieutica strutturale, come da tempo è resa concreta da Dolci e dai gruppi attivi con lui - secondo quanto sottolinea Ervin Laszlo in un suo recente editoriale apparso su Pluriverso (n. 5, 1996) - si fonda sull’interagire comunicativo. Esso comprende il dialogo ma non vi si identifica: significa - seguendo le argomentazioni di Dolci - «partecipare a strutture che favoriscono la scoperta e l’esprimersi, come esperienza alternativa ai tradizionali rapporti unidirezionali». In questa direzione la maieutica, intesa come «metodologia educativa strutturante», pur attenta ai favorevoli condizionamenti dell’ambiente, valorizza le esperienze di ognuno e cerca di fornire occasioni sia alla crescita personale e collettiva, sia all’apprendimento specifico. 
«Se vivere è imparare ad adattarsi adattando, l’invenzione e l’impiego di un nostro nuovo potere costituiscono la creatività, la quale ha la stessa origine di crescere: connettere il preesistente in modo nuovo, concepire, suscitare generando. Chi asservisce - afferma Dolci - non sa, non può costruire la città, la politica». 
Vivere ed agire nelle nuove condizioni create dalle recenti profonde e veloci trasformazioni, attraverso le quali gli aspetti e le attività della vita umana sono destinate ad esercitarsi all’interno di interazioni globali, di tecnologie globalmente efficienti e di informazioni circolanti in un sistema globale, comporterà sempre più un diverso modo di agire e di pensare. Anche a causa della velocità con la quale il nuovo sta irrompendo tanto nella nostra generazione, quanto sulle generazioni future, non si sono ancora evoluti la logica, i valori e le pratiche necessarie. Questo ritardo può costituire un pericolo a causa della vulnerabilità delle nostre temporanee strutture sociali ed ecologiche. Per questo motivo, secondo Dolci, la maieutica strutturale è essenziale. Come ha sottolineato Einstein, non è possibile risolvere un problema fondamentale con il modo di pensare che ha originato il problema. 
Costruire un nuovo modo di sentire e di agire, far nascere una nuova consapevolezza è un processo complesso e in quanto tale è necessario aiutarlo con una pratica maieutica. Fare evolvere la conoscenza, l’intuito e la creatività, che possono aiutare a crescere in autonomia e dare origine a modi di vivere e di agire responsabili, è il compito indifferibile del nostro tempo. In questa prospettiva delineata dalla riflessione di Dolci, il comunicare autentico, l’esperienza maieutica, sono fattori profondamente influenti sul processo di evoluzione collettiva. 

I presupposti lessicali di una vera comunicazione 
Considerando che la parola assume il proprio senso interpretando il mondo e che «vi è un maturare dei significati e un loro involversi», perché appaia chiaro il senso delle parole e ciò che esse significano è necessario analizzare alcuni termini e alcuni nessi significativi. Questo sforzo di chiarificazione rappresenta il primo passo nella costruzione e sperimentazione di strutture comunicative. 
«Al desiderio di comunicare - afferma Dolci - occorre un codice comune, e non solo verbale; occorre anche una certa esperienza e un minimo concepire affine, disponibile ad ampliarsi nel confrontarsi». 
In questa direzione, nel corso del colloquio, sono state esaminate in particolare alcune coppie oppositive, formate da nozioni che spesso, impropriamente, vengono usate come sinonimi, e alcuni termini rilevanti. Tra queste in particolare le coppie trasmettere/comunicare, potere/dominio e le nozioni di interesse, autonomia, verità
Invitati a interrogarsi sul significato di queste nozioni, i partecipanti hanno potuto avviare, con Dolci, una riflessione su alcuni dei termini più ricorrenti del lessico comune e hanno così sperimentato come il lavorare insieme tra diversi è occasione di conoscersi e arricchirsi reciprocamente. 

Trasmettere/comunicare 
«Oggi, più che mai, saper distinguere trasmettere da comunicare è operazione non solo mentalmente essenziale alla crescita democratica del mondo: la creatività di ognuno, se valorizzata comunitariamente, acquista un enorme potere ora per massima parte sprecato». 
Trasmettere: mentre esiste un trasmettere che tende al comunicare (come, ad esempio, la domanda), un rapporto esclusivamente e continuativamente unidirezionale tra una persona e un’altra, tra una persona e altre, nel tempo risulta, di fatto, violento: in questo senso, secondo Dolci, non esiste, né può esistere, alcuna comunicazione unidirezionale. Lo scambio non è ancora comunicare. 
«In quest’epoca si consolida nel mondo la tendenza per cui, con l’impiego strategico di potenti, quanto sottili, strumenti unidirezionali (la scuola trasmissiva, la televisione, la propaganda-pubblicità etc.), pochi gruppi di scaltri guidano colonizzando l’esistenza delle maggioranze rendendole passive, succubi. Questo dominio parassitario sta ora investendo non soltanto gli uomini ma tutta la natura. La trasmissione propagandistica viene più e più camuffata da comunicazione. Malgrado puntuali denunce, questa strategia (condotta da persone, gruppi, Stati) subdolamente tende a strumentalizzare la gente, rendendola indifesa e acquiescente». 
Arduo è liberarsi dell’inganno che diviene norma. «Chi non medita - precisa Dolci - non pensa liberamente, non distingue fra l’ipnotizzante trasmettere e il comunicare. Mentre è stato ampiamente accertato, nell’ultimo secolo, che anche lo sviluppo cognitivo è per gran parte correlato alla effettiva capacità di interagire e comunicare». 
Comunicare: esso è intimamente connesso a creatività e a crescere: non si può essere creativi senza comunicare, né si può comunicare senza essere creativi; «esercitare il proprio sano potere (radicato nel conoscere), essere creativi - ribadisce Dolci - è una necessità per ognuno: tutti abbiamo bisogno che ognuno sia creativo, comunicante pur coraggiosamente». Il chiudersi (individuale, di gruppo, collettivo) inaridisce vite e prospettive. È soprattutto l’attitudine al comunicare strutturante che favorisce l’evoluzione. 
Rispondendo all’invito alla discussione attorno al significato di “comunicare” fatto da Dolci attraverso la bozza di manifesto, così si sono espressi alcuni studiosi (cfr. Comunicare, legge della vita), con argomenti che sono stati ripresi nel corso del colloquio tra i partecipanti agli incontri di Ca’ Tron: 
«Per comunicare bisogna essere almeno in due: ambedue devono avere una loro identità, che è spesso (o sempre?) l’espressione di una diversità rispetto all’altro, di una alterità... La prospettiva personale dell’uno invita ad esprimersi anche quella dell’altro, ad elaborarne un’altra. È promotrice di altri punti di vista, di contrapposizioni, di conflittualità, di nuove argomentazioni e concezioni. Quindi di crescita, personale e collettiva» (Clotilde Pontecorvo, Dipartimento dei processi di sviluppo e socializzazione dell’Università di Roma). 
«Nella comunicazione l’io e l’altro si formano e arricchiscono in un “reciproco riconoscimento” che è al tempo stesso identificazione e differenziazione. I soli modi idonei al realizzarsi della comunicazione - ricorrendo a Dewey - sono: la “libertà di pensiero”, l’“attesa dubitativa” e la “ricerca” mediante la quale ogni pensatore mette in pericolo una qualche parte del mondo apparentemente stabile» (Lamberto Borghi, pedagogista). 
«La ricerca costituisce di per sé un’ascesi: implica necessariamente un sistema di valori, un’“etica della conoscenza”. In che consiste quest’etica, creatrice di conoscenza? Penso si debba sistematizzare quest’etica, che se ne debbano fare scaturire tutte le implicazioni morali, sociali e politiche. Non si dovrà nascondere che si tratta di un’etica dura e vincolante la quale, mentre rispetta l’uomo in quanto veicolo della conoscenza, definisce un valore superiore rispetto all’uomo stesso. È un’etica che insegnerà di conseguenza il fermo rifiuto della violenza e del dominio temporale; un’etica della libertà personale e politica, dato che la contestazione, la critica, la costante rimessa in questione, vi trovano posto non solo come diritto, ma come dovere; un’etica sociale, poiché la conoscenza oggettiva può essere stabilita come tale solo all’interno di una comunità che ne riconosce le norme» (Jacques Monod, biologo molecolare, da Per un’etica della conoscenza, Bollati Boringhieri, Torino 1990). 
«Ho sempre pensato che lo spazio della città debba costituire il tramite indispensabile di ogni comunicazione per costruirvi il luogo della convivenza come antidoto al “virus del dominio”» (Giovanni Michelucci, architetto). 
«[Molti paesi] vivono attualmente momenti di grande polarizzazione; occorre dialogare per concentrarci e riconciliarci. Non possiamo cadere in un pacifismo ingenuo, è possibile la coincidenza in argomenti e faccende complicati. Ci avvicineremo alla coincidenza attraverso il dialogo e la riconciliazione» (Cesar S.J. Jerez, rettore dell’Università Centroamericana di Managua, Nicaragua). 
«L’uomo è duplex. In quanto homo editus egli è un prodotto delle parole che ha imparato e che usa. I suoi processi di autoidentificazione si muovono per intero sulla trama che la società gli fornisce e nella quale tutto è già definito: il bene e il male, il bello e il brutto, il vero e il falso. La civiltà informatica in cui siamo entrati non fa che accentuare questa funzione della parola filtrata dalle semplificazioni dei computer. Ma in quanto homo ineditus, absconditus, egli è un insieme di possibilità ancora inedite, da rivelare, che la fitta maglia della cultura dominante reprime o dissacra... C’è in noi una grammatica generativa non esaurita dalle grammatiche apprese a scuola, una grammatica in cui già ferve la lingua di domani (un domani senza scadenza), quando ciascuno parlerà e tutti lo udranno nella propria lingua» (Ernesto Balducci, sacerdote, iniziatore delle Edizioni Cultura della Pace). 
«Ogni trasmissione è sensata soltanto se provoca comunicazione a sua volta... Dobbiamo elaborare una nuova cultura del dialogo in cui l’ascolto sia curato, coltivato, come il parlare» (Robert Jungk, scrittore). 
«Il nostro io interiore più profondo è il prodotto di strutture comunicative. Il nostro io si mantiene e sviluppa attraverso il riconoscimento... se la rete del riconoscimento è sana. L’io, se tentiamo un’immagine, è come un nodo di una rete di comunicazioni interpersonali: il nodo può esistere solo se esiste la rete... La persona si può mantenere e sviluppare solo se ci sono le condizioni del comunicare, solo se queste condizioni non degenerano. Le condizioni [individuate] per la struttura maieutica, per lo sviluppo della creatività di ognuno e collettiva, sono presupposti a cui non dobbiamo sottrarci, ci sono inderogabili» (Jurgen Habermas, filosofo e sociologo della Scuola di Francoforte). 
«Almeno a livello retorico pochi potrebbero mettere in dubbio il valore di assicurare che il popolo possa svolgere un ruolo significativo nella gestione della cosa pubblica, con un libero accesso all’informazione e all’opinione; e l’opportunità di formarsi le proprie opinioni e di esprimerle effettivamente... L’ignoranza e l’ammirazione che deriva dall’ignoranza [secondo l’opinione di uno storico inglese del XVII secolo] sono i progenitori dell’obbedienza civile. [Ciò] rimane dominante fino ai nostri giorni: teorici liberali moderni sostengono che gli intellettuali devono creare “illusioni necessarie” e “generalizzazioni emotivamente efficaci” quali parti di un processo di “manifattura del consenso”, affinché le “classi specializzate”, che sole comprendono “l’interesse comune”, siano in grado di governare indisturbate... Laddove il potere di prendere cruciali decisioni sociali è concentrato, ma esistono meccanismi formali che permettono la pubblica partecipazione, questi meccanismi debbono essere svuotati di contenuto...: tutto ciò per il bene comune come è concepito dai potenti. Questi sono i temi principali della storia politica moderna, e noi inganniamo noi stessi se ascoltiamo soltanto la retorica che cerca di avvincere, e non penetriamo la fonda realtà sottostante» (Noam Chomsky, docente di linguistica presso il Massachussets Insitute of Technology). 
«È necessaria una presa di coscienza per ravvivare e sviluppare la funzione sociale degli studi di economia politica... Si formino (naturalmente è utile anche il raffinamento delle tematiche di analisi) nuove generazioni di studiosi di economia politica nel senso pieno del termine, cioè di studiosi il cui obiettivo principale sia la comprensione dei problemi della società nella loro concretezza e completezza» (Paolo Sylos Labini, economista). 
«Da quando la televisione si è imposta come strumento prioritario di trasmissione ... sotto la sua guida i neofiti di quest’epoca imparano a conoscere sin dall’infanzia il prezzo di tutti gli articoli offerti dal mercato, e ignorano l’esistenza di valori non consumistici. Si deve ritenere che si tratti di un processo irreversibile che diminuirà, sino ad annullarla, l’inclinazione per la dialettica... ? La perdita di questa capacità di dialogare, che più di ogni altra distingue la nostra da tutte le altre specie animali, avrebbe un peso incalcolabile sul futuro dell’umanità. È possibile invertire questa tendenza, stimolando nei giovani il piacere del dialogo e dell’attività di partecipazione alla gestione della società da parte di tutti i suoi membri?... Nessuno sforzo appare più importante per il futuro del genere umano che quello diretto al recupero di attitudini critiche, oggi attenuate dal dilagare del conformismo» (Rita Levi Montalcini, premio Nobel per la medicina). 
«La comunicazione che vale è quella che opera la comunione, la messa in comune del sapere e del voler sapere. Nessuno può davvero presumere di possedere il sapere; e nessuno può pretendere di elargire il suo presunto sapere, tale e quale, a chi ne è sprovvisto... Senza il risveglio di potenziali disposizioni a conoscere, senza cooperazione e senza reciprocità tra i due non c’è atto veramente comunicativo, non c’è ricerca comune, non c’è comunione» (Mario Luzi, poeta). 

Potere/dominio 
Potere: il verbo potere esprime “avere la possibilità di”, “essere capace di”, “riuscire a”, “essere efficace a”, “avere la forza di”; il sostantivo potere indica “potenzialità”, “forza”, “virtù”, “attitudine a influenzare situazioni”, “quanto è consentito dalla volontà e disponibilità del soggetto”. 
«Imparare a esprimere il potere personale è per ognuno un bisogno, pratico e intimo, a diversi livelli, connesso all’esigenza che ogni soggetto ha di essere creativo... Il concetto di forza, energia, connesso a quello di potere, accentua l’attitudine a reggere e resistere, la capacità di modificare l’inerzia, la capacità di reagire». In questo senso, secondo Dolci, si può parlare di “forza del lavoro”, “forza della verità”, “forze sociali”, “forze sindacali”, “forze politiche”. 
La forza è un elemento della possibilità, del potere. «È fatale che il potere si accumuli o, anche se antico è il vizio dell’idolatria, il vivere non consiste appunto nell’imparare a cogestirsi secondo la struttura del rispetto, dell’imparare a decidere insieme responsabilmente? Del potere non è essenziale come la forza si esprime nei rapporti?» 
Si auspica l’unità del potere religioso e l’equilibrio dei poteri civili, il controllo reciproco dei poteri (legislativo, esecutivo, giudiziario), affinché non scadano in dominio. Il concetto di potere è stato esplorato, definito, catalogato da diverse prospettive. 
«Se nonviolento il potere considera anche la responsabilità dell’agire nei riguardi del futuro... Il potere in sé non è affatto negativo: la sua carica positiva dipende dalla sua capacità di aprirsi a comunicare. Esso si distingue dal domino, dall’abuso di potere. Un sano potere non è in antitesi con la natura, ma ne valorizza e integra i pur diversi slanci rapportandosi (anche in conflitto) nonviolentemente. Il potere di ognuno cerca di esprimersi, di liberarsi, imparando a integrarsi. Il potere personale o di gruppo, come la libertà, valorizza la propria forza vitale fino ove inizia la profonda necessità dell’altro, degli altri: o in collaborazione con l’altro. Quando pretende di sottomettere l’altro, anche se in nome di una maggioranza, anche in nome della democrazia, diviene dominio». 
Dominio: la malattia del potere, la malattia della forza, l’uso insano della forza e del potere sono violenza, dominio, dispotismo. «Non si può realizzare una società civile senza imparare a distinguere forza-potere da violenza-dominio». 
Mentre il riflessivo “dominarsi” generalmente assume il senso di “controllarsi”, dominare propriamente significa “reggere da padrone”, “soggiogare”, “reprimere”, “possedere il diritto di dominare”. Non è un caso, precisa Dolci, che sovente ancora si ripeta “nel dominio” per dire “nell’ambito”, “nell’ambiente”: perfino “dominio di pace”. 
«Tanto il capitale che il potere, quanto più si accumula senza strutturarsi socialmente, tanto più tende a scadere in dominio». 
Sovente il dominio vince dove il potere potenziale abdica, rinunzia (per mancanza di chiarezza, fiducia, coraggio, o di esperienza, di nuova prospettiva). «L’adeguarsi all’ordine del dominio implica sia la responsabilità del dominatore che quella di chi si lascia dominare». 
Molti strumenti del dominio sfuggono al controllo democratico, sfuggono alla coscienza popolare. La massima parte dell’informazione mondiale  rischia sempre più di essere concentrata, filtrata e adulterata da pochi gruppi dominanti. «Nella misura in cui si spersonalizzano, le strutture tendono a sclerotizzarsi. Più il potere riesce ad agire mutualmente maieutico, anche alle maggiori dimensioni, e meno rischia di sclerotizzarsi, di imporsi come dominio». 
Sovente il potere può scadere in dominio senza che i partecipanti ai rapporti ne abbiano coscienza. Tipico è il caso degli adepti di un guru (politico o religioso), se la gente è disposta a spegnere implicitamente nell’imitazione la propria creatività critica. Questo, nella riflessione di Dolci, è uno dei modi in cui si diffonde il conformismo
«Mentre al potere occorre rinnovarsi e personalizzarsi, i funzionari del dominio divengono sostituibili, la funzione del dominio permane». 
Strumento fondamentale del dominio diviene il sistema clientelare-mafioso - talora assunto anche a livello di partito politico - che, con le sue norme e le sue regole, dietro il cartello di democrazia tende a eliminare i concorrenti. 

Interesse 
«Il primo senso di interesse: essere tra, essere dentro; lucrare: logorare. Giova esplorare il mutarsi del termine interesse, nella lingua italiana, ad esempio. Dal senso primario di attrazione, desiderio, attenzione e tensione a impliciti richiami seducenti, ricerca di possibilità inerenti a soggetti e creature, bisogno cosciente e inconscio di orientarsi per scegliere e procedere, attitudine ad assorbire, senso di partecipazione scaturente dall’incontro fra esigenza dell’intera persona ed eventi o problemi probabilmente importanti per sviluppare vita nuova, da movenza interiore in cui il conoscere e l’operare sono ancora implicati l’uno nell’altro, viene ad accentuarsi nell’ambito bancario medioevale e poi nel codice civile e penale, fino ad affermarsi, il senso di “ristretto tornaconto”, “guadagno”. 
La ricerca di un chiarimento sulla natura dell’interesse - che per secoli ha provocato in ogni parte del mondo ampie discussioni tra scuole filosofiche, economiche, psicopedagogiche (interesse = attenzione selettiva, occasione di identificazione e di ampliamento dell’autoespressione) e giuridiche - dai nostri vocabolari viene sbrigata assicurando l’assoluta priorità al senso di “prezzo d’uso del capitale”, “il prezzo che si paga per l’uso del capitale”: un interesse che pure Keynes sognava di abolire. A questo imbroglio - precisa Dolci - pertengono anche diverse altre lingue. 
Utile rispetto a quali necessità? Con quali criteri si giudica? Quali sono i valori sottintesi? Quale ruolo assume in questi ambiti il necessario esercizio della personale creatività non ridotta ad abilità strumentale? Come, attraverso quali tipi di relazione, si cerca di influenzare e favorire la capacità personale e collettiva di scegliere? 
Massimizzare l’interesse personale può significare due opposti: gonfiare il lucro privato, anche danneggiando il bene altrui, o approfondire gli interessi individuali fino ad ampliarli all’interesse di tutti. Ognuno rischia di restare prigioniero del suo avere. 
In ogni parte del mondo la gente, finché non impara a scoprire nei propri problemi i propri interessi profondi, apprendendo a organizzarsi puntualmente per conseguirli, è mai possibile che possa liberarsi?» 

Autonomia 
«A più ampio potere, a più fondo conoscere, corrisponde - secondo Dolci - maggiore responsabilità: come si può passare dal bisogno-desiderio che ognuno cresca creativo a nuove strutture - strutture in cui i soggetti imparino, insieme, a integrarsi - integrando la complessità dei diversi punti di vista. 
Autonomia non è l’opposto di “apertura”: è imparare a scegliere. Essere antagonisti dualisticamente - oppure confondersi acriticamente - al resto del mondo è altro che realizzarsi autonomi individui partecipi di una complessa unità da conquistare. Non soltanto la gente si disabitua a pensare e ad agire autonomamente, procedendo per forza di inerzia: è ammaestrata a dipendere, domata. 
Ogni singola prospettiva non può che risultare parziale, limitata: solo comunicando possiamo pervenire più compiutamente a vedere-prevedere un “esistere” che nello stesso comunicare si matura». 

Verità 
«Il significato di verità, come afferma Einstein, muta secondo l’ambito in cui la parola viene usata: un fatto dell’esperienza, una formula matematica, una teoria scientifica. È difficile attribuire un significato preciso persino al termine “verità scientifica”. 
Sovente appaiono verità alcuni aspetti della realtà. Ma la realtà - si chiede Dolci - via via non risulta diversa secondo la struttura in cui è immersa, secondo la struttura a cui partecipa? 
Sovente appaiono verità, nell’apparente caos, tentativi di connessione-semplificazione che poi, se assunti come norma, ad un accertamento più maturo possono risultare pericolosamente riduttivi. Fin dove il criterio di coerenza può aiutarci a distinguere il vero dal falso? 
La verità generalmente risulta relativa, prodotto di una interazione comunicativa. 
Quale influenza assume l’efficacia, la prova operazionale, nel criterio per cercare la verità, per connettere ampliando differenti verità? Il controllo critico è certo un requisito per la conoscenza “scientifica”: ma è sufficiente, soprattutto nella cosiddetta “scienza dell’educazione”, nelle “scienze sociali”?» 
Sia pure in questo breve incontro con Dolci, attraverso questa disamina del lessico, questa occasione di confronto collettivo, è stato possibile al gruppo di partecipanti riconoscere il significato e l’importanza dell’azione dialogico-comunicativa. 
In questo quadro è stato anche possibile riconoscere, come ha sottolineato Dolci, «che deformare concezioni-parole-entità vitali quali comunicare, interesse, potere, autonomia, verità ed altre ancora, è espressione della confusione che caratterizza l’uso che solitamente viene fatto di queste nozioni comuni». 
«Anche la lingua, abilmente manipolata, può divenire occasione, strumento di dominio. Per intendere e prevedere un evento in un ambiente - ha ribadito Dolci - occorre conoscere la struttura delle essenziali relazioni di quell’ambiente. Così per interpretare (e interagire opportunamente con) un messaggio occorre riconoscere la profonda struttura espressa dalle parole di quel messaggio, di quella lingua».

 

 


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