Educazione e dominio in Danilo Dolci

di Antonino Mangano


Sommario

1.Premessa 2.Dominio, gerarchia, violenza istituzionale. 3.Eterodipendenza e clonazione di uomini 4.L'auto-organizzazione repressa 5.Verso una concezione unitaria, organico-sistemica, della realtà 6.La struttura maieutica: un nuovo modo di crescere e di pensare.

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1.Premessa

Uno dei problemi ricorrenti che Danilo Dolci poneva all'inizio dei seminari maieutici - come certamente ricordano coloro che vi hanno partecipato - era la distinzione fra potere e dominio. Tale distinzione, da lui giustamente ritenuta cruciale, si accompagnava di solito ad un'altra, anch'essa frequente nei seminarti stessi, anch'essa essenziale, che era quella fra trasmettere e comunicare.

Così la ricerca sociologica sul dominio si caratterizzava come ricerca a dimensione educativa: l'indagine cioè era rivolta alla presenza - tanto poco consapevole, tanto poco sospettata quanto generalmente diffusa e storicamente persistente, eticamente ripugnante - alla presenza, dicevo, del dominio in educazione.

Nelle opere di Danilo queste distinzioni sono pure fondamentali.

Che l'azione educativa, pur se finalizzata alla crescita umana e quindi per sua natura antitetica alle repressioni proprie del dominio, potesse non sfuggire ad una tendenza che è generale nella storia (appunto quella del dominio dell'uomo sull'uomo, dell'uomo sulla donna, di una nazione su un'altra, dell'uomo sulla natura) è qualcosa che non sempre si sospetta, perfino all'interno della scienza dell'educazione. Eppure questa è una grande questione di sopravvivenza e di civiltà, che Danilo apre; un problema certamente contestuale ai grandi problemi globali e planetari che attualmente ci affliggono. Esso prefigura senza dubbio una grande sfida, una grande svolta antropologica, una nuova concezione e una nuova pratica dei rapporti (fra uomo e uomo, uomo e natura, ecc.) impossibile senza il contributo di un'azione educativa la quale sia soprattutto consapevole dei nessi sbagliati, dei nessi "malati", come Danilo si esprime.

E' una questione che attiene essenzialmente ai rapporti, che tende a rifondarli.

Danilo, come sappiamo, operava nella realtà. Il suo problema iniziale, a cominciare dal 1952 (l'anno del trasferimento definitivo in Sicilia), era quello che è stato definito una prosecuzione della Resistenza (una Resistenza "senza sparare"), cioè la liberazione, l'elevazione delle condizioni materiali, e non materiali, di vita di un gruppo umano lasciato ai margini dello sviluppo.

Lo scontro coi gruppi dominanti, locali e nazionali, mafiosi, politico-clientelari, fu più che naturale in quest'opera. Ma questo fu solo l'inizio dello scontro e dell'analisi. E già per questo carattere il lavoro di Danilo balzò subito all'attenzione internazionale, come un impegno che andava oltre i confini locali in cui era originariamente concepito.

In quest'opera condotta non a tavolino, ma sul campo, con tutti i rischi che comportava, Danilo si scontra appunto con le difficoltà. Erano difficoltà esterne al gruppo con cui operava, costituite non solo dalla mafia e dal connubio mafia-politica che egli per primo scoprì e denunciò in Italia, com'è ormai noto, ma pure dalla concezione economicistica - selvaggiamente liberistica, "emancipata" eticamente - dello sviluppo, anch'esso procedente secondo logiche neocolonialistiche dell'asservimento e del dominio, che le scienze sociali, comprese quelle economiche, mettono ormai generalmente in chiaro.

 

L'economia di mercato e il diritto di proprietà dei beni della terra - si legge anche nelle encicliche papali di oltre un secolo - è certo una condizione necessaria, ma può anche costituire un ostacolo allo sviluppo degli individui e dei popoli, come sta accadendo in ambito internazionale, mediante la bipolarizzazione progressiva di ricchezza e povertà.

Le difficoltà però erano anche interne al gruppo: la capacità di organizzarsi, la percezione dell'interesse collettivo e dei diritti umani, la ricerca e la documentazione della verità in ambito civile, la difesa dal parassitismo clientelare-mafioso, e così via, pur se giuridicamente, costituzionalmente riconosciute, non sono certo dei poteri naturali di cui il cittadino in quanto tale immediatamente dispone, non costituiscono delle libertà che quotidianamente egli possa senz'altro esercitare. "Come si può pretendere - scrive Danilo - che gente ridotta per secoli o millenni poltiglia dolente, possa un mattino svegliarsi libera, capace di esprimersi creativamente, capace di organizzarsi coordinandosi? La massa può esistere finché viene concepita così [...] come numero affine ad altro numero [come] molecola uniforme, finché viene praticamente impedito a ognuno concepirsi creatura autonoma che prova coordinarsi" (Dolci, 1987, p.95).

 

Più tardi verranno altre scoperte, che contribuiscono a spiegare i mali dell'epoca presente. Si tratta della stessa educazione formale o intenzionale o scolastica, storicamente concepita, come si esprime Freire, quale "pratica del dominio"; e si tratta ancora della "ingegneria del consenso" che si avvale della tecnologia più avanzata per omologare, reprimere, indurre evasione dai problemi collettivi e concezioni edonistico-utilitaristiche dell'esistenza, orientare verso i consumi, ecc., come la ricerca più avanzata in materia contribuisce a chiarire.

La miscela oggi oppressiva e letale di libero mercato e tecnologia raffinata, come molti sostengono, è uno dei mali più seri che il mondo contemporaneo è chiamato ad affrontare, anche per la crescita umana di individui e popoli. Ma il dominio si avvale anche della prassi "educativa", si estende alla concezione stessa dell'educare.

 

 

 

2. Dominio, gerarchia, violenza istituzionale

La nozione di dominio è di solito trascurata in ambito scientifico. Nell'Enciclopedia delle Scienze Sociali, tanto per fare un esempio, edita dal prestigioso Istituto dell'Enciclopedia Italiana, l'Istituto Treccani tanto per intenderci, la voce dominio non c'è. La nozione stessa, invece, è centrale in Dolci: contribuisce a chiarire la sua vita, il suo impegno civile, le sue lotte, l'urgenza di alternative al dominio stesso, compreso il nuovo concetto di educazione, incomprensibile quest'ultima al di fuori dei rapporti malati che caratterizzano la pratica del dominio.

Si fa d'altro canto sempre più chiara la consapevolezza, sia nelle scienze sociali che in quelle fisico-naturalistiche, "specialmente in un momento di crisi ambientali crescenti", che "il modus vivendi incentrato sulla conquista e sul dominio minaccia l'intera vita sul nostro pianeta", che esso "è distruttivo e controproducente [data soprattutto] l'insistente coercizione, la repressione della creatività e dell'esigenza di partecipazione" delle persone ai drammatici problemi dell'umanità nel momento storico-evolutivo che stiamo vivendo (Eisler, 1997, p.50, corsivo mio).

Dolci chiarisce in proposito che dominare "significa soprattutto 'far da padrone assoluto tenendo persone o cose soggette alla propria autorità...', 'soggiogare con la forza', 'sovrastare, reprimere', 'imporsi, prevalere' e così via ". Aggiunge che "domatore (sia ci arrivi attraverso il tardo latino domator dal classico dominator, sia da altrove) comunque denota 'colui che rende ubbediente e docile, soggioga, sottomette..., fiacca, stronca' ". "Nel linguaggio dei secoli sentiamo domare le bestie feroci, i tori [...], i servi, la donzella, i popoli, la materia, la peste: pur con ferro, flagelli, lance [...] via via fino ai cannoni. Fino a Hiroshima" (Dolci, 1987, pp.72-73).

Una studiosa statunitense, R. Eisler già citata (Università della California, Los Angeles), impegnata nella promozione del sistema della partnership, si sofferma sul concetto di dominio nel corso della storia (e della preistoria), con ampiezza di riferimenti storico-antropologici e scientifici in genere. Ella parla di dominio come di "un peculiare tipo di potere (il diritto di impartire ordini e di essere obbediti", secondo un ordine gerarchico-piramidale che fino a tempi non lontani si riteneva fosse stabilito da Dio). E' doveroso dire che Danilo parla in proposito non di potere, ma di degenerazione, di patologia del potere, poiché per Danilo il potere è legittimo e s'identifica fondamentalmente con l'esercizio sostanziale della libertà positiva o libertà di..., a prescindere dalla quale la democrazia resta un ordine puramente formale, come ampiamente accade oggigiorno.

Nel tipo di organizzazione sociale fondata sulla degenerazione, sulla patologia del potere, "gli uomini vengono socialmente forgiati - secondo la Eisler - al dominio e alla conquista (per quello stile operativo che oggi definiamo win/ lose, 'vittoria/sconfitta') mentre caratteristiche come l'empatia, la cura e la non-violenza (sempre più riconosciute quali requisiti per relazioni win/win, 'vantaggio reciproco') sono sostanzialmente ritenute effeminate, come rivela la parola inglese 'sissy' ".

Questo tipo di organizzazione sociale occupa trasversalmente le società storiche e non è estranea all'organizzazione cosiddetta democratica e all'economia capitalistica, come la stessa Eisler ammette, data la sua tragica insostenibilità, in un momento di possibile biforcazione come quello presente.

La Eisler spiega questo tipo di trasversalità nel tempo e nello spazio: "Società convenzionalmente considerate diverse - ella scrive - (l'Iran di Komeini, la Germania di Hitler, l'Urss di Stalin e i Masai africani dei secoli diciannovesimo e ventesimo) presentano strette affinità. Sono caratterizzate da un rigido predominio maschile, una struttura sociale fondamentalmente gerarchica e autoritaria, un alto grado di violenza istituzionalizzata (cioè da modalità di relazioni interne ed esterne fondate su paura/forza). Sono anche società in cui ai valori cosiddetti maschili, come rudezza, vigore, conquista e dominio è attribuita priorità sociale ed economica (vedi l'importanza conferita alle armi) mentre i valori cosiddetti femminili come cura, comprensione, empatia e non-violenza sono, insieme con le donne, solitamente confinati in un ambito secondario o subordinato [...]. Questo è pure un modello in cui la differenza (sia essa relativa a sesso, razza, origine tribale o etnica, religione, ideologia) corrisponde a superiorità o inferiorità".

Organizzazioni sociali fondate sulla partnership, invece, sono anch'esse presenti - la Eisler documenta - nella storia, anche nell'ambito di nazioni industrializzate (per esempio nell'area scandinava), e soprattutto nella preistoria. "Risalgono all'Europa neolitica del 7000 a.C e [sono] ancora documentabili nelle civiltà della Creta minoica, fino al 1200 a. C. circa" (Eisler, 1997, pp.46-49).

 

E' da sottolineare che l'autrice del contributo, molto interessante, che ho qui citato, si occupa soprattutto di problemi socio-economici, lasciando da parte, fondamentalmente, altri ambiti scientifici, ad es. quello educativo o della crescita umana di individui e popoli, divenuto cruciale nell'attuale epoca di biforcazione della storia del pianeta: biforcazione involutiva verso l'estinzione o verso la sfida di una evoluzione collettiva, come si esprime E. Laszlo (1996), richiamando anche Einstein.

Il nesso fra dominio e educazione è invece centrale, come dicevo, nelle considerazioni di D. Dolci.

3.Eterodipendenza e clonazione di uomini

Nelle sue analisi e nelle sue proposte, Danilo si avvale spesso della ricerca biologica, come ho avuto modo di sottolineare altre volte (v. Mangano, 1996 ). A proposito del problema che stiamo qui affrontando, egli parla del virus del dominio (v. Dolci, 1987). Nelle sue opere l'analogia fra infezione virale da un lato, "clonazione di uomini", "industria delle coscienze", "sclerosi della storia" dall'altro lato, è costantemente presente. Queste asserzioni rischiano di rimanere vuote di senso se non divengono oggetto di un serio dibattito, soprattutto in ambito educativo. E ciò in un'epoca in cui le scienze della natura e quelle sociali scorgono la complessità del reale, l'interdipendenza planetaria e quindi la necessità di riconcepire i rapporti fra gli uomini, compresa appunto l'educazione, al cui interno i rapporti sani o malati originariamente si generano.

In educazione, colui che ha analizzato esplicitamente l'azione del dominio è stato l'educatore di origine brasiliana Paulo Freire, il quale ha parlato - com'è noto - di "educazione depositaria come pratica del dominio", contrapponendola alla "educazione problematizzante" quale "pratica della libertà". L'analogia fra virus e dominio - a quanto ne so - è esclusivamente dolciana.

Il virus - precisa Danilo in proposito - s'insinua nella cellula, sfuggendo alle difese immunitarie dell'organismo, che non riescono a riconoscerlo. Una volta inseritosi nella cellula, il virus, che da solo non riuscirebbe mai a riprodursi, ne snatura le funzioni, costringendola ad operare in suo favore, cioè a riprodurre un numero sterminato di copie identiche del virus medesimo. Questi elementi: il parassitismo ossia l'incapacità di riprodursi senza coinvolgere la vittima, l'espropriazione della vittima stessa delle sue funzioni naturali, l'azione subdola che sfugge alle difese immunitarie, la clonazione del prodotto, hanno tutti a che fare con i rapporti malati che l'"educazione" costruisce.

A proposito del processo di clonazione biologica, analogo alla clonazione delle menti, così scrive Danilo: "Molti tipi di virus, parassiti perfetti, costringono le cellule a produrre agenti virali, tutti uguali: le cellule infettate da virus, al microscopio possono apparire quasi completamente svuotate e con le membrane crivellate da fori dai quali fuoriescono le particelle virali prodotte forzatamente dalla cellula".

La difesa contro questa invasione letale è possibile solo in certi casi: "Quando il virus penetra in un organismo per colonizzarvi le cellule, le difese immunitarie riescono a bloccarlo se lo riconoscono. Il sistema immunitario può organizzare la difesa contro più varianti virali, fino a quando riesce a riconoscerle.

Dai più recenti studi - è sempre Danilo che parla - risulta che l'HIV sfugge al controllo immunitario mutando continuamente [...]: la sua strategia è disorientare. L'HIV, fra i virus noti, è il più capace di variare, ha enorme capacità di proliferare risultando incontrollato" (Dolci, 1996, p.198, corsivo mio).

 

Una seria analisi dell'educazione in atto dovrebbe spiegare se il rapporto plurimillenario, verticale e gerarchico, di dominazione, descritto nel precedente paragrafo n.2, si sia limitato ad ambiti come l'economia, l'organizzazione politica, ecc., o se abbia anche e soprattutto influenzato l'educazione, e in quale modo l'abbia influenzato, se tale influenza appartiene al passato o continui in epoca presente.

Una organizzazione veramente critica, consapevole, dell'educazione, che voglia essere estranea ai rapporti di dominio e anzi cercare di riconoscerli come si è detto a proposito delle difese dai virus, dovrebbe spiegare perché storicamente i rapporti scolastici, che per loro natura dovrebbero essere biofili o volti a favorire la crescita umana, creino invece noia e rifiuto nei ragazzi, come grandi personalità concordemente riferiscono nei secoli (Mangano, in Cuomo, 1995 ).

4.L'auto-organizzazione repressa

In condizioni naturali, voglio dire di non parassitismo colonizzatore, la personalità umana, sia nella sua unità complessiva che in una delle sue dimensioni specifiche, pur vivendo in condizioni di interscambio continuo con l'ambiente, manifesta una soggettività auto-organizzatrice, con leggi proprie, che sono fra l'altro il risultato di miliardi di anni di evoluzione.

L'organismo fisico dell'uomo, ad es., è tutt'altro che un'entità passiva, ricettiva, puramente adattata. Esso esprime invece, in modo prepotente, i suoi bisogni (di alimento, di moto, di clima), ossia rivolge delle domande all'ambiente, sceglie fra le opportunità che l'ambiente offre, elabora la materia e l'energia che riesce a scambiare, assimila quanto elabora, trasformandolo di volta in volta in parte del suo essere. L'organismo fisico in altri termini, lungi dal lasciarsi condurre dall'esterno e dall'ambiente, si comporta come un soggetto autonomo di ricerca all'interno dell'ambiente medesimo, anche se, nella maggior parte dei casi, l'intenzionalità è inconscia.

Qualcosa di analogo accade nell'ambito della dimensione che chiamiamo "interna" o "spirituale" (intellettuale, emotivo-creativa, etica) della personalità. A proposito dell'apprendimento, ad es., l'essere umano, fin dal primo anno di vita, si manifesta come un soggetto in tensione di ricerca. Il bimbo non aspetta che qualcuno gli faccia conoscere l'ambiente che sta intorno a sè. Stabilisce in modo immediato, man mano che può, un rapporto con le cose, attraverso il gioco, per esplorarle. Questa esplorazione avviene persino in base a un metodo di ricerca, stabilito dalla natura: il metodo per prove ed errori.

Il bambino non aspetta che dall'esterno gli somministrino formalmente il linguaggio, che gli occorre. La sua fame di parole mette in moto le capacità intuitive, per cui egli si appropria delle parole stesse e del loro significato. Non appena può, rivolge delle domande agli adulti, per avere delle risposte alle domande, ai perché della sua mente. Erroneamente, questa viene chiamata l'età dei perché: dico erroneamente, perché in condizioni normali l'età dei perché non ha mai termine, dura e deve durare tutta la vita. Essa fa parte dell'autopoiesi (v. Maturana e Varela).

Se la mente del bambino ad un certo punto cessa di porre domande, finisce di esprimere i suoi perché, ciò vuol dire che qualcosa ha devastato la sua curiosità naturale, qualcosa ha represso una tensione di ricerca della sua mente, tensione che è invece geneticamente codificata. Man mano, la tensione naturale di ricerca, non trovando riscontro nell'ambiente, si atrofizza, non si trasforma in metodo permanente di autoapprendimento, di crescita umana continua, cooperativa. E' questa, per Danilo, la peggiore violenza che l'uomo possa subire; è anche, per lui, la peggiore devianza, una devianza istituzionale, quella che consiste nella repressione dei poteri naturali dell'uomo.

In effetti, questo processo di sostituzione dei dinamismi interni o dinamismi aperti, autopoietici e di ricerca, con meccanismi chiusi di assuefazione o adeguamento a un ordine stabilito dall'esterno, comincia in famiglia, allorché mostriamo una nefasta indifferenza alle domande dei nostri figli e nipoti. E il processo continua poi nella scuola, allorché i bambini, i fanciulli, i pre-adolescenti vengono costretti ad adattarsi al dato, senza essere educati al progetto e all'auto-progetto, senza dar corso alle loro domande e acquisire il metodo dell'autoapprendimento che è, come dicevo, secondo quanto deciso dalla stessa natura, metodo di ricerca, come risposta ai bisogni dell'intelligenza.

A questo modo, come dicono giustamente educatori celebri, al posto di "insegnare" a pensare, offriamo dei pensati, al posto di promuovere il dialogo e il comunicare, offriamo comunicati. Sopprimiamo i processi produttivo-creativi, sostituendoli con dei consumi, con dei risultati già pronti, offerti dall'esterno.

A questo modo inoltre, il dominio, come il virus nei riguardi della cellula, s'insinua nei processi di autonomia e di autocreazione della personalità umana, distruggendoli: sono questi i processi di ricerca, di intuizione e di ipotesi, di costruzione attiva e comprensione dei significati, di scambio interpersonale di problemi e domande, di visione pluriprospettica delle questioni, di elaborazione costante del proprio progetto di crescita, di elaborazione comunitaria del progetto di trasformazione della realtà secondo i bisogni autentici dell'uomo.

Il dominio, il "fago in cravatta", espropria la mente ospite delle sue funzioni naturali o genetiche e la costringe a funzionare secondo le sue istanze: la clonazione di uomini, il parassitismo, la colonizzazione, la sclerosi della storia.

Queste modalità di rapporto fra gli uomini, tipiche del dominio di un popolo sull'altro, dell'uomo sulla donna, dell'uomo sulla natura, dell'adulto sul bambino, di una cultura sull'altra, sono ormai insostenibili non solo in ambito educativo e umano in generale, ma all'interno stesso della biosfera.

E' grande merito di Danilo avere svolto le sue riflessioni, e offerto le sue esperienze, in questa chiave certamente nuova.

5.Verso una concezione unitaria, organico-sistemica, della realtà

La repressione dei poteri naturali della persona umana: il pensiero, l'immaginazione, la creatività e l'affettività, la comunicazione interpersonale, i conflitti nonviolenti, l'uso dell'informazione critica per trasformare la realtà, tale repressione, con induzione di rapporti malati, caratterizza pure l'azione trasmissiva dei mass-media.

Anche questo è un tema ricorrente nell'esperienza e nella riflessione di Danilo, essendo egli impegnato nella promozione dell'autonomia della persona, quale elemento imprescindibile di autenticità, di risanamento della vita, dei rapporti.

La ricerca della distinzione fra trasmettere e comunicare, in cui molti suoi seminari si trovavano impegnati, aveva lo scopo di chiarire l'azione appunto repressiva del trasmettere, come azione unilineare, unidirezionale, da trasmittente a ricevente, radicalmente estranea alla circolarità interattiva del comunicare. Che si tratti del trasmettere scolastico o di quello mass-mediale, la trasmissione reca in sè la presunta assolutezza del messaggio, nei riguardi del quale l'interazione del ricevente è del tutto irrilevante.

Il dominio diventa così, molto più chiaramente che in passato, dominio delle menti, attacco subdolo ai poteri critici, immaginativi, cooperativo-comunicativi, dei dominandi. Diviene inquinamento mentale, non solo della natura.

Conosciamo dagli studi recenti (Chomsky, Popper e altri) il ruolo che ricoprono i mass-media nella manipolazione della verità, nelle cosiddette pubbliche relazioni, nella ingegneria del consenso, persino nella omologazione delle culture esistenti ancora sul pianeta alla presunta superiorità culturale dell'Occidente (v. Latouche). Molti mettono in chiaro, giustamente, i rischi che corre la democrazia fino a quando il potere dei media non sarà stato adeguatamente scoperto e i poteri immunitari, come dice Danilo, dei cittadini non saranno diffusamente attivati nei loro riguardi.

 

La concezione della realtà tipica del dominio, una concezione avallata perfino dalla scienza classica, che trova nella tecnologia più raffinata gli strumenti di azione più efficaci e pericolosi, comincia a vacillare. Sono molti gli elementi che tendono a questo risultato.

Uno di tali elementi è senza dubbio costituito dai problemi collettivi che l'umanità ha oggi di fronte, e che non possono più essere affrontati da un solo popolo o da un solo Stato, o da un limitato blocco di Stati. Tutti i popoli e tutti gli Stati vi debbono ormai collaborare, pena il collasso del sistema, nella sua complessità.

Tali problemi sono stati generati dal modo di pensare tipico del dominio, e dalla violenza che lo caratterizza. Secondo questo modo di pensare, tipicamente violento, l'altro, sia esso la natura non umana, sia esso il Terzo o il Quarto mondo, l'umanità non industrializzata, le aree marginali interne all'Occidente, i disoccupati e i deboli (i giovani, gli anziani), l'altro, erroneamente concepito come separato da noi, può essere indifferentemente oggetto della nostra illimitata violenza, può essere a buon diritto sfruttato, colonizzato, asservito. Da questo modo di pensare rettilineo, estraneo alla comunicazione e interdipendenza come legge profonda della realtà, alla visione interattiva e organico-sistemica dei rapporti, si generano così i problemi della natura: l'inquinamento delle fonti della vita, la perturbazione degli equilibri climatici, l'esaurimento delle risorse naturali disponibili: Cominciamo così a capire che la natura non è tanto altra da non ritorcere contro di noi, come un boomerang, la violenza sconsiderata di cui è oggetto da parte nostra.

Ma i problemi comuni all'umanità non riguardano solo i rapporti con la natura. Stiamo generando problemi planetari che mettono in questione i nostri stereotipi storici, secondo i quali gli uomini si dividono in forti e dominatori da un lato, deboli e dominati per diritto di natura, dall'altro lato.

Il nostro modo economicistico di vivere, con la mondializzazione dell'economia e le multinazionali che la reggono, con la separazione di economia ed etica, sta creando nel mondo una bipolarizzazione economica, con ricchi che diventano sempre più ricchi da un lato, poveri che diventano sempre più poveri dall'altro lato, con il lavoro affidato alle macchine tale da incrementare il profitto per un verso, la disoccupazione, la migrazione, perfino la prostituzione per altro verso.

Anche in questo caso non possiamo ragionare in termini dicotomici, egoistico-settoriali, con un mondo diviso in parti reciprocamente estranee: alcune tranquillamente opulente abitate da noi, altre che non ci riguardano, attraversate dalla miseria, dalla fame, dalle malattie.

E' un problema, questo, che richiederà dei cambiamenti profondi e, come dicevo, l'impegno della comunità planetaria nel suo insieme.

E vi sono ancora i problemi delle mafie che ormai si organizzano, si coordinano su base internazionale, i problemi dei traffici illeciti, della qualità della vita soprattutto dei giovani. E vi è, non secondo a nessuno, il problema della pace.

 

Tutti questi problemi hanno messo in chiaro che il mondo ormai è uno, che le sue parti sono interdipendenti, che la diversità è connaturata all'esistenza, che dominio e violenza sono antitetici alla legge simbiotica e interattiva dell'evoluzione.

La scienza di questo secolo, come ho detto altrove (Mangano, 1996), si muove in questa direzione.

6.La struttura maieutica: un nuovo modo di crescere e di pensare

Sono convinto che la struttura maieutica rappresenti l'antitesi di quelle modalità di rapporto che siamo abituati a chiamare "educative" e che P. Freire considera invece l'opposto, cioè l'esercizio, la pratica del dominio, l'assuefazione inconsapevole ad esso.

La struttura maieutica infatti (da struere, costruire) contribuisce a porre in essere, a mio avviso, il nuovo modo di crescere e di pensare richiesto dai problemi globali, a cominciare dall'ambiente umano, emotivamente ed affettivamente favorevole all'autopoiesi, all'auto-eco-organizzazione della crescita da parte dei soggetti che vi partecipano. Essa agisce senza dubbio in direzione del superamento delle visioni egocentriche e settoriali nelle quali si esprime la concezione della realtà propria anche della scienza classica; rifiuta le visioni individualistico-ricettive, repressivo-passivizzanti della trasmissione scolastica e mass-mediale; pone le condizioni per l'autoapprendimento aperto e permanente, per l'educazione alla ricerca, per un nuovo rapporto fra istruzione ed educazione.

La struttura maieutica è infatti quella particolare organizzazione dell'apprendimento, della ricerca presupposta dall'apprendimento, che non ha al suo centro un corpo di verità pre-stabilite - trasmesse dalla cattedra o attinte al manuale - cui adeguarsi. Al centro dell'attività maieutica vi è un problema, che viene posto a tutti i presenti e su cui ciascuno è invitato a riflettere e a comunicare agli altri le sue riflessioni.

Il gruppo maieutico costituisce così una totalità organica, complessa, all'interno della quale sono importanti sia le parti, le componenti (ciascuna delle componenti), sia la totalità, l'insieme.

Nel comunicare le proprie riflessioni, ciascuno fa un dono a ciascun altro, è maieuta nei riguardi di ciascun altro. L'inter-agire comunicativo, nonviolento anche se conflittuale, impegna il rapporto dei componenti fra loro, di ciascun componente con l'insieme.

Le conclusioni via via raggiunte sono e rimangono aperte. Non esistono verità chiuse o definitive, che un individuo o un gruppo possa imporre agli altri, giacché la ricerca non è lineare e deterministica - come lineare e deterministica si supponeva fosse l'evoluzione generale del corso storico - ma è interattiva e ciclica: le riflessioni di ognuno suscitano come dicevo riflessioni, integrazioni, correzioni, negli altri.

Il punto di partenza dell'azione maieutica può essere anche un breve scritto, messo a disposizione di ciascun partecipante prima dell'incontro. Esso non costituisce un modello chiuso cui adeguarsi, ma un materiale di riflessione aperta per il singolo e per il gruppo.

In tal modo si ottengono intanto dei risultati che conviene sottolineare.

Da un lato, nel corso della ricerca, viene promosso l'esercizio dei poteri individuali: la ricerca di informazioni, la comprensione dei significati, l'esercizio dell'immaginazione e della creatività, l'esercizio della divergenza e la ricerca di convergenze, la sperimentazione della reciprocità empatica e dell'autostima, l'ascolto dell'altro, la comprensione della diversità di opinioni non come elemento di disturbo nell'ottica competitiva, ma arricchimento della comunicazione, del dono reciproco fra i comunicanti.

Sono questi, ripeto, dei poteri individuali che via via si sviluppano e che, via via, nel corso della vita individuale, sono alle origini della libertà. Libertà non certo intesa come un dono definitivo da parte della natura o delle istituzioni, ma come una conquista continua che l'individuo fa sviluppando le potenzialità che la natura gli offre. E' questo certamente un aspetto del rapporto fra educazione e politica: la conquista continua della libertà cui l'individuo deve essere educato nell'esercizio dei suoi poteri, nell'uso del metodo di auto-apprendimento e di auto-organizzazione come metodo di ricerca.

 

Da un altro lato, ci accorgiamo che il bisogno di autoapprendimento, di ricerca, di esplorazione continua della realtà, fa parte di un bisogno naturale, che l'essere umano si ritrova alle origini del suo essere, fino a quando la cultura del dominio non abbia provveduto a reprimerlo.

In questi casi ci troviamo, ripeto, di fronte alla valorizzazione e allo sviluppo dei poteri che chiamiamo individuali, e che sono certamente una barriera nei riguardi delle forme letali di dominio analizzate all'inizio di questo contributo.

Per un altro verso, però, la struttura maieutica consente a ciascuno la maturazione dell'interesse collettivo. All'interno del gruppo maieutico, ciascuno dipende tanto da sè quanto dipende da ciascun altro e dal gruppo unitariamente considerato. Mi sembra questa una ragione importante per superare quell'individualismo familistico, messo in chiaro dagli antropologi, il quale si esprime nell'indifferenza per l'interesse pubblico, nell'incapacità di percepire i propri poteri e le proprie responsabilità verso i problemi comunitari (micro e macro-comunitari), nel fatalismo rassegnato nei riguardi degli avvenimenti che passano sulla testa di tutti noi e verso i quali non riusciamo a concepire una reazione responsabile, una reazione... democratica.

 

Questa nuova collocazione e concezione dei processi educativi, tramite la struttura maieutica, non è sfuggita ai teorici del pensiero complesso e agli studiosi della nuova scienza dell'evoluzione.

Così si esprime Ervin Laszlo, in un editoriale della rivista "Pluriverso" (n.5, 1996) a proposito della struttura maieutica: "Stiamo per ora cercando di fronteggiare le condizioni della emergente società del XXI secolo con le forme di comportamento del sistema industriale del XX secolo. Questo [...] equivale al tentativo di vivere nelle città industriali degli anni novanta con la forma mentis dei villaggi feudali del Medioevo. E' insufficiente e, a causa della vulnerabilità delle nostre temporanee strutture sociali ed ecologiche, perfino pericoloso [...]. Ecco perché la maieutica strutturale oggi, come è resa concreta dai gruppi attivi con Danilo Dolci, è essenziale. Non si può risolvere un problema fondamentale con il modo di pensare che ha originato il problema, come ha detto Einstein [...]. Abbiamo bisogno di una percezione del mondo e di noi stessi integrata. Il compito epocale che ci aspetta è di fare evolvere modi di vivere e di agire che siano appropriati all'era delle informazioni diffuse globalmente, nella quale tutti siamo proiettati. [...] Il mondo contemporaneo è maturo per un importante passo avanti nella sua coscienza collettiva. Il comunicare autentico, il processo strutturale maieutico, come la scienza e la cultura, sono fattori profondamente influenti nel raggiungere il prossimo stadio dell'evoluzione collettiva".

 

L'educazione, asservita com'era e com'è ancora al dominio, allo status quo, è stata comprensibilmente una cenerentola all'interno dei problemi fondamentali dell'umanità. E' merito di Danilo aver compreso silenziosamente, in un mondo retto dal capitale e dalle sue logiche, il ruolo rivoluzionario delle modalità autentiche, non distorte, della crescita umana, verso le quali, mi sembra, siamo ormai obbligati ad andare..

N.B. Il contributo sarà pubblicato negli Atti del Convegno di Studi "…e occhi fioriscono", svoltosi a Taranto nell'aprile 1998

Riferimenti bibliografici

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Laszlo, Ervin, La sfida di una evoluzione collettiva, editoriale, in "Pluriverso", n.5, 1996

Mangano, Antonino, Danilo Dolci Educatore, Edizioni Cultura della Pace, Firenze 1992

Idem, Bisogno di conoscere e mal-essere scolastico, in N. Cuomo (a cura), L'altra

faccia del diavolo, UTET Libreria, Torino 1995

Idem, Evoluzione e struttura maieutica in Danilo Dolci, in "Scuola e Città", n.5-6, 1996

Idem, Prospettive socio-educative nell'attività di Danilo Dolci, in "Scuola e Città", n.2, 1998

Mangano, A. - Michelin Salomon, A (a cura), Minori nel circuito penale, Lacaita editore, 1996

Idem, La devianza dei minori come problema educativo, Lacaita, 1997

Idem, La scienza sociale dell'educazione nel contesto della civiltà planetaria, Lacaita, 1998

Maturana, H. - Varela, F., Autopoiesis and Cognition (1980), trad. ital., Autopoiesi e cognizione,

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Weber, C.. - Morelli, U., Danilo Dolci. La fionda e la cometa, editoriale, in "Pluriverso", n.4, 1997.

 


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