Da un’intervista di Danilo Dolci al padre di Placido Rizzotto
("Spreco", ed. Einaudi, pp.167-172)


Prima sì, era andato a scuola, e come veniva dalla scuola se ne veniva in campagna. Giocava, guardava, vedeva quello che facevo io, e cominciava a assaggiare le mammelle delle vacche, poi m’hanno messo dentro con l’associazione Mori, e lui si è dedicato per forza a stare in campagna. Dormiva sulla paglia, sul fieno. Combatteva con le vacche […] Ero gabelloto del feudo Drago, ma non di tutto il feudo, di una parte. Quando mi hanno messo dentro, restò quel bambino solo, era il maggiore di tutti , aveva undici anni quando dovette restare solo Placido. Gli abbiamo messo questo nome perché mio padre si chiamava Placido. Placido Rizzotto di Carmelo.

Io ero all’Ucciardone. […] Mi scriveva : "Caro padre gli animali sono buoni; quando se ne parla a venderne ?" e poi è venuto a colloquio, all’Ucciardone, si è mettuto a piangere quando mi ha visto la prima volta. Piangeva, cosa poteva dire? Piangeva per me e per lui. [...] Era un viso femminile, bambino, non era un viso ordinario, un viso piuttosto fino.

La prima volta l’ho (ri)visto dopo ventiquattro mesi, che ci avevano portato in provincia di Livorno. [...] Era più grandetto, cambiamenti di sofferenze di campagna ci aveva, cambiamenti rustici, capelli lunghi, l’ossatura era più robusta è [...] prima era più bianco, poi era andato alla campagna, parte dal freddo, parte dal caldo. Quando andava a scuola aveva i pantaloni corti, e lì l’ho rivisto coi pantaloni lunghi. Un quarto d’ora , ma con gli sportelli di ferro, e la rete e la guardia che assisteva[...] E sono passati quattro anni e sette giorni. Quando sono uscito l’ho trovato più grandotto [...] Anche lui era strapazzato, non lui solo, ma tutta la famiglia, una famiglia di otto, con cinque figlie femmine tutte più piccole di Placido, mia moglie e Nino, pure più piccolo di Placido.

Poi lavorava con me. Abbiamo venduto gli animali e lavorava con me per fare il frumento. Li abbiamo venduti per il bisogno e per non avere più contatti con quella gente che non si voleva fare li fatti suoi. La galera ci da pensieri migliori a uno […].

Sempre così fino a ventisei anni, quando è stato richiamato per la guerra. Lo portarono in Carnia, e passò caporale, caporal maggiore e si congedò sergente, che poi ci fu la sconfitta, che so io, e venne vestito in borghese, non da militare

[…] Parlava di fatti politici, di queste cose, che so io […] ogni tanto era chiamato a Palermo, cominciò a svolgere il fatto politico, e così via via, successe che si è fatto presidente dei reduci e combattenti dell’ ANPI, segretario della Camera del Lavoro di Corleone e presidente della commissione della Madonna della Rocca per farci la festa all’ultima domenica di agosto […] Si faceva rispettare da tutti, era benvoluto da tutti. Solo da quelle canaglie che si erano arricchite con la guerra non era benvoluto […] erano gente dell’alta mafia, che conferivano anche con la questura e con la magistratura, e siccome si erano arricchiti con la guerra, e allora cominciò a svolgere quest’affare di sindacalista a favore del popolo […].

Quello che mi interessa a me è la sera del 10 marzo del ’48. L’aspettavo in casa, mi ero ritirato dalla campagna, mia moglie faceva la minestra, e lui si è ritirato, faceva freddo quella sera e io mi ero messo vicino al braciere. E’ venuto lui a pigliare il cappotto che faceva freddo. E io gli dissi : "Dove vai che tra un momento dobbiamo mangiare ?"

"Un momento e vengo" [...].

Questa fu l’uscita. Aveva 33 anni e 70 giorni. Aspettavo, aspettavo e non veniva mai. E non venne più.

 


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