Sulle orme di un ombra


Avevamo scoperto di Danilo Dolci attraverso i suoi libri. Libri oggi introvabili, ma che, al loro tempo, conferirono un marchio particolare alla politica culturale di alcuni importanti editori (Einaudi, Laterza). Libri che a cavallo tra gli anni '50 e '60, pur legandosi alla cronaca, avevano suscitato attenzione nella pubblica opinione e nella cultura.
Giovani studenti di sociologia, Anna, Claudio, Mauro e io leggevamo in Dolci un modello di analisi che si cimentava col difficile compito di innescare un processo di riflessione collettiva. Si materializzava per noi l'esempio di una ricerca sociale che documentava e interveniva nei mutamenti nella struttura e nella storia di un territorio. Le inchieste, la documentazione antimafia, i resoconti di riunioni con gli uomini, le donne, i vecchi e i bambini di Partinico, le storie degli "industriali" di Cortile Cascino, del Capo, le lotte dei contadini per il lavoro e l'acqua, narravano di un modo di "fare cultura", cui la frequentazione accademica non ci aveva abituato.
La figura di Dolci ci appariva inconsueta: la sua 'opera' si nutriva di riunioni, era presente nei luoghi in cui con/creta nasceva con la sua nonviolenza conoscitiva, comunicativa, politica. La sua era una cultura-levatrice, che attendeva e assecondava la maturazione delle condizioni per il cambiamento. L'"autoanalisi popolare" concretizzava l'idea di una ricerca sociale che desse "voce al represso" e intervenisse nella realtà .Il "laboratorio di Partinico" materializzava per noi il bisogno di una cultura che nella pratica si verifica come interessata all'emancipazione.
Queste ed altre cose leggevamo nei libri di Dolci e, le stesse andammo a cercare a Partinico, sulle orme di tanti che prima di noi erano andati a vedere. Sulle orme di un ombra.
Nel maggio del 1985 gli inviammo una lettera. Due mesi dopo ci incontrammo.
Insisté sin da subito che lo chiamassimo Danilo. Scoprimmo in seguito che sognava un mondo in cui tutti si chiamavano per nome. Ci propose di andare in giro insieme per la zona: avremmo visto la diga, il centro di Trappeto, la scuola di Mirto.
Nel tempo molte delle questioni sopra accennate si sono precisate, approfondite. Da questo incontro sono, soprattutto, nate altre domande, altre ricerche. Accade solo quando si incontra un maestro.
Dal 31 dicembre del 1997 Danilo non è più tra noi.
E' duro abituarsi all'idea che non si avranno più da lui l'affetto, il coraggio, l'energia, l'ascolto l’esperienza e la profonda e meditata prospettiva. Da sempre continuava a ripetere: "Non è importante Danilo o chi per lui, l'importante è l'esperienza che un cambiamento è possibile. Importante è trovare la leva per il cambiamento." Volevamo credergli, intuivamo la verità di quel che diceva, ma neppure immaginavamo quanto fosse difficile.
Il suo pensiero, la sua saggezza, la sua esperienza non ci mancheranno se solo sapremo cercarli dove si trovano, nelle sue opere (che deve essere nostro impegno disseppellire e rendere vive) e nella nostra memoria.
Certo resta l'ascolto e il suo affetto che si sottrae crudelmente.
Dirigendoci in macchina verso la diga sullo Jato, su nostra richiesta, cominciò a raccontare.

Abbiamo iniziato molto semplicemente, riunendoci in gruppi con lo scopo di comprendere quale era la situazione della zona e come invece poteva essere. Io ero ignorante, completamente ignorante del Sud e volevo capire. Durante la giornata lavoravo con le mani, la sera ci riunivamo a discutere.
Lentamente, lentamente da questo lavoro, che poi è stato chiamato "autoanalisi popolare", ma che all'inizio procedeva per tentativi, abbiamo compreso che c'erano alcune possibilità per un cambiamento. Non era vero che questa zona doveva essere cronicamente disperata, come pensavano molti. Facendo certe verifiche abbiamo visto che in questa zona, dove il banditismo era esploso per la disperazione della miseria, c'era la possibilità di lavorare. C'erano alcuni contadini, alcuni pescatori che sapevano molte cose, ma non c'erano i nessi. Con questo gruppo si è cominciato a chiarire la situazione.

Com'è nata l'idea della diga?

Potrà stupirvi, ma in questa zona, durante l'estate facevano processioni ad petendam pluviam, perché piovesse, e, naturalmente, non pioveva mai. Lentamente , lentamente viene fuori che c'era dell'acqua, anche d'estate, acqua di sorgente che andava sprecata. Era una quantità enorme, circa 80 milioni di metri cubi. Tra le idee è emersa questa: probabilmente - diceva la gente, non è stata mia l'idea - si poteva costruire un "bacile", così lo chiamavano. Non sapevano cosa fosse una diga, ma sapevano cos'era un bacile perché l'avevano in casa. Anche oggi qualcuno lo chiama ancora così perché ha sentito dire "bacino" e ha messo insieme le cose. Abbiamo chiesto ad un architetto di fare un plastico per materializzare questo sogno del lago e, per come era possibile a dei privati, abbiamo fatto le prime verifiche. Sulla base delle prime trivellazioni abbiamo fatto pressione per chiedere alle autorità di fare ulteriori verifiche. Siamo dapprima riusciti ad avere un progetto di massima, poi un progetto più particolareggiato e ad un certo momento abbiamo fatto delle pressioni per avere un finanziamento e la costruzione della diga. La più grande difficoltà era che la popolazione non era preparata, non erano pronti neppure i sindacati che erano ancora fermi alla lotta per la divisione dei feudi. Ma qui feudi non ce n'erano. Solo pochi avevamo l'idea che una diga potesse essere una occasione importante per un cambiamento.

Chi faceva parte di questo gruppo di pressione?

Su questo punto noi abbiamo fatto un errore, soprattutto perché pensavo che i più interessati alla diga potessero essere i contadini, che si trovavano spesso privi di acqua. Invece sbagliavo perché i contadini anche se piccoli proprietari (pochi possedevano più di qualche ettaro) avevano paura di perdere qualcosa mettendosi insieme.
Chi poteva 'rischiare' erano quelli che non avevano nulla da perdere, i "braccianti". Costoro hanno rappresentato la prima forza d'urto, il primo motore. Loro hanno capito che se questo sogno si realizzava, sarebbero stati i primi a lavorare.

Come ti apparve Partinico o Trappeto al tuo arrivo ?

Qui tutto il potere era in mano a 20 persone, la popolazione non aveva alcuna forma di aggregazione , di organizzazione. Tra i 20 c'era gente come Frank Coppola , c'erano 'miti' come Bernardo Mattarella che amava farsi vedere in tempo d'elezioni a braccetto con i capimafia della zona. Tutte cose che io stralunavo a vedere. ... Queste cose non venivano documentate , nemmeno dalla sinistra, apparivano ovvie. Mi dicevano : "E' così perché ...è così"

Quanti anni ha questa diga?

Abbiamo cominciato a fare delle pressioni forti intorno al '56-57. Poi hanno fatto i progetti, e in dieci anni, proprio a tempo record, è stata costruita. Si lavorava 24 ore su 24, in tre turni di 500 persone. E' nato il sindacato... E' stato un momento bellissimo. Pensa che ancor oggi in Primavera o il primo Maggio le famiglie vengono qui; ci sono le persone che si sentono i padri e le madri della diga che raccomandano ai figli di stare attenti, di non toccare...

Come si spiega il fatto che la mafia non ha reagito a quanto andava succedendo. Ci sono stati tentativi d'infiltrazione, negli appalti, nelle forniture dei materiali ecc.

Ho alcune ipotesi. Una è che all'inizio 'loro' pensavano fossi un intellettuale, quindi, non pericoloso. Sai noi lavoravamo con i bambini...per cui 'loro' non hanno capito. Quando hanno sentito puzzo di bruciato ormai la gente era insieme e sapeva di potere avere l'acqua. Certo hanno tentato anche con la diga di avere dei subappalti, ma c'era la novità che molte persone lavoravano insieme tutto il giorno. A Partinico sentivano il rumore delle macchine che andavano: per loro , per tutti è stato uno schock.
Di notte era tutto illuminato, questi uomini con l'elmetto: scene inconsuete per la zona. La gente ha cominciato a reagire, a denunciare.
Io credo che importante, in ogni parte del mondo, sia scoprire la leva per poter cambiare. Non è vero che la gente conosce i propri problemi: soltanto con una ricerca profonda, lunga, si riesce ad identificarli. Il problema è sempre lo stesso: far in modo che la gente che non ha potere acquisti potere.
Si diceva che questi uomini erano soltanto banditi, ma 'banditi' vuol dire anche esser buttati fuori, esclusi. Costoro sentivano la necessità e il diritto di lavorare, hanno sentito chiaro che non avevano nulla di cui vergognarsi. Loro volevano lavorare. Chi erano allora i banditi, i veri fuorilegge? Tutto questo ripensamento ha dato loro coraggio.

Di fatto si era concretizzato un sogno di molti. Si veniva concretizzando un nuovo stile nel conquistare il rispetto dei propri diritti.

Certo, la diga era importante perché elevava la produzione e il reddito, ma ancora più importante è stata l'esperienza che un cambiamento era possibile.

Nel frattempo voi intervenivate con le vostre inchieste

Quando l'acqua saliva noi alla gente non domandavamo più "vuoi l'acqua o no?", perché ormai tutti la volevano, mentre all'inizio la gente commentava con scetticismo:"troppo bello per essere vero". A questo punto abbiamo avanzato un'altro problema: "l'acqua la vogliamo cara o a buon prezzo?". Da queste domande nasce l'idea della Cooperativa d'irrigazione, che coinvolge oggi 5000 famiglie. In questo senso la diga è diventata una vera e propria leva per un cambiamento di struttura. La gente ha capito che per costare poco l'acqua non deve essere "di mafia", ma deve essere acqua democratica. Si è fatta strada nelle persone la necessità di organizzarsi ed è stato fatto, non perfettamente , ma in modo sano. Questo ha svuotato, non senza forti conflitti, il gruppo clientelare-mafioso; il nuovo potere di qualità e di forza era la cooperativa d'irrigazione. Immagina 500 persone, insieme nel momento in cui si costruiva la diga, e insieme nel desiderio di tenere l'acqua nelle proprie mani.
Non su una predica, ma su un interesse preciso c'è stato il cambiamento.
Per la gente è stato importantissimo scoprire che senza sparare, pur con enormi difficoltà, si è potuto cambiare la propria condizione. Per noi questo era laboratorio. Onestamente è un lavoro durissimo, che ha aspetti molto complessi, e, soprattutto, molto lento. Però io non ne conosco uno più veloce. Devo dire che è lentissimo, durissimo, ma non impossibile.

Quali le conseguenze della diga per l'economia della zona?

Per farla breve: l'acqua costa oggi sei volte meno che 15 anni fa. Soltanto a distanza di 30 Km. trovi prezzi dieci volte più alti.
La grande acqua arriva giù per caduta naturale, con appena trenta metri di salto si ha già la pressione sufficiente per fare l'irrigazione a pioggia. La zona interessata è di quasi 9000 ettari. Per la zona è un cambiamento enorme.

Cosa è successo dopo?

Noi abbiamo continuato a riunirci, per vedere se c'erano altre 'leve' in grado di agevolare il cambiamento approfondendolo. A queste riunioni, poiché gli uomini erano in campagna, partecipavano le donne, i vecchi e i bambini. Con mia sorpresa, a questo punto è stata presa in considerazione l'idea di una scuola. Loro non dicevano certo "Centro educativo", ma un posto per i bambini, e volevano dire molte cose. Uno diceva un posto unni s'insignanu (dove imparare), un'altro dove s'imparano l'educazione. Abbiamo fatto molte riunioni per capire cosa potesse essere questo posto, questa specie di sogno. Per i primi sette-otto mesi è emerso soprattutto ciò che non volevano, il che è sempre più facile. l'aspetto più interessante era che i rapporti istituitisi all'interno delle riunioni, stimolavano la coscienza che i rapporti all'interno della scuola tradizionale fossero più indietro. Gli stessi padri sentivano come fasciste le scuole dove si urla o si usa la bacchetta. Lentamente è venuta fuori l'idea di come poteva essere questo Centro Educativo.

Ma dove trovavate i soldi? Chi finanziava le vostre iniziative?

La diga è stata finanziata dalla Cassa per il Mezzogiorno. Per il Centro Educativo di Mirto e per il Centro Sociale di Trappeto non abbiamo ricevuto neppure una lira dalla Stato Italiano. Li abbiamo costruiti cercando contributi tra comitati di amici, in Italia e all'estero. Il centro di Trappeto è stato costruito con i soldi del Premio Lenin per la Pace che mi è stato dato nel'57.

Se tu premi per una diga, lo Stato è capace di costruirla, ma se tu t'impegni a costruire una scuola dove si impari a rispettarsi reciprocamente, allora l'impresa è più difficile. Comunque, rischiando di persona, ce l'abbiamo fatta. C'è voluto molto tempo, molti ostacoli si sono frapposti, ma adesso questa è una Scuola Statale Sperimentale, dove si utilizza un piano di sperimentazione studiato da noi, e dove si sperimenta come la qualità del rapporto educativo incide nella crescita delle persone.

Come avete trovato questo splendido posto?

L'ho scritto nella seconda parte di Palpitare di nessi (Armando 1987). L'ha trovato un contadino, quasi analfabeta, Zù Sariddu. Io ero in trattativa per un altro terreno, in un altra località. Siamo andati a vederlo e lui mi ha detto che non andava bene. Io insistevo dicendogli "è bello, pieno d'avventura... costa poco". Lui mi rispose che non andava bene perché da lì i bambini non avrebbero potuto vedere il mare. Fu lui a trovare questo posto. Da qui i bambini non solo vedono il mare , ma dall'alto vedono tutte le campagne adesso irrigate, vedono verde, anche d'estate, tutti quei terreni che per secoli erano rimasti secchi. Se questa non è cultura...

Qual'è la tua sensazione personale di fronte di fronte alla diga, a questi 'sogni' che con il vostro lavoro si sono concretizzati?

La diga, i Centri, tutto questo è ormai dietro le spalle. Io sono interessato a quello che ancora non c'è A me interessa vedere se il mondo sopravvive o no. Dopo Chernobyl c'è molta gente che mi ha scritto, dicendo onestamente che comincia adesso a capire il senso del lavoro: molti di quelli che prima erano scettici, che dicevano trattarsi di belle utopie, oggi invece capiscono.

Cosa rimane del nucleo originario di persone con cui negli anni 50 hai cominciato a lavorare?

Una caratteristica del nostro lavoro è quella di non sostituirsi alle iniziative della gente. Noi vorremmo essere come delle 'levatrici' Man mano che esistono iniziative, si lavora perché si autogestiscano. Per evitare il rischio di diventare noi, i padroni. C'è da evitare il rischio che la situazione finisca con l'appoggiarsi a noi. Invece è molto importante che ci sia una dialettica tra responsabilità. Ciascuno deve essere impegnato per la sua parte, ognuno deve portare avanti i suoi fronti. Ad esempio la cooperativa dell'acqua: puoi ben immaginare quanti interessi ci fossero:la gente si aspettava, forse , che io facessi il politico, l'amministratore. Però restiamo tutti sempre molto attenti a come quelle conquiste vengono gestite.

Attenti a tener viva l'origine di questa situazione.

Se noi vogliamo che la gente impari ad assumersi responsabilità, bisogna che l'abbiano. Non si può barare.

Le iniziative partono ancora dalla gente?

Certo. Così deve essere. Un fatto nuovo genera negli altri un senso di necessità. Quanta gente venendo dalle campagne o dalle cittadine vicine vedeva il lago e si chiedeva come mai qui c'era l'acqua e al loro paese no. I fatti generano coscienza.

Che rapporti hai con la cultura cosiddetta ufficiale? Come vengono accolti i tuoi libri?

Come noi siamo esistiti, sono esistiti anche altri gruppi: Pensa a Mario Lodi, che ha fatto un lavoro 'da tunnel,, importantissimo e non per un giorno. Pensa al "Movimento di cooperazione educativa". Pensa al lavoro nell'ambito dei movimenti nonviolenti. Tutte queste sono realtà che anche in questi anni sono cresciute, rappresentano filoni , non clamorosi ma di lavoro serissimo, senza i quali molti fermenti non sarebbero potuti maturare. Io lavoro molto anche all'estero, in Brasile ad esempio dove ho esperienza del movimento di Paulo Freire, che è bravo e autentico e che è venuto anche più volte a trovarmi a Partinico per vedere. In America lavoro con i due Berrigan, che nel passato erano presi per matti, non che adesso non accada ancora , ma almeno dicono che si tratta di matti 'profetici'. In tanti sono venuti a trovarmi o mi sono stati vicini, in momenti in cui era anche 'scomodo' farlo: da Bobbio, a Erich Fromm, da Huxley a Sartre, da Piaget a Russell, da Piero Calamandrei ad Aldo Capitini, da Di Vittorio a Zevi e Sylos Labini a Luca Cavalli Sforza... Non so se è questo che intendi per cultura ufficiale.

  Per quanto riguarda i libri sarebbe interessante andare a vedere chi, ad esempio, li recensisce. O sono i Visalberghi, Lamberto Borghi, Raffaele La Porta, cioè le punte avanzate dell'educazione in Italia, gente controcorrente e coraggiosa Oppure, ad esempio, per il mio ultimo libro (Palpitare di nessi), La Stampa non ha potuto non pubblicare una nota, ma, guarda caso, è finita proprio sotto una foto di Platinì, il famoso calciatore: non sono mica fessi, sai?

E i tuoi rapporti con la gente di qui?

Vedi quel ragazzo che guida quel trattore? Vi racconto una storia. Un giorno, più o meno 15 anni fa, arrivo su da questa salita. Pioveva. Vedo dei fogli, bagnati, buttati via, delle copie, delle veline proprio del Centro. C'erano anche cose riservate, era una momento piuttosto delicato in cui stavamo denunciando i rapporti del senatore Messeri con Frank Coppola. E io dico: "Oddio cosa è successo?!" Arrivo al Centro, entro e vedo un bambino, vicino ai raccoglitori che cerca qualcosa tra le carte e butta via quanto non gli interessa. Era un bambino molto piccolo: Gli domando "Cosa fai?" E lui: "Il maestro mi ha detto che c'è anche Bologna". Lui cercava cartoline di Bologna. Era entrato nel Centro, la porta era sempre aperta, aveva visto che c'erano in giro anche cartoline e lui cercava... A me è mancato un po' il fiato, non ho detto niente al bambino, ne ho parlato un po' con il padre, ma ho capito che si trattava di vera e propria ansia di sapere.

Adesso quel bambino guida molto bene questi grandi trattori. Al bar la mattina, quando lui passa o ci incontriamo non c'è verso che io possa offrirgli qualcosa. Tutte le volte lui dice :"No oggi tocca a me!" Lui ha tale gratitudine di essere stato interpretato allora che, quando mi vede è sempre affettuosissimo.

Salutandoci, dopo esserci accordati sui successivi incontri e sul lavoro da fare insieme quell’estate, si accomiatò dicendoci:

Avete visto che non sono propriamente un ombra! Sorrise di gusto, ammiccando al suo corpo non propriamente esile.

Ancora dinanzi agli occhi la sua figura che sorridendo si allontana.

 


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