Gli studenti, i genitori e gli insegnanti del Liceo Scientifico "E.Majorana" ricordano 
DANILO DOLCI, maestro di civiltà


Il nostro amico Danilo Dolci si è spento martedì 30 dicembre.
Chi sia stato e quale contributo abbia dato alla vita civile del nostro Paese è cosa storicamente evidente e nota, ma, forse, non ancora abbastanza riconosciuta e radicata nell’opinione pubblica nazionale.
A noi del Liceo Scientifico "E. Majorana", che abbiamo costantemente lavorato con Danilo dal 1992, piace ricordarlo oggi - ma non solo - per il prezioso aiuto che ci ha dato nell’avviare il difficile e sempre aperto tentativo di trovare forme di vita sociale realmente comunicative all’interno della scuola e con il nostro ambiente naturale e culturale.
Ci piace ricordare l’umiltà e la generosità con cui si disponeva all’ascolto di chiunque lo volesse, sollecitandone rispettosamente la maieutica rivelazione dell’integra personalità; la voglia instancabile di creare strutture di pacifica vitalità, per cui ha speso sino all’ultimo ogni suo residuo di energia fisica, intellettuale e morale; l’indomita e goiosa passione di vita, che rendeva luminoso di speranza ed unico nella sua autenticità ogni incontro.
In questi anni Danilo ci ha delicatamente introdotti alla poetica del vivere nella semplicità; spesso ci ha parlato con i versi; ma la vera poesia è stata ed è l’armonia della sua esperienza personale al servizio della collettività, che ha saputo donarci intatta nella sua originaria freschezza, senza bisogno di professione alcuna, perché la portassimo, ciascuno a modo proprio, nell’ordinario operare quotidiano.

Maieutica: un pensiero per Danilo Dolci


Nel nostro Liceo evocare Danilo Dolci significa automaticamente richiamare la maieutica.
Schizzare un profilo di Danilo, soprattutto ora che non c’è più, non è cosa possibile e neppure sostenibile per chi, come me, nutre tanto affetto per lui da non avere né la lucida oggettività, né la voglia per concedersi alla ritrattistica biografica.
Descrivere la maieutica, poi, è cosa pressoché irrealizzabile senza violarne la specifica natura, che è qualità della comunicazione viva, struttura e non fatto individuato o sapere specifico. La comunicazione maieutica non è una tecnica, ma una particolare sapienza; riguarda non tanto i contenuti (il convenire su alcune cose, il condividere opinioni non sono ancora il comunicare autentico), ma la forma, più propriamente l’atteggiamento con cui ci si dispone ad accogliere l’altro-gli altri. In questo senso, il silenzio è forse più importante dell’agire verbale, perché rappresenta la sobria delicatezza, la concentrazione e l’attenzione con cui l’io in primo luogo corporeo-emotivo tende all’esterno per riconoscere la propria appartenenza ad una struttura di relazioni vitali ancor più che intellettuali o pratiche.
Mi limiterò dunque a indicare alcune caratteristiche dell’atteggiamento maieutico che ho percepito con immediatezza nell’incontro diretto con Danilo.
generosità. L’intera vita di Danilo è stato un gesto di generosità con cui ha messo a disposizione tutte le sue energie intellettuali e fisiche al servizio della causa civile in ogni sua forma, da quella eclatante della lotta alla mafia e alla corruzione, a quella meno appariscente del contatto educativo con i giovani nelle scuole. Questo tipo di generosità è nel suo fondo un atto di intelligenza sociale, percepibile soprattutto nell’umiltà con cui Danilo si disponeva all’ascolto, cioè al riconoscimento dell’altro, al rispetto della sua centralità e della sua irripetibile unicità. L’impressione di ricevere sempre e comunque da Danilo era il semplice sentimento del nostro esistere in autentica pienezza, oltre i ruoli e le funzioni.
coraggio. Danilo ci ha fatto capire che ciascuno di noi ha la capacità di reagire alle grandi e piccole ingiustizie laddove e comunque si verifichino, anche quando non ci tocchino direttamente e personalmente; che questa capacità non è cosa da eroi, ma di individui comuni che assumono interamente la direzione del proprio vivere da soli e con gli altri; che il non scegliere e lasciarsi vivere senza progetto comporta più sofferenza, e più cieca, del prendersi seriamente cura di sé. Soprattutto, ci ha aiutato a capire che reagire alla sofferenza nostra e altrui è andare oltre il rifiuto rancoroso, gratuitamente provocatorio e in molti casi stereotipato della trasgressione, fin troppo complementare al conformismo ottuso, per iniziare un silenzioso processo di rivoluzione interiore. Coraggio è provare a cambiare se stessi prima di pensare di poter cambiare il mondo.
semplicità. E’ saper cogliere l’essenziale nelle cose, il rifiuto delle inutili complicazioni che capovolgono il rapporto mezzi-fini nell’esistenza; il fine della vita è la vita stessa: è lo specifico di una semplicità che non ci è facile cogliere, disabituati come siamo all’autenticità, disorientati da noi stessi, come siamo, da crescenti, in fondo diseconomiche, distrazioni.
fantasia. L’immaginare se stessi in condizioni in cui si possa stare meglio nel nostro specifico mondo-ambiente è fare della necessaria dipendenza dagli altri e dalle cose non un vincolo opprimente e castigante, ma una fonte di perenne arricchimento. Il gusto per la vita è un atto morale che necessita di un senso estetico, scevro di condizionamenti consumistici, per le relazioni di cui ogni vita è intessuta nel presente e nella prospettiva del futuro. La vera esperienza consiste nell’arte di inventare la vita accrescendone la potenza, in un gioco espansivo di innesti esistenziali che traduce l’utopia in gioioso progetto concretabile ed evita gli eccessi individualistici del narcisismo e quelli opposti dell’abnegazione.
pazienza. E’ la consapevolezza che ogni processo ha bisogno di tempo per produrre risultati, perché il primo e più concreto risultato è già il processo stesso, il registro della perfettibilità che non vive i fallimenti come sconfitte, ma come tentativi da correggere e da reimpostare costantemente. Dare tempo a se stessi e agli altri, prendersi il tempo e godersene la pienezza sono gli antidoti all’ansia dilagante e logorante, il filo della speranza collettiva.
Per chi pensi che la scuola non sia o non debba essere un mondo a parte o una parentesi nella vita, è essenziale richiamarsi a questi orientamenti; nella consapevolezza che l’esperimento, pur necessario, è difficile e sempre incerto.
                                                                                                                    
                                                                                                                     Leana Quilici

 

10 gennaio 1998

Dopo le grandi battaglie degli anni ’50 e ’60 contro la corruzione e la mafia, che gli hanno garantito riconoscimenti ufficiali di grande rilievo, Danilo si è concentrato sull’attività maieutica. E' opinione diffusa (almeno sulla stampa recente) che si sia trattato di un ripiego, quasi di una sconfitta. In realtà, la scelta maieutica ha segnato il punto di massima estensione dell’impegno politico di Danilo, proprio laddove accoglieva urgenze civili non eclatanti e conclamate come quelle siciliane e tuttavia non meno bisognose e degne di ascolto e di intervento.
Costruendo strutture autenticamente comunicative, Danilo ha amorevolmente curato, dovunque emergessero, le disfunzioni e le patologie di una democrazia che tende pericolosamente a svuotarsi nella passività dell’intelletto, nella mancanza di progettualità dei singoli individui e delle microcomunità, nello specifico conformismo che nasce dal prendere per sano realismo la supina accettazione dell’esistente.
Danilo ha combattuto il cinismo ed il disincanto di giovani e adulti sapendone valorizzare ogni istanza creativa, mettendoli serenamente in condizione di esercitare una reciproca educazione e di progettare la soddisfazione dei bisogni sociali primari nei termini di una co-evoluzione intellettuale e morale ("L’utopia rimane tale finché non si trasforma in progetto"). Danilo ha combattuto la triste e complicata banalità del vivere ideologizzato con l’attenzione alla semplicità degli immediati bisogni umani.
Questa attività è stata particolarmente importante nella scuola, della quale Danilo ha sempre riconosciuto le enormi potenzialità civili pur non mancando mai di denunciarne severamente l’isterilimento burocratico ed il conformismo istituzionale. Danilo qui ha prodotto cultura, cioè, come lui amava dire, vera esperienza: una potente rivoluzione senza clamore, perché "rivoluzione è incontrarci per sapienza e pazienza".

 


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