Un maestro
di Goffredo Fofi


Nell'estate del '55, sulla rivista di Aristarco Cinema nuovo comparve un servizio sul lavoro svolto da Danilo Dolci a Partinico e Trappeto, tra i contadini, i disoccupati, gli ex-banditi  della banda Giuliano (Partinico dista meno di dieci chilometri da Montelepre). Giuliano era stato ucciso nel '50, Dolci era sceso nel sud, dopo aver lavorato con Don Zeno Saltini alla piccola grande utopia di Nomadelfia poi distrutta da Pio XII e Scelba, attorno al '52 o '53, e allora non aveva ancora trent'anni.
L'amicizia con Aldo Capitini gli aveva permesso di ragionare sul1'esperienza di lotta non violenta di disobbedienza civile attuata da Gandhi in India. Gandhi era morto nel '48. Le date sono importanti: il mondo di allora era assai diverso da quello di oggi, e il sud era sud di fame e di miseria non diverso dagli altri sud del mondo. cerco di innestare il metodo gandhiano tra i contadini del nostro sud, e il punto culmine della sua azione fu il grande «sciopero a rovescio» di Partinico del febbraio '56, preceduto da un digiuno di massa e finito con 1'arresto suo e di decine e decine di contadini e di disoccupati.
Io c'ero, giunto a Partinico poche settimane prima grazie al fotoservizio di Cinema nuovo che ho citato sopra. Avevo fatto da poco 18 anni e mi ero diplomato da pochi mesi maestro elementare, gli avevo scritto, e Danilo mi aveva caricato a Roma sulla sua vecchia macchina cambiando di un colpo il mio destino.
Ma i tempi mutarono, e molto velocemente. Attorno al '59-'60, io e altri collaboratori ci staccammo dal gruppo per divergenze sul «personalismo» di Danilo, e cercammo di avviare un altro «lavoro di comunità» in Calabria, finendo però quasi tutti al nord, al seguito dell'esodo che spingeva i contadini del sud nelle soffitte di Torino e Milano, a diventare operai.
Danilo continuò a lottare sul posto – contro la mafia, per la costruzione della diga di Roccamena sullo
Jato, e facendo inchieste e denunce, scrivendo libri e via via, soprattutto, formando educatori. Fu questo il suo modo di reagire allo sbandamento degli anni sessanta, e alla violenta, rapidissima trasformazione di tutta la nostra società, anche quella meridionale, portata dal boom.
Per molti anni non ci siamo visti, salvo incontri molto occasionali e un po' freddi. L'otto novembre scorso, sono stato a trovarlo a Trappeto e ho passato un pomeriggio con lui. Era reduce da una brutta operazione, e molto malandato. Abbiamo parlato affettuosamente del passato, soprattutto degli amici comuni scomparsi nel frattempo – ma anche del presente. Voleva organizzare delle marce di fronte alle sedi Nato della Sardegna. Parlava di questo progetto con grande convinzione, ma era evidente che il suo stato di salute non gli avrebbe permesso di portarli a termine. Il tono era ancora profetico, ed era quello, come avrebbe detto Capitini, dei «persuasi», di coloro che sanno tener fede sino all'ultimo al proprio progetto di vita, alla propria vocazione.
Autore di splendide inchieste (Banditi a Partinico, Inchieste a Palermo, Spreco...) e di saggi d'impostazione pedagogica, Danilo scrisse anche poesie la raccolta feltrinelliana Creature di creature) d'ispirazione religiosa e pedagogica, molto lodate da Luzi e Volponi.
Come tutti i meridionalisti e i riformatori di questo dopoguerra, anche Dolci fu travolto da una trasformazione inaudita del paese  negli anni del boom – che impose un modello di sviluppo ben diverso da quello che si sognava, e creò nuove e difficili contraddizioni. Il suo modo di reagire fu coerente fino, talvolta, all'isolamento. Negli anni Cinquanta, mentre imperava la guerra fredda, erano passate da Partinico decine di giovani (ricordo tra i tanti Rieser, Mottura, Neppi Modona, Laura Balbo, Grazia Fresco) che cercavano di trovare altrove che nelle chiusure ideologiche del mondo comunista e di quello cattolico modi convincenti di un impegno sociale e morale prima che politico, che grazie a lui entrarono in contatto da un lato con la durezza dell'esperienza concreta, organizzativa e di agitazione, da poveri tra i poveri e dal meglio della cultura italiana di quegli anni, da Capitini a Salvemini da Bobbio a Calamandrei, da Levi a Vittorini, dai Ventura ai Gobetti, da Bilenchi a Panzieri, da Jemolo a
Lombardo Radice.

 


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