Addio a Dolci, il 'Gandhi del Sud' un passionale, uomo di confine

Scelse di vivere in Sicilia per capire le ragioni del mancato sviluppo economico di una zona ad alta influenza mafiosa. Storiche le sue battaglie per il lavoro e contro lo strapotere delle cosche. Nell'82 arrivò ad un passo dal premio Nobel per la pace

 

di Mimmo Giarratana


C'era un'area eterogenea, nel dopoguerra e oltre, che raggruppava gli intellettuali, i politici, i giornalisti 'non inquadrati' nelle due grandi scuole di pensiero dominanti in Italia: il cristianesimo e il comunismo. Il sociologo Danilo Dolci, morto ieri a Partinico, faceva parte integrante di quest'area insieme a personalità di grande rilievo per la nascita dell'Italia moderna. Tanto per fare qualche nome, 'azionisti' e laici come Aldo Capitini, Ernesto Rossi, Mario Pannunzio, Emilio Lussu, Altiero Spinelli; socialisti come Lelio Basso, Riccardo Lombardi, Raniero Panzieri; e anche iscritti al Pci come Umberto Terracini o Pietro Ingrao, oppure cattolici come Giorgio La Pira, Giuseppe Dossetti, don Lorenzo Milani. Qualcuno li ha chiamati i 'non allineati': di certo furono quelli che per primi parlarono di non violenza, che criticarono la nostra 'democrazia incompiuta', che analizzarono la questione sociale fuori da schemi ottocenteschi, che si posero concretamente la questione della natura e della gestione del potere nelle società in via di sviluppo. La personalità, grande, di Danilo Dolci stava qui: nel suo essere un uomo 'di confine'. Troppo individualista per 'intrupparsi' in un partito o in un movimento (non accettò mai le candidature che gli offrì il Pci, anzi ebbe spesso rapporti conflittuali col partito e i sindacati), troppo solidale con la 'gente' per non impostare 'politicamente' ogni iniziativa. Troppo laico e insieme 'spirituale' nel suo agire. Colto eppure 'popolare'. Proprio come don Milani, il 'rivoluzionario' della pedagogia. E anch'egli, per esempio, avviò un'esperienza di insegnamento destinata a influire sul nostro sistema di istruzione primaria, e oggi utilizzata in varie medie inferiori soprattutto del Nord. Un metodo di ascendenza filosofica (la 'maieutica' di Socrate, che aiuta il bambino a mettere pian piano in mostra le sue doti) messo a punto nella sua scuola di Mirto frequentata dai figli dei contadini del Partinicese. Come don Milani, del resto, Dolci aveva un carattere 'difficile': individualista, sempre tendenzialmente insofferente alle verità 'imposte dall'alto', altamente passionale. E proprio questa sua passionalità lo aveva portato in Sicilia. Nato nel '24 a Sesana, in provincia di Trieste, laureato in architettura a Milano, si trasferì nei primi anni '50 a Trappeto, dove il padre era capostazione (la madre era slava). Qui intuì che solo vivendo accanto alla gente del Sud avrebbe potuto capire le ragioni del mancato sviluppo economico di una zona a forte influenza mafiosa. Così fondò prima a Partinico, quindi a Trappeto il 'Centro studi e iniziative per la piena occupazione', nucleo propulsore di quelle che divennero epiche battaglie per portare l'acqua nelle case, per il lavoro, contro il latifondo, contro lo strapotere delle cosche (che lo portò anche alla denuncia di tre esponenti di spicco della Dc, Bernardo Mattarella, Calogero Volpe e Giovanni Gioia, ma anche a una condanna a due anni per diffamazione). Battaglie, però, sempre improntate al principio gandhiano della non violenza, per cui Dolci fu più volte candidato, e nell'82 arrivò a un passo dal Nobel per la pace. Battaglie che volevano anche 'incidere' nel sistema del mass-media per acquistare visibilità: di qui, allora, l'invenzione degli 'scioperi alla rovescia' (per uno di questi il sociologo finì pure in carcere), le marce silenziose, fino all'apertura alla fine degli anni Sessanta di una radio privata, la prima in tempi di totale monopolio della Rai: dai microfoni di Radio Libera Partinico, fino all'inevitabile chiusura dopo pochi giorni, Dolci denunciò il mancato avvio della ricostruzione nella Valle del Belice, devastata dal sisma del '68. Nel frattempo il sociologo aveva sposato Vincenzina Mangano, vedova di un sindacalista assassinato dalla mafia che gli diede cinque figli (Libera, Amico, Cielo, Chiara e Daniela), mentre altri due li ebbe dalla seconda moglie svedese. Inoltre, la sua opera aveva attirato in Sicilia decine di giovani intellettuali italiani (fra cui Goffredo Fofi, oltre a diversi sociologi e insegnanti) e stranieri (soprattutto dei Paesi scandinavi). Anche se la sua passionalità alla lunga rese difficili i rapporti con i 'discepoli', molti dei quali finirono per abbandonarlo e dedicarsi ad altre esperienze. Era però la stessa passione che portò Dolci a scrivere numerosi volumi non solo di saggistica ('Banditi a Partinico', 'Inchiesta a Palermo', 'Spreco', 'Verso un mondo nuovo'), ma anche di poesia (per i quali vinse un premio Viareggio), e a ricevere riconoscimenti da personalità come Bertrand Russell, Aldous Huxley, Erich Fromm, lauree honoris causa e inviti da università italiane ed estere. Che 'testamento' lascia quindi Danilo Dolci? Un'eredità 'pesante', certamente più significativa di quanto pensiamo oggi, che certe 'conquiste' di civiltà sono diventate la norma. Ma lo stesso succede, a pensarci bene, con tutti i veri 'padri della patria'.

 


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