Come Gandhi, ma in Sicilia


Contro la scuola che opprime e non comunica, contro la miseria, la fame e la guerra, contro il dispotismo del potere che si abbandona al virus del dominio. Una rivoluzione senz'armi, quella di Danilo Dolci, pioniere italiano della non-violenza: poeta tra gli umili, educatore tra i diseredati, scomodo animatore di iniziative di pace contro la mafia siciliana, contro lo sfruttamento dei poveri, contro le guerre di tutto il mondo. Missionario laico e combattente inesauribile, finito anche in carcere per i suoi "scioperi alla rovescia", provocatorie giornate di lavoro volontario organizzate coi disoccupati delle aree più arretrate della Sicilia occidentale: per ottenere strade e fognature, una vita più civile, opportunità di lavoro non schiavistico attraverso la riforma dell'agricoltura grazie alle dighe sui fiumi siciliani fatte costruire a colpi di marce di protesta e scioperi della fame. E dopo gli anni eroici nell'immediato dopoguerra, l'impegno sul fronte dell'educazione che ha richiamato in Sicilia i più importanti intellettuali europei: per una scuola diversa, libera, creativa, fondata sulla partecipazione e sul dialogo con gli allievi, grazie al metodo maieutico sperimentato da Socrate.

GUERRA AL «VIRUS DEL DOMINI0»
Quello di Danilo Dolci, intellettuale triestino scomparso il 30 dicembre '97 all'età di 73 anni, cresciuto in Lombardia e fattosi apostolo della pace e della giustizia nella Sicilia poverissima degli anni '50, più volte candidato al premio Nobel, resta un esempio straordinario di impegno civile, etico e culturale nell'Italia della seconda metà del secolo. Una testimonianza cresciuta oltre la dimensione contingente del suo tempo, e spintasi nel cuore dei problemi oggi cruciali per la sopravvivenza dell'umanità: la sua critica dei modelli socio-culturali egemonici e dei metodi di potere fondati sul dominio parte dalla Sicilia degli anni '50 e arriva a contestare l'attuale economia mondializzata, l'emergenza ambientale planetaria e la dittatura dei paesi ricchi a spese della stragrande maggioranza povera, opponendo all'ingiustizia la fermezza della non-violenza, il dialogo tra esseri umani prima che tra governi, nazioni e Stati.

IN CARCERE A PALERMO
«Da bambino ho avuto una grande fortuna», racconta Dolci: «Ogni quindici giorni, fin dall'età di sei-sette anni, ricevevo in dono un libro da mio padre, che non aveva cultura perché era stato costretto a lavorare a 13 anni ma era un uomo molto intelligente». Quando finisce in carcere a Palermo, nel '56, il padre va a visitarlo all'Ucciardone: «Stava lì in piedi, dietro le sbarre, e mi guardava in silenzio sorridendo, senza una lacrima e senza un rimprovero. Mi ha abbracciato attraverso le sbarre come per dirmi "Bravo, così si fa"». A Danilo avevano revocato la "libertà vigilata" a causa della sua "spiccata capacità a delinquere". Un destino segnato fin da ragazzo: lo studio, le letture, ma anche la condivisione del lavoro dei contadini in Lombardia. «Verso i 15 anni ho capito che la vita non mi bastava più, volevo anche giocare a tennis e andare a nuotare: così ho cominciato ad alzarmi alle 4 di mattina».

DIGIUNO PER IL BIMBO MORTO DI FAME
Dopo una sosta a Nomadelfia, la comunità di ragazzi "rifiutati dalla società" e fondata sulla condivisione totale figlia dell'utopia cristiana di don Zeno, sacerdote rivoluzionario come don Milani, l'animatore della scuola dei poveri di Barbiana, nel '52 all'età di 28 anni Danilo Dolci sceglie la sua terra di missione: il villaggio siciliano di Trappeto, in provincia di Palermo, vicino a Partinico, la terra del bandito Salvatore Giuliano. Per il giovane Danilo, Trappeto è «il paese più misero che abbia mai visto». Contadini e pescatori sopravvivono a stento in condizioni da terzo mondo, sotto il giogo della mafia in combutta col potere civile e col clero. Per aiutare gli abitanti a ribellarsi serve il coraggio di una testimonianza estrema, quella di Dolci: che ha inaugurato in Italia la pratica dello sciopero della fame, un clamoroso digiuno ad oltranza sul letto di un bambino morto per mancanza di cibo. Non era un caso isolato: quasi 9 bimbi su 100, a Trappeto, rischiavano di morire di fame. «Quando ho visto le condizioni disperate di quel bambino - racconta Dolci in una splendida intervista concessa a Massimiliano Tarozzi - sono corso alla farmacia di Balestrate per cercare del latte da portargli, ma è stato inutile: è morto proprio davanti a me. Allora cominciai a digiunare. Non c'era un ragionamento preciso, non avevo ancora letto Gandhi, sapevo solo che non potevo accettare che esistesse un paese senza fognature e senza strade, dove anzi le fognature erano le strade stesse».

MIRACOLO IN SICILIA
Quel primo, storico digiuno è una bomba lanciata contro l'indifferenza generale. Dolci lo sperimenta senza calcolarne gli esiti: «Avevo iniziato a digiunare perché avrei avuto schifo di me a continuare a mangiare mentre gli altri morivano, e invece in quell'occasione mi sono accorto della forza di questo mezzo». La popolazione si scuote: un pescatore e un contadino, Paolino e Toni, giurano a Danilo che continueranno il digiuno al suo posto se lui cesserà di vivere. La casa del bambino morto di fame si riempie di gente, diventa la meta di un pellegrinaggio, e a una vecchia in lacrime Danilo risponde: «Non piangere, quando si semina il frumento bisogna essere contenti». L'Italia comincia a muoversi. Aldo Capitini, padre del movimento non-violento in Italia, si mette in contatto con Danilo. E da Milano, dove Dolci è già noto all'università per le sue poesie, si precipita a Trappeto un amico e collaboratore, Franco Alasia, che coinvolge subito la Regione Sicilia. «Se fossi stato un pescatore mi avrebbero lasciato morire - commenta Dolci - ma nel mio caso le autorità temevano uno scandalo, così venne da me un monsignore da parte del presidente della Regione e promise che Trappeto avrebbe avuto quello che chiedevamo: strade, fogne, acqua potabile. Promessa mantenuta in soli tre mesi, è stato un autentico shock».

SCIOPERO "ALLA ROVESCIA" CONTRO LA MAFIA
Il digiuno di Trappeto è solo l'inizio. Dolci si prepara a scuotere l'intera Sicilia, poi il governo italiano. Cerca di strappare i disoccupati alla piaga del banditismo, anima iniziative di riscatto sociale tra i contadini della valle dello Jato chiedendo una diga sul fiume per far crescere l'agricoltura togliendo alla mafia il monopolio del lavoro. Il 2 febbraio 1956 alla testa di centinaia di disoccupati marcia su Partinico, vicino a Palermo, per attuare il primo "sciopero alla rovescia", lavoro volontario per riaprire una "trazzera", tipica strada rurale siciliana, ormai impraticabile a causa delle negligenze statali. Incarcerato a Palermo, si difende invocando la Costituzione, che all'articolo 4 "riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro" e impone allo Stato di promuovere "le condizioni che rendano effettivo questo diritto". La sua forza sembra inarrestabile. Due anni dopo, ad Enna, trascina tremila braccianti in un altro "sciopero alla rovescia", iniziando i lavori per la costruzione di una diga. Per un altro sbarramento fluviale, a Partinico, nasce il "Sindacato dei 500", tanti sono i braccianti e i contadini cui serve l'acqua. E' già un successo, perché dà forza a una plebe rurale prima «atomizzata e completamente in balia di trenta persone comandate dal boss mafioso Frank Coppola». Viene eretta la diga e arriva il lavoro: «Oggi - spiega Dolci nel '95 - l'acqua a Partinico costa sei volte meno di quanto costava 15 anni fa».

LA CONQUISTA DELL'OBIEZIONE DI COSCIENZA
A Dolci, di indole anarchica, viene attribuito nel '58 il "Premio Stalin" per la pace. Risponde senza imbarazzi: «Non sono comunista, non ho mai visitato un metro quadrato di Urss, ma se questo premio vuole riconoscere un certo lavoro di sviluppo e di lotta non-violenta accetto e ringrazio». Il consistente ricavato viene interamente utilizzato per aprire il "Centro studi e iniziative per la piena occupazione" di Partinico, l'area da cui l'eroe ribelle comincia ad estendere la sua azione: nel novembre del '67 organizza una marcia per la pace in Vietnam portando a Roma anche una delegazione vietnamita e una rappresentanza di americani contrari alla guerra, e l'anno dopo guida la protesta dei superstiti del terremoto siciliano che il 15 gennaio '68 ha devastato la valle del Belice: dopo 10 giorni si cortei nella capitale Dolci chiede e ottiene per loro l'esonero dal servizio militare e il loro diritto di partecipare alla ricostruzione dei loro paesi. E' un traguardo storico: due anni dopo verrà approvata la legge generale sull'obiezione di coscienza in Italia.

LENIN E GANDHI, ATTENTI A QUEI DUE
Dalla protesta civile, superate le emergenze post-belliche dell'Italia più arretrata e incassata la vittoria sulla rinuncia al servizio militare, l'azione di Danilo Dolci si è trasferita sul terreno dell'educazione e più in generale della comunicazione, attraverso una riflessione basata sempre sul dialogo e la non-violenza ovvero il fermo rifiuto di ogni imposizione anche culturale, dalla critica all'attuale organizzazione scolastica fino alla condanna del sistema generale di trasmissione dei valori. Si dispiega così l'impegno totale di un intellettuale di razza, amante dei paradossi: «Pochi sanno quanto siano vicini Lenin e Gandhi», afferma Dolci, che spiega che il fondatore dell'Urss, poi tramutatasi in gigantesca macchina militare, «fu il primo al mondo ad istituire per legge l'obiezione di coscienza». Aggiunge il "Gandhi di Sicilia": «Lenin trovava violento che i contadini fossero poveri o disoccupati, la rivoluzione era dunque l'occasione per ristabilire degli equilibri». Cadute le ideologie, nel '95 Danilo Dolci scommette ancora sulla rivoluzione, naturalmente a modo suo: «Comunicare è creare le condizioni per cui tutti si possa collaborare a vivere. Questo è essere rivoluzionari. Con la violenza, invece, si è rivoluzionari solo a metà, perché per imporre la propria idea si uccide l'altro: e in questo c'è una menomazione, un'impotenza accertata». Non-violenza, dunque, ma senza trionfalismi: «Diffido di chi dice: verrà un giorno in cui il pesce grande non mangerà più il pesce piccolo. Conta, piuttosto, quanto e cosa si fa per il cambiamento».

SAN FRANCESCO MEGLIO DEL PAPA
Se "guerra" è "patologia sociale, nevrosi, incapacità di risolvere i problemi", cos'è la pace per l'apostolo italiano della non-violenza? «Pace è il riflesso dei problemi risolti. La persona sana cerca di capire il problema, e sa che la vita è risolvere problemi». E quanto conta essere religiosi per imparare a "risolvere i problemi" della vita? Dolci è critico con ogni istituzione, comprese quelle religiose. Si spiega: «Se il termine religiosità deriva da "religamen", connettersi, sono d'accordo. Se invece per religione si intende un sistema in cui i capi sono dei monopolisti della morale, allora non sono per niente d'accordo». Religiosità vera è quella di Francesco d'Assisi, con la sua straordinaria "crociata". Dolci lo spiega con una sorta di parabola storica: «Francesco va in Terra Santa, attraversa le linee e diventa amico del Sultano. Tutto questo, mentre Federico II di Svevia dice al Papa che lui le crociate non le avrebbe fatte. Il Papa, per tutta risposta, lo scomunica. Come Francesco, invece, Federico II col Sultano voleva collaborare: nei suoi ministeri aveva gente che parlava greco, latino, arabo, ebraico. Lui cercava di tenere tutti insieme».

L'AIUTO DEGLI INTELLETTUALI EUROPEI
L'originalità delle coraggiose battaglie di Dolci ha richiamato al suo fianco intellettuali e studiosi: dalla Sicilia al resto del mondo, accanto al solitario ribelle triestino si sono raccolti urbanisti, sociologi, artisti, filosofi ed economisti, tra i quali Ludovico Quaroni, Carlo Doglio, Bruno Zevi, Edoardo Caracciolo, Giovanni Michelucci, Lamberto Borghi, Paolo Sylos Labini, Sergio Steve, Giorgio Fuà, Giovanni Haussman, Carlo Levi, Georges Friedmann, Alfred Sauvy, senza contare Habermas, Freire, Rubbia, Galtung, Chomsky e Rita Levi Montalcini. Personalità culturali che hanno di fatto costretto i vari interlocutori a riconoscere il valore dell'esperienza di Dolci, sempre diffidente di ogni ufficialità istituzionale: meglio gli scambi diretti, le riviste indipendenti, i libri, i carteggi, e soprattutto il confronto continuo e "maieutico" con gli umili, i bambini della provincia povera. Meglio la "valorizzazione sociale", l'educazione permanente alla scoperta dei tesori racchiusi in ogni individuo.

LA SCUOLA IPOCRITA CHE CORROMPE
«Non ho mai avuto la tessera di un partito - confessa Dolci - perché ho sempre creduto nell'azione maieutica», quella della "levatrice" che aiuta a portare alla luce la verità, ovvero «la scienza-arte di interpretare e favorire dal profondo il crescere». Un metodo secondo Dolci da introdurre nella scuola, che invece non conosce i bambini: «La nascita per loro rappresenta un'interruzione di comunicazione con l'organismo della madre. I genitori devono insegnare ai bambini a comunicare con le creature: viceversa, il bambino cresce di statura ma si nanizza culturalmente e psichicamente. Questo è molto importante dal punto di vista educativo, ma le scuole non lo sanno». Dall'educazione alla politica: «Imparare ad esprimere il proprio potere personale è un bisogno pratico, intimo e creativo. Purificandosi, il potere si distingue dal dominio, l'abuso di potere che pretende di sottomettere l'altro». Il che vale anche per il sistema scolastico: «Trasmettere dati e tecniche non basta, serve il senso critico: se l'insegnante inculca, ammaestra o esamina, non cresce il dialogo della ricerca e nemmeno ci si conosce. Quando una scuola pretende di insegnare valori mentre praticamente li rinnega, invece di favorire in ognuno un coerente rapporto critico col mondo in cui viviamo, questa scuola corrompe, ammaestrando all'ipocrisia».

IL SUICIDIO DELLA NOSTRA CIVILTA'
Non doveva esser stato un allievo facile, il piccolo Danilo, che confessa: «Seguivo solo le lezioni che mi interessavano, per lo più leggevo sotto il banco opere letterarie». Aveva già addosso i fermenti del ribelle che alla scuola preferirà i "laboratori maieutici" e la cui fermezza gli detterà parole che sembrano sentenze profetiche: «Saper distinguere fra trasmettere e comunicare è operazione essenziale alla crescita democratica del mondo: la creatività di ognuno, se valorizzata comunitariamente, acquista un enorme potere ora in massima parte sprecato». Oppure: «Dare ordini o eseguirli fa parte dei sistemi di trasmissione: un rapporto esclusivamente unidirezionale (il dominio usualmente combinato col parassitismo) che produce lucro inquinando, paralizzando, confiscando. E chi è cronicamente passivizzato risulta depresso, è compromessa la sua capacità di vivere e non soltanto la sua. Adeguarsi all'ordine del dominio implica sia la responsabilità del dominatore che quella di chi si lascia dominare». Pessimistiche le conclusioni: «Sono strettamente correlati un certo dominio industriale-parossitico inquinante, l'inoculazione dottrinaria-pubblicitaria, il disastro ecologico, un falso o gretto comunicare mediante tecniche sofisticate, il disorientamento di tanti giovani, lo svanire di tante energie nella droga e nel sempre più frequente suicidio: nessuna società ha mai subito una così tragica frequenza di bambini e giovani suicidi. Disintegrare l'individualità comporta suicidi».

CRISTO NON HA MAI FATTO PROPAGANDA
E' fatta di paradigmi dialettici la scienza del pensatore pragmatico Danilo Dolci, considerato grande pedagogista anche se preferiva definirsi un semplice tecnico dell'"arte dell'educazione". Magari citando sant'Agostino quando dice: «Uno non può pensare invece di un altro, non può vivere invece di un altro». Sorride Dolci: «Come sarebbe diverso il mondo se quegli uomini che hanno fatto santo Agostino avessero capito veramente quello che diceva. E come sarebbero diverse le scuole! Non ci sarebbero più rapporti unidirezionali, non ci sarebbero più le lezioni frontali. Sapete che vuol dire "propaganda"? Vuol dire "trapiantarsi nell'altro", "mettere le radici nell'altro". Allora quando vedo delle persone che hanno un pastorale d'oro incastonato di pietre preziose che pretendono di "muovere il gregge" utilizzando un megafono, penso che questo non ha assolutamente niente a che vedere con il Cristianesimo. Cristo non ha mai fatto "propaganda"».

DENUNCIARE, MA ANCHE ANNUNCIARE
Alle soglie del terzo millennio, in piena era Internet e in mezzo a nuove, terribili solitudini, archiviata la fame antica di Partinico e Trappeto, le parole di Dolci sembrano più che mai attuali per provare a "immunizzarsi" dal virus del dominio: «Quanto meglio ciascuno è interpreto e valorizzato, tanto meno rischia di disperarsi. Questo rimarca la necessità di rapporti strutturali maieutici, dove si faccia emergere quanto di meglio pulsa in sé e negli altri». Utopia? «Saper concretare l'utopia - risponde Dolci - chiede, col denunciare, anche un annunciare». Un annunciare «capace di lottare e costruire frontiere che valorizzino ognuno: l'educazione è rivoluzionaria se si matura valorizzatrice, dunque maieutica».

 


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