Estremo saluto a Danilo Dolci

di Antonino Mangano


Cari Amici e Amiche

siamo qui in un momento di grande dolore, per rendere l'estremo saluto a una Persona cara, a una grande Mente e a un grande Cuore che ci vengono meno per sempre, ci vengono meno prematuramente.

Danilo - lo sappiamo tutti - è stato un santo, un uomo che ha scelto il sacrificio e la sofferenza come stile di vita; che ha scelto la povertà per poter donare, che ha donato senza nulla chiedere. Di fronte alla sua grandezza morale e intellettuale - vissuta sulle orme di Francesco d'Assisi e di Gandhi - non possiamo che esprimere riverenza, ben sapendo dei tesori di umanità che Egli ha profuso.

Oggi non è soltanto in lutto una Famiglia, né solo una comunità della Sicilia occidentale ove si crede che egli abbia esclusivamente operato. E' in lutto la cultura, la cultura internazionale nelle sue espressioni più elevate.

Abbiamo apprezzato e amato tutti quanti quest'Uomo. Un fascino misterioso si sprigionava dal suo essere: qualcosa che lo rendeva singolare nei rapporti con i suoi simili. Il "tu" generalizzato e reciproco, che Egli chiedeva e testimoniava, è segno della dignità che riconosceva all'essere umano, a prescindere dalle assurde gerarchie fondate sulle convenzioni. Questo "tu" è anche un programma di riscatto per tutti gli uomini, che Egli concepiva; un programma di conquista della dignità umana che Egli lascia in eredità all'immediato futuro. Non è questa un'utopia, perché Danilo era uomo d'azione e all'azione le sue idee si alimentano, nell'azione si convalidano.

A Partinico, a Trappeto, nella Sicilia occidentale, nell'Occidente opulento o nel cosiddetto Terzo Mondo, Egli ha testimoniato la Sua dedizione per gli umili, ha dato voce a coloro che voce non avevano, ha visto nei "banditi", nei poveri, nei disoccupati, nei ragazzi esclusi dall'istruzione, nei deboli, negli "ultimi", le vittime dell'ingiustizia e dell'egoismo sociale più abietto, il segno della violazione dei diritti umani più irrinunciabili, la conseguenza dello strapotere, del dominio dell'uomo sull'uomo.

Per gli umili e per gli "ultimi" Danilo ha scritto i suoi libri, ha promosso e fondato scuole sperimentali, ha istituito il Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione, ha dato vita a seminari in tutto il mondo per risvegliare le coscienze. Non c'è bisogno di sottolineare, io credo, il significato di questo programma, interagente e coerente col primo, per la regressione della violenza, per la Pace nel mondo, per un nuovo assetto della vita sulla faccia della Terra.

Danilo viene considerato un apostolo del pacifismo e della nonviolenza: due aspetti del suo modo di vivere e di pensare che vengono spesso confusi. Il suo impegno globale viene identificato da alcuni con la lotta alla mafia. E' vero che una parte dell'impegno di Danilo è stata profusa contro la violenza mafiosa. Danilo fu infatti, come sappiamo, il primo in Italia a scoprire e documentare , con anticipo di decenni, il connubio mafia-politica; fu il primo a denunciare con coraggio, tempestivamente, quel connubio, che però rimase pervicacemente occultato dai dominatori di allora e procurò fra l'altro a Danilo e Collaboratori delle condanne ad opera della Magistratura. In Italia si tarda ancora a riconoscerGli i meriti di tale scoperta e di tale denuncia. Ma questo settore di lotta, così rischiosa e così essenziale, così efficace per molti versi, è solo un aspetto dell'azione nonviolenta perseguita da Danilo: Egli ha visto acutamente la piovra in azione laddove pochi ancora riescono a riconoscerla.

La più grande violenza, per Danilo, sta nel controllo delle menti, nella trasmissione scolastica e mass-mediologica, nella omologazione culturale dei popoli della Terra alla cultura dell'Occidente, nel liberalismo economico senza limiti e negli squilibri che esso produce, nella violenza alla natura. La violenza manifesta e illegale della mafia è ancora rudimentale, per Danilo, rispetto a quella legalizzata, tecnicamente agguerrita, subdola, che viene esercitata dai gruppi dominanti. Danilo non si limita all'analisi e alla denuncia di questi mali; traccia con lucidità gli aspetti positivi e costruttivi del suo pensiero, che si avvalgono anche e soprattutto di educazione.

Pure in questo caso, mi sembra, il programma che Danilo lascia in consegna alla società del Terzo Millennio è di enorme portata.

Abbiamo letto ieri gli stereotipi che rimbalzano sulla stampa, da una parte e dall'altra. Danilo viene considerato il Gandhi della Sicilia, la sua opera viene circoscritta alla lotta politica per il Sud, alle forme di pressione esercitate sui poteri pubblici, ai digiuni. Si dice che a cominciare dagli anni settanta la sua bandiera cessa di sventolare. Tutto questo ignora la reale portata dell'eredità culturale lasciata da Danilo.

I riconoscimenti più ampi Egli li ha avuti all'estero. Voglio solo ricordare il Premio Socrate di Stoccolma, il Premio Lenin conferitoGli dalla Russia di Kruscev, il Premio Gandhi dall'India, ricevuto pochi anni fa.

Egli è stato in rapporto con i vertici della Cultura mondiale, nella seconda metà del nostro secolo: dal linguista nordamericano Noam Chomsky al filosofo tedesco Jurgen Habermas; dall'educatore brasiliano Paulo Freire, più volte presente al Centro di Trappeto, agli psicologi Jean Piaget ed Enrich Fromm, per nominare solo alcuni. In Italia Danilo ha avuto la collaborazione di Premi Nobel come Carlo Rubbia e Rita Levi Montalcini, di scrittori e poeti di primo piano come Carlo Levi e Mario Luzi, di architetti come Bruno Zevi, di economisti come Paolo Sylos Labini. Nel 1996 l'Università di Bologna (la prestigiosa Università di Bologna, la prima a sorgere nel Mondo) gli conferì la laurea honoris causa in Scienze dell'Educazione.

L'ultimo viaggio internazionale di Danilo, nel dicembre del 1996 (dopo di che ...la malattia), ha avuto come meta la Cina, per scambi culturali richiesti da quel Paese

Le opere che Egli ha scritto negli anni ottanta e novanta sono dei monumenti dell'ingegno umano, che perseguono dei valori e prefigurano dei cambiamenti antropologici, di cui l'umanità ha bisogno per la sua sopravvivenza.

Si dice che Egli è stato un sociologo, un letterato. Certo, Egli è stato, profondamente, anche questo. Ma al di là di tutto Egli è stato un educatore, un uomo interessato alla promozione umana, al riscatto degli uomini come dicevo prima, alla comunicazione e all'interazione nonviolenta fra gli individui e i popoli, come via per una nuova convivenza sul Pianeta. L'azione poetica e letteraria, elevatissima, l'indagine sociologica originale e accurata, la lotta nonviolenta in politica, ruotano tutte attorno a un nucleo profondo, che è l'impegno per il riscatto dell'uomo, la lotta all'ingiustizia, allo strapotere e al dominio nelle sue varie forme: impegno e lotta perseguiti, prima di tutto, tramite l'educazione, la maturazione della consapevolezza e della competenza cooperativo-progettuale in cui la corretta educazione consiste.

Sulla base del suo metodo educativo, Danilo è pervenuto in proprio al concetto dell'interdipendenza fra individui e popoli, alla nozione di co-evoluzione nell'ambito della crescita umana, in ciò andando oltre Tolstoj e Gandhi.

Queste posizioni di Danilo - raggiunte in proprio, ripeto e testimoniate anche dalla complessità della sua persona - sono convergenti con i cambiamenti profondi , i cambiamenti di "paradigma" verificatisi nella scienza durante il nostro secolo: cambiamenti che approdano alla dipendenza reciproca o interdipendenza fra le cose, al rapporto simbiotico quale legge dell'evoluzione.

Per questo i teorici della complessità, rappresentanti della scienza più avanzata, avevano recentemente instaurato rapporti di collaborazione con Danilo. Uno di loro, Ervin Laszlo, scrive che il metodo strutturale maieutico, il metodo messo a punto da Danilo, è essenziale per "riscoprire la nostra umanità, la nostra identità e il nostro ruolo". E questo, in un'epoca di cambiamenti decisivi per le sorti dell'umanità, ancora per Laszlo, "è vitale per tutti noi".

 

Non mi soffermo su altri aspetti del pensiero e dell'opera di questo Combattente disarmato, di questo grande della nuova umanità.

Non possiamo che piangerne la prematura scomparsa, ma abbiamo il dovere di impegnarci tutti perché nessun documento , diciamo nessun foglio di carta del Centro studi in cui Danilo ha operato, vada disperso: Dobbiamo conservare, per gli studiosi presenti e futuri, i documenti puntuali di ciò che Danilo ha fatto e pensato.

Alla famiglia intanto, alle persone più care, ai cittadini di Partinico, di Trappeto e dei paesi viciniori, vada l'espressione del più vivo cordoglio.

Trappeto, 1 gennaio 1998 Nino Mangano

 

  

Danilo Dolci

Ringrazio il Sindaco di Partinico, dott.ssa Gigia Cannizzo, nonché gli Amici dell'Associazione per lo Sviluppo Creativo, Collaboratori ed Estimatori che intendono raccogliere l'eredità spirituale di Danilo Dolci e dare un seguito al suo lavoro: li ringrazio per avermi proposto e consentito questo doveroso intervento.

So bene di non poter parlare in modo esauriente di una personalità complessa e benemerita come quella di Danilo, simbolo - a me pare - della ribellione contro una civiltà che ha certo i suoi meriti, ma che in gran parte ancora presume di trovarsi all'apice dello sviluppo umano di tutte le epoche e di tutti i popoli. Tale civiltà come sappiamo, dopo aver scoperto contemporaneamente la via dell'opulenza e i mezzi dell'auto-annientamento, sembra correre rapida verso il suicidio. E' in tale contesto che vuole collocarsi il mio breve intervento, con attenzione al futuro, ad alcune possibili prospettive dell'eredità di Danilo.

Se dovessi esprimere in poche parole quello che mi sembra il tratto unitario del comportamento, del pensiero, degli atti di quest'Uomo singolare, direi che egli ha vissuto controcorrente, ed è in quest'ottica che ha intuito l'urgenza di un cambiamento di rotta contro i vuoti di umanità, i settorialismi egocentrici, gli errori che potrebbero riuscire fatali, del mondo moderno.

Mi sembra che Danilo esprima nella sua stessa personalità quella visione complessa, simbiotica, interattiva del reale, che caratterizza l'evoluzione scientifica più avanzata del nostro secolo, e che va sotto il nome di scienza della complessità

Quale identità possiamo infatti attribuire a Danilo dal punto di vista culturale? Egli è stato, come abbiamo letto in questi trenta giorni dalla scomparsa, un sociologo? Un sociologo che documentava le storture sociali, che rifiutava con tutte le sue forze l'ingiustizia, la disoccupazione, la miseria delle moltitudini, stigmatizzando l'oppressione esercitata dai pochi nell'Occidente opulento, nel Terzo e nel Quarto Mondo?

Danilo è stato uno scrittore e un poeta che ha messo la sua penna, la sua voce, i suoi sonni al servizio di un ideale? uno scrittore il quale ha pensato che scrivere ha un senso soprattutto per dar voce agli umili, agli oppressi, a coloro che non riescono a parlare, e si chiudono, si raggomitolano nell'accettazione impotente e fatalistica dei soprusi?

E' stato un educatore il quale ha capito che la dignità umana non c'è ma si conquista, che l'uomo non è libero per natura o in vitù degli ordinamenti giuridici, ma diventa libero, e lo diventa solo se la società lo aiuta, vuole e sa aiutarlo?; un educatore il quale ritiene che il potere più alto dell'uomo non sta nella facoltà di esprimere un voto al momento delle elezioni , ma nella capacità di pensare, di apprendere e continuare ad apprendere per tutta la vita, di poter scegliere e progettare, di poter comunicare e cooperare?

Danilo - sono ancora delle domande che mi pongo e che pongo - è stato un combattente nonviolento, proteso contro la violenza non solo della lupara, ma anche quella del capitale, della occidentalizzazione del mondo od omologazione di esso alla cultura dell'Occidente, la violenza del piccolo schermo, perfino la violenza meno sospettata dell'etero-conduzione mentale o violenza della cattedra?

Vi è difficoltà ad identificare la personalità spirituale , la statura culturale di Danilo, con una di tali dimensioni, come è accaduto nei trenta giorni trascorsi, e come continua ad accadere. Danilo non è né sociologo, né scrittore e poeta, né educatore, né l'assertore dell'azione nonviolenta o il combattente per la liberazione umana, ma è, in un certo senso, tutte queste cose insieme, ed è ancora altro. E' ad esempio l'uomo che non lavora solo a tavolino, ma scende sul campo, a contatto con la realtà sofferente: che combatte con la gente sulla spiaggia contro la mafia del mare (i pescatori di frodo), digiuna nelle case della gente che muore per fame, studia la disperazione umana nei quartieri miseri di Partinico o di Palermo, impegna - assieme alla gente - i poteri pubblici nella costruzione delle dighe che devono render fertile la terra, dar lavoro ai disoccupati e avviare lo sviluppo; offre asilo ai figli dei carcerati e dei senza-voce, studia con la gente le condizioni idonee ad istruire questi figli, progetta le riforme della scuola per istruirli davvero, comunica con la gente nei seminari - in Sicilia in Europa, nei cinque continenti - ove non "insegna", ma apprende da tutti.

La realtà con cui Danilo e i suoi Amici immediati hanno a che fare è complessa, pluri-articolata, pluri-dimensionale, e Danilo non può essere soltanto sociologo, nè solo educatore o scrittore o combattente per i diritti inviolabili dell'uomo. E' stato detto per questo, giustamente, che le campagne nonviolente di Danilo, fin dagli anni 50, configuravano, in modo originale, la prosecuzione della Resistenza: una Resistenza senza sparare, come si è detto.

Ma sta qui l'Uomo nuovo, la Personalità creativa ed originale, l'attività controcorrente di cui dicevo, che il mondo ha apprezzato e non cessa di apprezzare. Sta in questa pluralità di funzioni e competenze diverse, sviluppate in sommo grado, in queste dimensioni non isolate l'una dall'altra ma raccordate inter-attivamente da un compito; sta anche qui la proiezione nel futuro della personalità di Danilo, sta il suo esser già fuori, in un certo senso, il suo andar oltre i "paradigmi" della cultura, diciamo, "moderna", che separa, scinde, atomizza la realtà, separa scinde e atomizza le competenze umane, le strutture sociali, le discipline scientifiche: una cultura quindi, quella moderna appunto, che specializza e semplifica, che insegue la conoscenza delle parti, perdendo di vista l'insieme. Danilo è fuori, per molti versi, da questo tipo di cultura e in ciò sta buona parte del fascino della sua personalità.

E' questa, ripeto, la collocazione del pensare e dell'agire di Danilo nell'ottica della complessità; è la collocazione del pensare e dell'agire nella "rete della vita", nei "rapporti a trame".

Vorrei dire ancora che Danilo rifiuta la pretesa etnocentrica di qualsiasi cultura, tra cui la tendenza alla occidentalizzazione del mondo, come un'altra delle vie per cui si aggredisce la vita, si compromette la pace.

In merito alle scelte esistenziali di Danilo e al loro valore innovativo per la comunità planetaria del Terzo Millennio, una riflessione essenziale ci viene suggerita dalla casa in cui Danilo ha abitato e dal desiderio da lui espresso, nel testamento, di essere sepolto al Borgo di Trappeto: quella casa che giustamente l'Associazione per lo Sviluppo Creativo pensa di destinare a museo.

Cosa ha, di particolare, la casa di Danilo? quali aspetti della sua personalità contribuisce a rivelarci? Anche in questo caso Danilo si appalesa un contemporaneo che vive proiettato nel futuro, un uomo di cultura attento ai rapporti, ai contesti esistenziali della vita: contesti che non possono risultare ignorati senza produrre e ricevere violenza.

Una delle presunte conquiste della società industriale è senza dubbio l'urbanesimo, "l'omile" rappresentato dalla città, come Danilo si esprime. L'urbanesimo presenta certo dei vantaggi, per alcuni servizi che offre, ma tronca in gran parte i rapporti: i rapporti essenziali dell'uomo con l'uomo e i rapporti dell'uomo con la natura. Gli uni e gli altri sono stati, in centinaia di millenni, tanta parte dell'evoluzione umana, e sono sempre, come Danilo ritiene, tanta parte dello sviluppo maieutico del singolo e delle comunità. Allorché tali rapporti vengono ignorati, si incorre nella violenza e nei suoi effetti perversi sulla salute e sulla crescita dell'uomo.

Non è senza senso, inoltre, l'osservazione anche fugace degli oggetti che ornano la casa di Danilo. Anche essi rivelano il rispetto e l'amore di Danilo per la natura, ma rivelano ancor più il suo rispetto e l'amore per gli uomini, per le diverse culture che ancora esistono sulla Terra, e che la presunzione etnocentrica dell'Occidente si appresterebbe ad omologare e a distruggere, nell'abbaglio di una presunta superiorità tecnico-culturale di questa parte del mondo. Quegli oggetti contribuiscono a spiegare anche la ragione per cui Danilo ha scelto di vivere nella Sicilia occidentale.

Nei viaggi frequentissimi che egli compiva in ogni parte del mondo non rimaneva attratto dagli aspetti apparentemente esaltanti della cultura occidentale (che tuttavia non sottovalutava), non dagli splendori urbanistici di New York o di altre megalopoli, ma dalla cultura, dalle culture dei popoli, dalle diversità culturali che riteneva essenziali per affrontare i mali presenti dell'umanità, per promuovere in direzione umana l'evoluzione della stessa cultura dell'Occidente. Affascinato dalle culture con cui si trovava a contatto, egli portava con sé un segno, una testimonianza della cultura materiale, della produzione artistica dei popoli, in qualunque parte della Terra essi si trovassero.

Dicevo prima che ciò contribuisce a spiegare le ragioni per cui egli scelse di vivere nella Sicilia occidentale. Le donne, i contadini, i pescatori, i "banditi" di questa terra - i semplici di qualsiasi parte del mondo - lungi dall'essere uomini senza cultura, come in una riduttiva visione monoculturale si voleva far credere, i semplici erano le persone a cui Danilo costantemente si apriva, erano dei "maestri" dai quali in permanenza apprendeva. Una delle opere forse più curate, via via rielaborate, tra gli scritti di Danilo, è Gente semplice, che raccoglie i discorsi di personaggi come Santuzza, Zu Vincenzo, Zu Peppino u pecuraru, Ugo il fungarolo della Sila; i discorsi di pescatori, di potatori di ulivi, assieme ad altri degli esponenti più eccelsi della cultura internazionale.

Danilo era uno dei semplici, come "semplice" è la sua casa, i suoi arredi, i suoi ornamenti.

Il messaggio che deriva da questa devozione per i semplici e per le diverse culture, è elevatissimo. Oserei dire che è un messaggio di salvezza per l'umanità, il messaggio dell'azione nonviolenta di cui l'umanità ha bisogno per sopravvivere. Tale messaggio si condensa- come dicevo l'altra volta- nel "tu" generalizzato, universale, che Danilo chiedeva e testimoniava: un programma proteso appunto nel futuro, come programma di sviluppo, di conquista di libertà e dignità per l'uomo in quanto tale.

Mi sembra che Danilo combatta chiaramente un mondo che si va polarizzando progressivamente in ricchi che divengono sempre più ricchi e poveri che divengono sempre più poveri.

In una società che vive all'insegna dell'economia disgiunta dall'etica, che aspira alla ricchezza materiale confusa con la dignità e i bisogni più alti , che identifica l' essere con l'avere , come molto spesso e giustamente si dice, in una civiltà economicistica come la nostra, Danilo sceglie la povertà, si schiera dalla parte degli umili e dei diseredati, testimonia col suo pensiero e con la sua opera che la ricchezza non si esaurisce nei beni materiali perseguiti con fine a sé, non coincide col capitale che cresce a dismisura, mentre a dismisura dall'altra parte, come conseguenza, cresce la povertà

Con questi squilibri progressivi e oppressivi, oltremodo violenti, che l'economicismo produce, la civiltà del Terzo Millennio deve fare - a me sembra - urgentemente i conti. Da tante parti ormai si comprende che l'avere è uno strumento dell'essere; che i beni economici - senza essere sottovalutati - devono giovare ad altro tipo di ricchezza. quella dei poteri e delle capacità degli uomini, di tutti gli uomini; si capisce che gli uomini, tutti gli uomini, devono disporre per diritto di un minimo di ricchezza economica per svilupparsi compiutamente come uomini. E' questo un concetto diverso di sviluppo, nuovo rispetto a quello esclusivamente economicistico e tecnico-scientifico concepito dalla Modernità. Il pensiero sociale cattolico da tempo chiarisce, fra l'altro, che lo sviluppo complessivamente inteso, quello che qui si è cercato di delineare, è il nuovo nome della pace

In tale logica Danilo e i suoi collaboratori fondano fin dagli anni '50 - ed è la prima volta in Italia che ciò avviene - il Centro Studi e Iniziative per la Piena Occupazione. Essi operano in questa direzione per promuovere, nella Sicilia occidentale, uno sviluppo che non può essere umano se non è, anche, economico e produttivo.

Non vi è chi non veda l'attualità di questo principio, per l'intero Pianeta, fra l'altro in un momento che vede l'occupazione come un'emergenza primaria, sia nell'Occidente che nel Terzo e nel Quarto Mondo. Mentre il lavoro si industrializza e viene fatto in gran parte dalle macchine, non è possibile che il lavoro stesso venga localizzato in poche aree della superficie della Terra e che i profitti, i benefici del processo produttivo, restino monopolio di pochi, mentre altri languono nella miseria materiale e spirituale. Si sa pure che coloro i quali dispongono della ricchezza in senso economico non per questo accedono alla ricchezza nel senso umano del termine: se è vero come è vero che della insoddisfazione esistenziale, della dipendenza e tossicodipendenza non sono immuni i ceti sociali più abbienti.

Da questo punto di vista, l'eredità lasciata da Danilo al Terzo Millennio è immensa: tocca appunto lo sviluppo, la sostenibilità etico-sociale, e non solo ecologica, del cosiddetto progresso; ha a che fare con la pace su un Pianeta estremamente vulnerabile.

Voglio soffermarmi infine sull'impegno educativo di Danilo, che non è a sè stante, ma collegato col resto, con quanto già detto.

Danilo riuniva i contadini, i pescatori, gli umili, perchè studiassero insieme, senza violenza, come uscire dal loro stato, perché insieme progettassero il loro sviluppo, accedessero alla dignità di uomini come ad una conquista, richiedessero agli enti pubblici responsabili il rispetto dei diritti umani, primi fra tutti il diritto alla vita e alla vera istruzione.

C'è in questo un concetto nuovo di educazione e di promozione dello sviluppo. Non si può attendere che lo sviluppo arrivi dall'alto, "piova dalle nuvole". L'attesa passiva degli interventi dall'alto suscita invece corruzione e disimpegno , "malattia" nei poteri pubblici; provoca connubio fra mafia, politica e finanza; svuota la democrazia in processi burocratico-formali privi di sostanza; si trasforma in dominio, sfruttamento delle moltitudini da parte di minoranze. Vera educazione e vera politica si compenetrano e circolarmente si rafforzano, si autenticano.

La progettazione dello sviluppo da parte dei contadini e dei pescatori, la lotta agli sprechi, la coscienza dei diritti e delle forme subdole o palesi di oppressione che ne ostacolano l'esercizio, l'importanza dell'unione e della pressione nonviolenta, e così via, sono invece aspetti dell'educazione dell'adulto che la società deve ancora scoprire. Le associazioni culturali, le cooperative, le organizzazioni comunitarie in qualsiasi parte della Terra hanno molto, talora forse tutto, da fare in questa direzione.

Ma l'educazione non è solo degli adulti. Anche per i bambini, i fanciulli, i preadolescenti, e così via, Danilo pensò, assieme alla gente, ad una scuola sperimentale, quella che sorge a Mirto, e che ha bisogno di funzionare davvero, secondo lo spirito col quale fu originariamente concepita. Quella scuola vuole stabilire, ad esempio, un rapporto con la natura, non certo e non solo per respirare aria salubre. C'è una forma di salubrità dell'apprendimento che nasce dall'esperienza, dalla ricerca, e questi sono aspetti dell'educazione che vanno scoperti e praticati.

La concezione maieutica di Danilo esprime il senso della crescita umana come crescita che avviene per bisogno e impulso interiore; denota la nozione dei rapporti di reciprocità e interdipendenza fra individui, fra comunità, fra culture, fra uomo e natura. Che la realtà non sia fatta di elementi semplici, isolati e a sé stanti, come per secoli ha pensato la scienza moderna, è un concetto che profondamente informa il rapporto maieutico: si cresce nella reciprocità, nella comunicazione, nella cooperazione. Si cresce insieme.

Qualcuno ha detto che Danilo è antesignano di Mani pulite. Vorrei aggiungere che egli è anche

antesignano di un nuovo modo di vivere e di convivere, un nuovo modo di crescere, di rispettare e ascoltare l'altro da sè, un nuovo modo di pensare.

30 gennaio 1998 Nino Mangano


 

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