A due anni dalla scomparsa di Dolci
L'eredità di Danilo: nonviolenza, utopia, progetto


di Giuseppe Barone

("Azione nonviolenta", anno XXXVI, n. 12, dicembre 1999)


È stato triste, per quanti hanno avuto l'opportunità di collaborare con Danilo Dolci, particolarmente negli ultimi anni del suo straordinario percorso intellettuale e umano, leggerne sulla stampa, nella dolorosa occasione della scomparsa, un ritratto assolutamente irriconoscibile.
I giornali, salvo poche importanti eccezioni, hanno descritto un intellettuale stanco e deluso, "appartato nella sua casa a Trappeto", un isolato costretto a lavorare "a lume di candela, perché non era più riuscito a pagare la bolletta", "una bandiera che da tempo aveva cessato di sventolare".
È legittimo - ovviamente - avere opinioni diverse sul significato e sugli esiti dell'opera di Danilo Dolci, ma è inaccettabile mistificare la realtà in questi termini. Tutt'altro che "autoconfinatosi nel paese di Partinico", Dolci viaggiava moltissimo in Italia e ancor più all'estero. Presso scuole e associazioni hanno lavorato con lui migliaia e migliaia tra studenti, docenti, persone d'ogni tipo interessate alle sue proposte. Ricordo suoi recenti viaggi in India, in Cina, negli Stati Uniti, in Canada, nell'America Latina, invitato da università, gruppi, centri, riviste. Ogni anno, fino alla sua morte, si è tenuto un seminario di collaboratori provenienti da ogni parte d'Italia e dall'estero. Numerosissimi i riconoscimenti assegnatigli, e tra questi il Premio Gandhi in India nel 1989 e la laurea honoris causa in Scienze dell'Educazione dell'Università di Bologna nel 1996.
Tutt'altro che "scettico sulle possibilità di cambiamento", Dolci continuava a dedicare la vita ad analizzare la crisi dei nostri tempi e a cercare possibili alternative, pure consapevole della difficoltà di questo tentativo. Numerosi libri, in buona misura ancora tutti da indagare, lo documentano in maniera puntuale.
Ancora pochi giorni prima di morire, anche se gravemente provato nel fisico, meditava nuove iniziative e inviava appunti ai collaboratori.
È vero: non utilizzava più i mezzi "clamorosi" degli anni Cinquanta e Sessanta, ma solo perché non li riteneva utili, idonei al nuovo impegno, prevalentemente educativo. Altra era l'urgenza dettata dal degrado estremo delle condizioni di vita nella Sicilia del secondo dopoguerra, dai pescatori e dai contadini che - letteralmente - morivano di fame. Il titolo di uno dei primi volumi, pubblicato nel 1953 dall'editore De Silva, è fin troppo esplicito: Fate presto (e bene) perché si muore. Il lavoro più recente, non meno importante, richiedeva strumenti diversi, meno "spettacolari", poco adatti probabilmente alle prime pagine dei giornali.
Nessuno si è chiesto come mai il 31 dicembre 1997, ultimo giorno dell'anno, giungevano a Trappeto da ogni parte del paese, per tributargli un estremo saluto, migliaia di persone che lo conoscevano, lo leggevano, avevano lavorato con lui, curandosi poco del silenzio cui l'aveva condannato il mondo della cultura e dell'informazione "ufficiali" (non tutto, certo, ma quasi), forse per il suo essere figura scomoda, fuori dagli schemi, non asservita a nessun interesse; o forse perché il senso del suo lavoro non si poteva riassumere in trenta secondi di intervista televisiva o in dieci righe di quotidiano.
Credo sarebbe utilissimo cercare di spezzare il disinteresse colpevole che ha riguardato l'opera di Danilo Dolci dagli anni Settanta in poi.

In numerose occasioni è stata evidenziata la componente utopistica del lavoro di Danilo Dolci e non è mia intenzione negare la forza con la quale il suo sguardo si orientava verso il futuro. Mi pare essenziale, tuttavia, qualche puntualizzazione. In che senso e con quali limiti possiamo definire Dolci un utopista? E, prima ancora: di quale utopia stiamo parlando?
Un conto è, infatti, la sacrosanta diffidenza nei confronti di ideologie palingenetiche, che pretendano di edificare dal nulla mondi nuovi e perfetti, salvo poi generare nelle loro incarnazioni storiche regimi totalitari e sanguinari; un altro la resa incondizionata all'idea che la storia sia finita, che non vi sia spazio per alcuna innovazione, equivocando per leggi eterne e universali meri accidenti dell'epoca attuale.
Il rischio, insomma, è quello di bollare come utopistica qualsiasi proposta di cambiamento dello status quo, qualsiasi atteggiamento che non sia di remissiva accettazione dell'ineluttabilità delle umane cose, qualsiasi voce fornita di un accento personale che provi a distinguersi dal brusio di fondo, evitando di entrare nel merito delle proposte e delle argomentazioni.
Non era forse utopistico anche solo immaginare nell'Italia e nella Sicilia del secondo dopoguerra di poter impegnare una battaglia contro la mafia e i politici ad essa organici con le armi della nonviolenza, appellandosi al senso civico e alla volontà di riscatto dei cittadini? E non era utopistico scommettere sulla rinascita civile, democratica ed economica di una delle aree più povere e arretrate del paese e dell'intero Occidente, favorendo lo sviluppo della cultura cooperativa?
Nel 1956, il pubblico ministero di uno dei numerosi processi subiti da Dolci aveva parlato di "fanatismo mistico".
Pochi anni dopo, molti benpensanti, combattuti tra il fastidio e la derisione, pontificavano: "Non si costruiscono dighe con i digiuni", mentre il Centro Studi e Iniziative avviava la lunga e complessa battaglia per la costruzione della diga sul fiume Jato, per dare a tutti "acqua democratica". Quella diga, come noto, è stata edificata, con i digiuni, la mobilitazione popolare, il coinvolgimento di migliaia e migliaia di cittadini, consentendo uno sviluppo economico che nessuno avrebbe potuto prevedere e strappando dalle mani dei mafiosi il monopolio della scarsa acqua prima disponibile.
Quando Franco Marcoaldi gli chiede se si ritenga un utopista, Dolci risponde: "Sono uno che cerca di tradurre l'utopia in progetto. Non mi domando se è facile o difficile, ma se è necessario o no. E quando una cosa è necessaria, magari occorreranno molta fatica e molto tempo, ma sarà realizzata. Così come realizzammo la diga di Jato, per la semplicissima ragione che la gente di qui voleva l'acqua".
Individuare modalità concrete affinché il sogno possa farsi progetto: mi pare questa una possibile chiave di lettura della vita e dell'opera di Danilo Dolci.
Alla base di questo sforzo non un vago impeto volontaristico, ma un serio, continuo, approfondito lavoro di ricerca. Nessuna delle grandi battaglie di Dolci è figlia dell'improvvisazione. Non sono un caso le ricerche condotte con metodo sociologico, l'accurata raccolta di documentazione antimafia, il modo scientifico di affrontare la lettura dei problemi, il coinvolgimento nella stesura dei progetti di grandi esperti italiani e mondiali delle discipline più diverse.
È senz'altro inusuale, e nel contempo molto significativo, il numero di uomini di scienza che, in tempi diversi, hanno collaborato con Danilo Dolci. Tra i tanti voglio ricordare i nomi di Lucio Lombardo Radice, Jean Piaget, Rita Levi Montalcini, Carlo Rubbia, Giuliano Toraldo di Francia, Luca Cavalli Sforza.
Riferendosi al Dolci scrittore, ma esprimendo un giudizio che credo possa avere una valenza più generale, Cesare Zavattini ha scritto: "La poesia è in atto già nei fatti e nella vita di Danilo. È il solo della nostra generazione che ha saputo ridurre al minimo la terra di nessuno esistente tra la vita e la letteratura".
Dolci ha sempre attribuito molta importanza alle parole, al loro significato, all'uso che ne facciamo. Allora, se proprio di utopia vogliamo parlare, quella di Dolci non è mai stata - per riferirci alla disputa ancora aperta sull'origine del vocabolo - sogno di un luogo che non esiste e non può esistere, vagheggiamento di un mondo impossibile, ma ricerca - costante, attiva, intensa - di una possibile utopia, di un mondo migliore, alla cui realizzazione tutti possiamo - dovremmo - aspirare e partecipare.
Senza mai trovare rifugio nell'astrazione, l'intera sua opera - sociale, politica, poetica, educativa - è stata vigorosamente orientata alla concretezza.

Nel corso degli anni, la riflessione di Danilo Dolci è andata via via approfondendosi. I temi della sua elaborazione più recente sono stati la distinzione tra trasmettere e comunicare e tra potere e dominio, la critica della Modernità, l'allarme rispetto alle società contemporanee i cui cittadini sono considerati - e trattati - come massa, lo studio delle caratteristiche e delle potenzialità della struttura maieutica, la critica della cosiddetta "comunicazione di massa" che, come dimostra efficacemente Dolci, non esiste. Un'analisi assolutamente coerente, ma anche complessa, articolata, approfondita; originale nel suo insieme, ma che trova - mi pare - copiosi echi e riferimenti in importanti autori contemporanei. Tra i tanti che potremmo enumerare, mi sembrano evidenti i punti di contatto con le opere di Habermas, Gadamer, Capitini, Chomsky, Erikson, Mumford, Bloch, Arendt, Jaspers, Prigogine, Laszlo.
In nessun momento, però, malgrado l'ampliarsi della ricerca, Dolci ha smesso di guardarsi intorno e operare nei più diversi ambiti ai quali si è di volta in volta rapportato. Prima che per altri diventasse uno slogan, Dolci ha saputo pensare globalmente, agire localmente. Peraltro, mi pare, che mirare a obiettivi non immediati, più ardui - pure provvisori, in continuo divenire - sia essenziale per non smarrire il senso della direzione del nostro agire. Affinché i nostri atti non si risolvano in un insieme caotico di gesti, le nostre iniziative non ci risultino un puro agitarsi senza prospettive.
Se tutti concordiamo nel denunciare i rischi determinati dalla massificazione, dall'omologazione, dall'appiattimento di coscienze e culture, nel riconoscere la necessità di salvaguardare quello straordinario patrimonio dell'umanità costituito dalle nostre differenze, bisognerà pur sforzarsi di individuare degli strumenti, delle strade. La denuncia - certo - è importante, ma non risolve. "Non basta dire solo no", risponde Dolci a un giornalista che gli chiede un giudizio sul valore dell'obiezione di coscienza. "Ciò che è essenziale è produrre alternative. Il lavoro preventivo è un lavoro per la salute; dire solo di no è intervenire già nella malattia, nella nevrosi". Non ci occorrono formule magiche o verità rivelate, ma la capacità di ricercare delle ipotesi e di verificarle. Dolci ha sempre sottolineato che il suo lavoro iniziava un percorso, non lo concludeva.

Sin dal suo arrivo, nel 1952, nelle poverissime terre della Sicilia occidentale, Dolci non si atteggia a detentore di verità, non si presenta come un guru venuto a dispensare ricette, a insegnare come e cosa pensare. È convinto che le forze necessarie al cambiamento si possano trovare nelle persone più avvertite del luogo; che non vi possa essere alcun riscatto che non muova da una presa di coscienza dei diretti interessati. Sa quanto sia essenziale, per la riuscita di un'impresa, che ciascuno la senta propria: i progetti migliori, sulla carta più efficaci, falliscono se, calati dall'alto, sono avvertiti estranei, ostili. Per questo il metodo maieutico non è un dettaglio, un accidente o, peggio, una scelta eccentrica: è necessario alla riuscita di un programma come quello di Dolci veramente rivoluzionario e nonviolento. "Un cambiamento", sostiene Dolci, "non avviene senza forze nuove, ma queste non nascono e non crescono se la gente non si sveglia a riconoscere i propri interessi e i propri bisogni".
Alcuni bellissimi libri documentano le riunioni dei primi anni, dove i contadini e i pescatori imparano a lavorare insieme, a interrogarsi, a individuare i problemi e a cercare possibili risposte. Scoprono così di non essere oggetti sottoposti all'arbitrio e alla violenza di pochi criminali, ma di poter partecipare attivamente a scegliere e determinare il proprio futuro. Ancora Danilo Dolci, a proposito della diga di Partinico: "È sempre un'azione educativa quella che crea forze nuove e porta al cambiamento. Da principio c'erano decine di migliaia di persone che vivevano come atomizzate ed erano completamente in balia di trenta malviventi comandati dal boss mafioso Frank Coppola. Quando abbiamo capito che i contadini volevano l'acqua, non abbiamo fatto comizi, ma parlando con la gente abbiamo cominciato a chiedere chi voleva l'acqua e poi a organizzare quelli che la volevano. Senza chiacchiere i contadini hanno capito che dovevano imparare a mettersi insieme e a organizzarsi".
Solo con molto ritardo è stata compresa appieno l'insufficienza dell'azione repressiva per sconfiggere la criminalità organizzata, la necessità di far maturare nella società civile un forte senso di estraneità e ostilità verso il sistema clientelare-mafioso. Ebbene, nella Sicilia degli anni Cinquanta e Sessanta, quando persino per tanti rappresentanti dello Stato la mafia neppure esisteva, Dolci riesce a organizzare migliaia di cittadini in un solidissimo fronte antimafia. In occasione delle denunce di collusione con la criminalità organizzata rivolte a Bernardo Mattarella, allora ministro, e Calogero Volpe, sottosegretario, oltre cento persone accettano di sottoscrivere, esponendosi direttamente, testimonianze circostanziate. La storia, lo sappiamo bene, non è fatta di ipotesi, eppure sono evidenti le responsabilità di una classe politica e anche di una magistratura che, invece di sostenere un movimento che avrebbe potuto anticipare di alcuni decenni l'inizio di una più efficace e incisiva lotta alla mafia, tentarono di isolare e spegnere il fenomeno, fino all'incredibile condanna inflitta a Danilo Dolci e al suo collaboratore Franco Alasia a due anni di reclusione per il reato di diffamazione. Qualche anno prima un altro giudice lo aveva descritto come un soggetto fornito di una "spiccata capacità a delinquere".

Anche quando, nell'ultima fase della sua opera, Dolci si concentra particolarmente sul lavoro educativo, sviluppando e approfondendo un tema essenziale dell'intero suo percorso, il metodo seguito è lo stesso: partire dai bisogni dei diretti interessati - i bambini, le famiglie - per costruire una scuola nuova, che non sia più una scuola ma un centro educativo. Per far ciò Dolci visita centinaia e centinaia di centri attivi in Italia e nel mondo (dagli USA all'America Latina alla Russia), raccoglie documentazione, stabilisce un dialogo fittissimo con i maggiori esperti di educazione al mondo e con l'UNESCO. Il nuovo Centro educativo di Mirto, del quale persino la collocazione geografica era stata discussa nel corso delle usuali riunioni con la gente del luogo, nasce con un gruppo di collaboratori e consulenti davvero straordinario: Paulo Freire e Johan Galtung, Ernesto Treccani e Paolo Sylos Labini, Bruno Zevi e Gastone Canziani, Gianni Rodari e Italo Calvino, Mario Lodi e Aldo Visalberghi.
Ma oltre che nel Centro di Mirto, che dovrà purtroppo fare i conti con la burocrazia e i mille ostacoli opposti dalle istituzioni locali e nazionali, il nuovo metodo educativo viene messo a punto nel corso dei sempre più frequenti seminari che Dolci è invitato a tenere in Italia e nel mondo.

Ricordo anch'io con enorme emozione, per quello che la mia testimonianza può valere, la prima esperienza di seminario con Dolci: Danilo, come voleva che ciascuno lo chiamasse. La sua capacità di parlare poco e ascoltare molto. Le domande che poneva, spesso scarne, essenziali, che scuotevano l'intelligenza e la coscienza, impegnavano a un lavoro di scavo e di ricerca in se stessi. Disposti in circolo, tutti, a turno, intervenivano. Ciascuno chiariva il personale punto di vista, arricchendosi di quello altrui, in un clima di ascolto e rispetto reciproco. Sovente i contributi più profondi, importanti venivano da quanti la scuola aveva sbrigativamente bollato svogliati, distratti, incapaci. Lentamente tornavamo in possesso della nostra capacità critica e progettuale, sentivamo risvegliarsi la nostra creatività: una sorgente di idee e di bisogni, che altri ci avevano insegnato a reprimere e spegnere.
Di nuovo: un'utopia? Quanti hanno avuto l'occasione di lavorare con Danilo Dolci, anche solo episodicamente, sanno che la struttura maieutica, di cui egli parlava e scriveva, non era una favola bella, ma qualcosa di estremamente concreto.
In anni più recenti, con diversi educatori attenti alla sua esperienza, Dolci promuove la nascita di numerosi laboratori maieutici, che ancor oggi rappresentano una realtà viva, molto più ampia di quanto si possa credere e che meriterebbe, forse, di essere meglio conosciuta e studiata.

Sarebbe auspicabile, più in generale, una rilettura complessiva e più attenta dell'opera di Danilo Dolci. Non solo per rendere giustizia a questa eccezionale figura di educatore, poeta, operatore sociale, nei cui confronti il nostro paese, e il Meridione in modo particolare, hanno maturato un debito enorme, ma soprattutto perché i temi che hanno interessato il suo percorso intellettuale e ne hanno caratterizzato la vita erano e sono essenziali per il nostro futuro: l'impegno per la realizzazione di una democrazia autentica e non solo formale, la valorizzazione degli individui alternativa alla massificazione, la promozione della libera ricerca individuale e di gruppo contro ogni dogma, la pratica dell'azione nonviolenta come superamento - nel secolo di Auschwitz e Hiroshima, ma anche di tante rivoluzioni fallite - di una storia fondata prevalentemente sull'aggressione e la distruzione.


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