Danilo Dolci
sul filo della memoria (Stralci)

di Giuseppe Casarrubea


L'eredità delle lotte contadine

Non è facile scrivere su Danilo Dolci ora che la sua figura e la sua opera sono consegnate per sempre al vaglio della storia. Ebbi ad azzardare una volta. Avevo vent'anni ed ero preso da questa presenza fuori dall'ordinario tra la gente della Sicilia occidentale. Mi ero imbattuto, per una sorte incredibile in una realtà quale quella di Partinico in quegli anni, in un personaggio che di siciliano non aveva nulla e che tuttavia, dal suo mondo apparentemente lontano, era straordinariamente proteso a capire, a trasformare la sua intelligenza delle cose in fatti, azioni concrete. Non capitava tutti i giorni e pertanto quest'uomo mi appariva come una figura inusuale per le battaglie che aveva saputo provocare, per l'imponenza della sua figura, per i modi con cui sapeva correlarsi a ciascuno di noi, intuendone le potenzialità, la disponibilità a seguirlo. Ma allora la voglia di fare era stata soverchiata dal bisogno di lavorare, di seguire un personale destino.

* * *

Sul finire del 1968 feci le valige e me ne andai in Piemonte a cercare lavoro. E qui, tra Verbania e Stresa, al rientro dalla scuola, mi ero dato dei tempi di riflessione sulla Sicilia, i suoi uomini e i suoi misteri. Sentivo tale bisogno come una sorta di dovere etico e confesso che Danilo era quasi sempre al centro dei miei pensieri. Perciò anche se a distanza di duemila chilometri, non potevamo fare a meno, talvolta, di comunicare. Ero stato ed ero un suo collaboratore volontario, avevo creduto nella sua azione e volevo dare a questa un mio contributo tangibile. Pertanto non percepivo una lira dal Centro Studi per la piena occupazione che lui dirigeva a Partinico, in quel vecchio edificio ottocentesco di proprietà degli Scalia. Volevo essere disinteressato e impegnato. Così mi sentivo in qualche modo forte e pago. Con una carica positiva dentro che mai prima mi era stato dato di avere.

Approfittai delle vacanze di Natale di uno di quei "caldi" inverni che avevano visto, tra piazza Gramsci e la Rhodiatoce di Verbania Intra, imponenti manifestazioni operaie, per tornare a Partinico e consegnargli un lavoro dattiloscritto su di lui. Erano pagine arricchite da un'appendice di incontri e seminari tenutisi a "Borgo di Dio", il Centro di Trappeto che egli aveva fondato con i primi aiuti di Elio Vittorini. Lo lesse in un paio di giorni. Poi mi telefonò e mi fissò un incontro. Andai a trovarlo di mattina presto, sapendo che egli alle otto era in piedi già da quattro ore. Aveva l'abitudine dei contadini, di quei braccianti agricoli che se volevano sopravvivere dovevano alzarsi prima dell'alba per essere poi ingaggiati per una giornata di lavoro. Aveva imparato da loro e aveva così appreso uno stile di vita che sin dai primi anni della sua attività a Trappeto prima e a Partinico dopo, aveva costituito per lui un valore fondamentale, così grande da plasmare anche il suo carattere. Dunque l'andai a trovare.

Mi espresse le sue impressioni attenendosi, come era solito fare con tutti, ad una scaletta che evidentemente aveva preparato in precedenza e che alla conclusione dell'incontro mi diede. Aveva annotato, tra l'altro: "il treno pigro", "bello: la rivoluzione è un punto di arrivo", "non mi piace dolciano, meglio 'di Danilo' ", "prime opere di Dolci: autoanalisi contadine", "parlare: non ho mai parlato: è venuto fuori", "invenzione locale", "Gli schemi del sistema clintelare-mafioso e del sistema democratico". Credo che avesse avuto la pazienza di leggere tutto quel testo perché le annotazioni erano puntualmente riferite alle pagine e in cima portavano questo giudizio finale: "è saggio, è fondo, è scritto bene: penso sarà utile".

Ne fui lusingato tanto più che mi consegnò il diario di bordo che egli aveva compilato per le sue visite nei Centri educativi più avanzati degli Stati Uniti, con un contributo della Ford Foundation e dell'Institute of International Education, senza i quali quegli "studi-incontro" non avrebbero potuto realizzarsi. Cito tra quelli che mi sono rimasti in memoria: l'East Harlen Bloch Schools di New York, il The Esploratorium di San Francisco, l'East Central Committee for Opportunity di Mayfield e parecchi altri. Questi appunti, molto sintetici e puntuali, costituiscono l'allegato terzo di quel mio testo dattiloscritto che l'editore Celebes di Trapani volle coraggiosamente pubblicare nel 1974.

Ma in quell'occasione Danilo fece di più. Mi fissò un altro incontro al quale ne seguirono parecchi, fino a quando un bel giorno, tra il 1970 e il 1971 non si mise mano all'idea, auspice anche Franco Alasia, di costruire un Centro educativo a Mirto, una contrada tra Borgetto e Partinico. In una delle solite scalette che conservo, leggo:

 

1-Per il tuo programma consiglierei di precisare (bozza da discutere):

le date degli incontri;

i soggetti specifici;

ti pregherei di includere la discussione di:

"Chissà se i pesci piangono";

"Inventare il futuro";

"Conversazioni";

il tuo libro;

altri libri che consideri essenziali (in modo che ciascuno legga, rifletta, approfondisca, discuta, si sviluppi);

lasciando anche argomenti a scelta.

* * *

Era fatto così: aveva in mente per gli altri centomila risorse e potenzialità e confondeva il piano del sogno e del desiderio con quello della realtà. Certamente sopravvalutava gli altri, pensava di spingerli fino al punto in cui egli era arrivato, proiettava su di loro tutto lo spazio del suo immaginario creativo, ma non coglieva il dato che tale proiezione era o rischiava di essere totalizzante, nel senso che poteva condurre gli altri, consapevoli o no, a essere soggetti catturati, presi dal suo sogno.

A distanza di tempo mi rendo conto che questa caratteristica del comportamento di Danilo fu al contempo il suo principale merito e il suo limite. Fu un merito perché servì a definire la sua massima: "Ciascuno cresce solo se sognato", fu un limite perché il piano della realtà e dei bisogni non sempre coincide con quello delle proprie percezioni e aspirazioni. Sono diversi i ritmi, le culture, i processi biologici, le dimensioni della storia dei singoli o dei gruppi sociali ai quali essi appartengono. Ma Danilo, pur rispettoso di tale divaricazione, non l'accettò mai.

In questo fu molto hegeliano. Ritenne che fossero le idee a muovere la storia. Solo che nella sua biblioteca, ricca ed essenziale, Hegel non trovò mai posto, tranne che con la sua Fenomenologia dello Spirito. Tra i suoi grandi maestri citava: Cristo e Lenin, Gandhi e Capitini, San Francesco e don Zeno Saltini. Diceva sempre: "Le cose fondamentali della vita, quelle per cui vale veramente la pena vivere, sono racchiuse in pochi valori essenziali". Citava don Zeno che ripeteva sempre pochissime frasi del Vangelo. L'attività di questo prete straordinario a Nomadelfia aveva costituito per lui la prima esperienza rilevante, a contatto con un mondo cattolico autentico, ricco, perché fondato sullo scambio, sul rifiuto del denaro come valore, sull'accettazione della solidarietà. Credo che questo prete abbia fondato la sua convinzione della povertà come valore ineludibile, dando forma alla sua analisi del solidarismo come fondamento dello sviluppo. E, in effetti, Danilo fu sempre povero, non disdegnò mai di esserlo.

Eppure investì miliardi per costruire il Centro di Trappeto, destinato alla formazione dei formatori, come oggi si usa dire, e il Centro Educativo di Mirto, destinato all'educazione dei più piccoli. Si erano formati nel mondo veri e propri trust per sostenerlo, ed egli si dedicava a tempo pieno a quest'opera fruttuosa che metteva a contatto con la realtà locale intellettuali come Paulo Freire, Otto Klineberg, Joahn Galtung, Lucio Lombardo Radice, politici come Ferruccio Parri, giuristi come Piero Calamandrei, avvocati di grido come Fausto Tarsitano, artisti come Ernesto Treccani ed Ettore De Conciliis, economisti come Paolo Silos Labini, architetti come Bruno Zevi, psicologi e medici come Gastone Canziani, allievo di Alfred Adler. Si incontravano con la gente del luogo, tutti attorno a un tavolo circolare enorme per discutere assieme come gli uomini e le cose potessero essere diversi. Ricordo ancora Albino Bernardini, Italo Calvino, Emma Castelnuovo, gli architetti Polo di Milano, alle prese questi ultimi t

Del resto al 'Borgo' e al Centro Studi di Partinico era in atto una sperimentazione con gli allievi più disagiati che durava da anni e costituiva già dal 1962 un campo di battaglia di Danilo contro la dispersione scolastica. Si fondava su un progetto di ricerca-azione ante litteram curato da Marcella e Marco Marchioni, con la consulenza metodologica di Eyvind Hytten. A quegli anni si riferiscono le ricerche di Paola Barbera sui Problemi di Roccamena dal punto di vista scolastico, l'attività di studio e ricerca dello stesso Hytten e di Annette Lawrence su vari aspetti della realtà sociale di Partinico, ad esempio su Autoritarismo e sottomissione nei bambini del doposcuola (poi pubblicata in 'Scuola e Città', n.7/8 di luglio-agosto 1963), o sull'integrazione delle norme di comportamento (relazione tra grado di condivisione delle norme e sanzioni sociali).

* * *

Alla ricerca dell'anima della vita

L'impegno di Danilo si allarga ora da Trappeto a Partinico, Montelepre, e via via a tutta la Sicilia occidentale, e per molti versi al mondo. Lo schema di sviluppo cronologico relativo, può essere quello dei cerchi concentrici. Il passaggio è graduale. Partinico, analogamente a Trappeto, ha una condizione sociale paurosa. Due quartieri sono i più degradati: quello della via Madonna, e quello di 'Spine Sante'. Nel primo la risposta al degrado cronico era stato - e in parte continuava ad essere - il banditismo, nel secondo la follia. Scriveva in quegli anni Germana Fizzotti, alla quale Danilo si era rivolto per riceverne aiuto:

Nel quartiere Spine Sante, su 330 famiglie, 300 sono miserrime, 319 senz'acqua in casa, e con una fontanella pubblica che funziona solo 4 ore al giorno, per cui le donne devono fare la 'coda' e attendere il turno per attingervi. I due terzi delle strade - dal fondo di terra metà acciottolato - sono senza fognatura. Fra le altre malattie quelle mentali si rivelano con una frequenza insolita.

[...] A Spine Sante la risposta all'offesa del mondo non è il banditismo, ma più debole e straziante, la malattia e la follia. Le strade sono anche qui, polverose e sporche, ma nella sporcizia non ci sono residui di cibo, né bucce d'arance, né foglie, né torsi di cavolo, né scatole, né ossa: i cani magri annusano con aria delusa. In poche case vivono diciassette malati di mente dichiarati, e chissà quanti altri meno evidenti e clamorosi. Davanti a una porta, con le braccia penzoloni, stava una giovane col viso asciutto e gli occhi spenti, tranquilla ora, ma, ci dissero i vicini, quando è assalita dalla fame è invasa dalla furia. Entrammo in un'altra casa dove vedemmo un uomo chiuso in una gabbia. La piccola stanza dove viveva tutta la famiglia era stata divisa dalle sbarre di ferro come quelle degli animali feroci, e nella gabbia camminava avanti e indietro un giovane dal viso bestiale, dai neri occhi terribili. Nella casa vicina il capo della famiglia stava in letto, senza muoversi da mesi, chiuso al mondo,

In questo percorso si possono individuare alcuni caratteri inconfondibili, precisi:

a)l'analisi delle risorse per lo sviluppo;

b)la necessità di collegare gli elementi strutturali dell'economia con i processi educativi, in senso lato;

c) l'organizzazione sul territorio dei gruppi di intervento.

E' un periodo cruciale la cui sintesi può essere ricondotta al titolo di un articolo che Danilo pubblicò sul Tempo illustrato, il 29 marzo 1956, in cui troviamo la spiegazione di tutta la sua esperienza fino a quel momento. L'articolo si intitolava: Volevo scoprire l'anima della vita. In quest'anno lo 'sciopero alla rovescia' sulla 'trazzera vecchia' fa parlare tutti i giornali nazionali. Si rivendica il diritto costituzionale al lavoro. Arriva la polizia e Danilo, con i dirigenti sindacali del luogo (Salvatore Termini, Francesco Abbate e altri) finisce in galera. Qui incontra dei banditi, raccoglie le loro storie, ascolta i loro racconti sulla violenze subite dalla polizia. C'è un'osmosi continua tra il micro e il macro.

Nel luglio del 1963 si tiene a Stavanger, in Norvegia, il Congresso dell'Internazionale dei resistenti alla guerra, e Danilo, che nel 1956 aveva conseguito il premio Lenin per la pace, vi partecipa con una relazione pubblicata poi, in versione integrale, in una antologia curata da Erich Fromm, suo amico. E' un punto alto della ricca attività di Danilo e segna forse una svolta verso una prospettiva che enuclea il lavoro futuro nello stesso tempo in cui il livello della riflessione è ormai sulle grandi questioni che riguardano gli uomini su scala planetaria:

Ogni individuo è come un radar-calcolatore, messo sempre più a punto negli incontri-scontri del lavoro e della vita quotidiana, capace di captare milioni di impressioni e di dati, capace di raccoglierli ed elaborarli spesso con notevole esattezza: l'uomo, che non ha in sé il metro della verità assoluta, il metro per misurare quali particolari bisogni sono, o dovrebbero essere, legittimi e validi, ha però la possibilità di aprirsi, osservare, analizzare, ordinare, ricordare, confrontare, commisurare, connettere, bilanciare, verificare, sintetizzare, intuire, ipotizzare; ed ha disponibile già in sé tutto un complesso processo attraverso il quale può pervenire a scelte determinanti per lo sviluppo futuro suo e degli altri.

L'uomo non ha in sé il metro definitivo della verità, ma ha la possibilità di conoscere sempre meglio se stesso 'dal di dentro e dal di fuori'. Rilevante possibilità, se consideriamo che ogni individuo, ogni fenomeno individuale, è correlato a tutto il resto; in modo più sensibile a quanto gli è vicino, meno a quanto gli è più lontano nello spazio e nel tempo.

[...] Quanto più cerco di approfondire e allargare la mia visione, rifletto, decanto l'insieme delle mie esperienze di lavoro e di vita, le relative interpretazioni, tanto più pervengo a dei principi validi e tanto più validi fini mi propongo, tanto più valide strategie ipotizzo.

Ad alcuni principi morali (poche pagine permettono più l'esposizione di un credo che la dimostrazione della sua fondatezza) l'uomo nuovo non potrà non pervenire. A questi, per esempio:

- la vita deve essere di tutti;

- ciascuno deve potere essere vivo nel miglior modo;

- più si capisce la natura dei mali e meglio si è in condizione di guarirli;

- ciascuno vede da un punto di vista;

- un presupposto di una sana umanità è riconoscere la sua necessaria unità.

Credo che tra non molto tempo questi principi saranno acquisiti per evidenza dagli uomini, e non solo in questa così generica formulazione. Anche in questo campo penso valga il processo della intuizione verificabile dalla razionalità e dalla pratica, come accade dalla progettazione architettonica, dalla scienza delle costruzioni alla fisica teorica.

Senza un vivo rapporto coi principi, senza tensioni, fini, ideali, sufficientemente vasti, i nostri interessi appassiscono, si rinchiudono, e tutta la nostra vita immiserisce. E tanto necessario per gli uomini è avere tesi i propri interessi che, se non ne hanno, ne inventano dei surrogati.

* * *

Sono gli anni di: Verso un mondo nuovo (Torino, Einaudi, 1964), Chi gioca solo (Torino, Einaudi, 1967), Inventare il futuro (Bari, Laterza, 1968), ai quali dovevano seguire quelli delle sue grandi liriche. Aveva nei confronti dei suoi libri di poesie un comportamento diverso rispetto ai suoi scritti di sociologia, o di altra natura: li rileggeva appena pubblicati, e non trovandole di suo gradimento, le cancellava, le integrava, ne incollava le pagine, o, addirittura, le strappava. Sorte che toccò al Limone lunare, che egli aveva scritto 'per la radio dei poveri cristi'. E' pieno di correzioni fatte di suo pugno. Stava preparando il Poema umano e rileggendo quelle poesie, le aveva rivisitate tutte, intervenendo estesamente con colla e forbici. Aprendo a caso quel testo originale che egli volle donarmi, certamente perché Josè Martinetti, la sua 'provvida segretaria', lo aveva già battuto a macchina per consegnarlo al nuovo editore, leggo:

Puoi, in un giorno

scoprire un nuovo punto

di prospettiva;

puoi scoprire, cercando [per un giorno],

quanto non hai appreso in una vita:

dentro di te, o in quanto pare fuori -

non arrivi soltanto alla tua pelle.

 


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