Omaggio ad Aldo Capitini

di Danilo Dolci


Ne sento il vuoto.
Era morto un bimbo, di fame:
recline sulle braccia della madre gialla,
il latte trovato in farmacia
scivolava sulle labbra
inerti - era tardi.
Terribilmente semplici avevamo deciso
di metterci al posto del piccolo,
uno dopo l'altro,
fin che al paese non arrivassero
mezzi per lavorare
per vivere:
nella stanza terrana del Vallone
tra la gente stupita
(curiosavano i piccoli
il prete era sparito,
il medico e i notabili
tentavano velare tutto
con la parola intossicazione
per continuare
a parassitare tranquilli il paese,
i giovani meditavano che fare,
mi piangevano i vecchi - perché, tu?-
sentivo, sotto, un pozzo senza fondo)
dopo giorni la postina è venuta
con una lettera, di uno sconosciuto,
firmata Aldo Capitini.
Poi l'ho incontrato, in alto nella torre
del Comune di Perugia,
la dimora del padre campanaro:
era basso ma vedeva lontano,
impacciato a camminare
ma enormemente libero e attivo,
concentrato
ma aperto alla vita di tutti,
non ammazzava una mosca
ma era veramente un rivoluzionario,
miope ma profeta.


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