Laboratorio Maieutico Capannori (Lucca)


Il primo contatto diretto con Danilo Dolci e con l’attività maieutica si è avuto nel 1992.
Si trattò allora di un’esperienza parziale, in cui fu coinvolta una sola classe; furono i ragazzi stessi, colpiti e ammaliati dall’opera di Danilo, a dare eco all’esperienza e a suscitare in altri, alunni e insegnanti, il desiderio di incontri più allargati.
Divenuto patrimonio dell’intero Istituto, il laboratorio maieutico è stato da un lato occasione di crescita per alcuni, dall’altro oggetto di analisi, anche polemiche, da parte di molti altri.
Il dibattito che si è sviluppato ha investito direttamente non tanto e non principalmente la didattica, bensì l’atteggiamento stesso e le scelte personali dell’operatore scolastico, mettendo in rilievo le idiosincrasie e la doppiezza del ruolo dell’insegnante-educatore, generando anche qualche conflitto interpersonale.
A questo proposito, merita rilevare che non sempre gli oppositori della maieutica hanno voluto argomentare il rifiuto di questa esperienza, che, dopo i primi momenti di grande partecipazione, è stata lasciata all’iniziativa e alla fantasia di poche persone, le quali già da tempo cercavano forme di intervento culturale meno stereotipate e più vicine ai bisogni umani propri e dei ragazzi.
Con indifferenza, ostentatamente ignorando i risultati che comunque si erano prodotti, si è sottratto terreno alle iniziative fino ad espungerle, con formale atto deliberativo del Collegio dei docenti, dal piano delle attività caratterizzanti l’Istituto.
Il bilancio di questa prima fase si può sinteticamente illustrare così:

- l’attività maieutica si sostanzia nell’incontro tra persone, ma ha bisogno, per diventare realmente ambiente, del supporto organizzativo che solo le istituzioni (scuola, Comune) possono fornire;

- la resistenza delle istituzioni, sia nelle forme dell’opposizione dichiarata, sia in quelle più pericolose del consenso parolaio, sono l’ostacolo maggiore al radicamento delle micro-esperienze maieutiche, che comunque resistono, ma senza reale visibilità sociale e culturale;

- l’esperienza maieutica nei gruppi già organizzati (es.: il gruppo classe) viene necessariamente veicolata dall’alto e risponde ai bisogni soggettivi di chi la propone e la introduce; nella nostra scuola nessun gruppo classe si è mai autordinato in struttura maieutica, ma all’interno di ogni gruppo che ha incontrato Danilo c’è sempre stato qualche singolo che ha personalmente iniziato un processo maieutico.

Riflessioni su questa esperienza

Si può dedurre da tutto ciò, pur con molta approssimazione, che il tendere alla ricerca maieutica risponde prioritariamente a bisogni soggettivi di autovalorizzazione non velleitaria che possono solo essere sollecitati, ma non creati dall’incontro maieutico. Ciò implica un ripensamento del modo di presentarsi all’esterno della specifica struttura maieutica.
Per costruirsi ambiente, tali bisogni soggettivi, se non vogliono correre il rischio di arroccarsi in un atteggiamento intellettualistico e illuministico, debbono in primo luogo riconoscere a se stessi e ai bisogni altrui lo statuto di radicale soggettività. Ciò implica che si sposti l’attenzione dal piano del vero logico a quello del vissuto emotivo e morale, che si accetti da un lato l’incertezza del processo di autoridefinizione personale e dall’altro tempi lunghi e l’eventualità della non condivisione da parte dell’esterno. In buona sostanza, bisogna diventare minoranza convinta, ma non dogmatica.
In questo senso, il mancato radicamento a livello collettivo di questo esperimento va riferito non solo all’ostracismo di cui è stato oggetto da parte degli oppositori, ma anche all’incertezza con cui i sostenitori si sono riconosciuti e presentati come minoranza dialogante e pazientemente propositiva.
Bisogna poi riflettere ancora sul rapporto con le istituzioni: se da un lato ci è necessario richiamarle al riconoscimento di un’attività che ha comunque diritto di essere esercitata, dall’altro è essenziale prepararsi a rispondere adeguatamente al rifiuto ed alla chiusura con cui le istituzioni stesse si difendono da qualcosa che le minaccia proprio in quanto tali. Se è forte, la struttura maieutica si pone come reale alternativa e non come l’eccezione che conferma la regola.
Per questo risulta fondamentale che il gruppo sia costituito da elementi eterogenei (per connotazioni anagrafiche, per cultura, per provenienza sociale, per collocazione professionale) che costituiscano essi stessi un ambiente, un sistema aperto nel vecchio sistema chiuso, che metabolizza, rinnovandole, tutte le energie presenti.
Il gruppo maieutico attualmente operante ha assunto nel tempo questa fisionomia, a cui manca ancora una lucida coscienza del suo esser struttura e non assemblaggio di disparate esperienze umane.
È nato spontaneamente nei giorni immediatamente successivi alla scomparsa di Danilo dall’incontro di chi, negli anni, ha saputo dare un senso proprio alla scoperta della maieutica, sull’urgenza di condividere e di rielaborare il lutto, ma anche perché non si interrompessero preziosi processi di crescita personale che, mancando Danilo, ci spingevano a cercarci reciprocamente, compensando con un più solido legame intersoggettivo un vuoto che nessuno, da solo, può colmare.
Siamo stati uniti da queste istanze emotive e dal bisogno di comunicare con il territorio che, di fatto, conosciamo poco, ma nel quale riconosciamo i segni della confusione organizzata dei nostri tempi che si avverte specialmente da quell’osservatorio privilegiato che è la scuola, collettore di energie, ma anche di problemi di natura intellettuale e sociale.
Ci è parso importante dialogare tra noi e con il territorio confrontandoci con chi vive tra noi senza esservi nato, talvolta escluso, talvolta sopportato, raramente riconosciuto come risorsa umana, intellettuale e sociale. Dialogare con i cosiddetti extracomunitari è stato il modo attraverso il quale si è pensato di rivitalizzare questo microambiente, puntando sull’esperienza valorizzante delle differenze, della coevoluzione, della creatività e della crescita, termini sui quali si è esercitata una costante attività intellettuale che prova, ora, a tradursi in fare culturale.

Fasi attuative del progetto

a) incontri maieutici interni al gruppo: lettura del libro di Danilo, La struttura maieutica e l’evolverci

b) individuazione degli obiettivi del comunicare con e sul territorio: L‘incontro con l’altro in termini di coevoluzione

c) selezione di passi del testo di Danilo organizzati secondo domande, che puntualizzano problemi e orientamenti in ordine ai punti a) e b):

- le condizioni in cui vive la maggior parte della popolazione mondiale sono favorevoli ad un’armonica evoluzione planetaria?

- che cosa è l’evoluzione? Qual è il suo significato sociale?

- perché è essenziale cogliere il significato dell’evoluzione anche in termini di intreccio tra rapporti cognitivi e rapporti sociali?

- un esempio, passato, di coevoluzione socio-urbanistica

- che cosa si fa e che cosa si può fare a scuola?

2. incontro maieutico con gli extracomunitari che risiedono e lavorano sul territorio e con gli operatori sociali addetti alla loro accoglienza, finalizzato alla reciproca conoscenza e ad una prima, generica, presa di coscienza della situazione reale;

3. presentazione dell’iniziativa agli studenti dell’istituto; adesioni volontarie;

4. gruppi maieutici pomeridiani con gli studenti che hanno aderito; lettura diretta dei passi selezionati di cui al punto 1c, con la finalità di costruire un atteggiamento di apertura all’incontro e all’individuazione dell’altro come risorsa umana;

5. incontro collettivo dei gruppi di cui ai punti 1, 2 e 4:

risultati:

a) conoscenza diretta dei vissuti personali e di gruppo degli extracomunitari;

b)acquisizione di dati relativi alla presenza sul territorio di strutture sociali idonee all’integrazione;

c) presa di coscienza dei fattori (corroboranti e/o ostacoli) culturali, storici ed economici dell’integrazione;

d) formulazione di richieste esplicite da parte degli extracomunitari, riferite a:

- apertura al dialogo
- accoglienza negli ambiti familiari da parte dei residenti
- luoghi di incontro non convenzionali (rispetto ai bar, campi di calcio etc.)
- possibilità di conservare la propria identità culturale (lingua, religione), soprattutto per le generazioni più giovani

e) festa collettiva

6. prospettive future: ancora da focalizzare, sulla base degli orientamenti emersi nel punto 5


Maieutica: un pensiero per Danilo Dolci

Nel nostro Liceo evocare Danilo Dolci significa automaticamente richiamare la maieutica.
Schizzare un profilo di Danilo, soprattutto ora che non c’è più, non è cosa possibile e neppure sostenibile per chi, come me, nutre tanto affetto per lui da non avere né la lucida oggettività, né la voglia per concedersi alla ritrattistica biografica.
Descrivere la maieutica, poi, è cosa pressoché irrealizzabile senza violarne la specifica natura, che è qualità della comunicazione viva, struttura e non fatto individuato o sapere specifico. La comunicazione maieutica non è una tecnica, ma una particolare sapienza; riguarda non tanto i contenuti (il convenire su alcune cose, il condividere opinioni non sono ancora il comunicare autentico), ma la forma, più propriamente l’atteggiamento con cui ci si dispone ad accogliere l’altro-gli altri. In questo senso, il silenzio è forse più importante dell’agire verbale, perché rappresenta la sobria delicatezza, la concentrazione e l’attenzione con cui l’io in primo luogo corporeo-emotivo tende all’esterno per riconoscere la propria appartenenza ad una struttura di relazioni vitali ancor più che intellettuali o pratiche.
Mi limiterò dunque a indicare alcune caratteristiche dell’atteggiamento maieutico che ho percepito con immediatezza nell’incontro diretto con Danilo.
generosità. L’intera vita di Danilo è stato un gesto di generosità con cui ha messo a disposizione tutte le sue energie intellettuali e fisiche al servizio della causa civile in ogni sua forma, da quella eclatante della lotta alla mafia e alla corruzione, a quella meno appariscente del contatto educativo con i giovani nelle scuole. Questo tipo di generosità è nel suo fondo un atto di intelligenza sociale, percepibile soprattutto nell’umiltà con cui Danilo si disponeva all’ascolto, cioè al riconoscimento dell’altro, al rispetto della sua centralità e della sua irripetibile unicità. L’impressione di ricevere sempre e comunque da Danilo era il semplice sentimento del nostro esistere in autentica pienezza, oltre i ruoli e le funzioni.
coraggio. Danilo ci ha fatto capire che ciascuno di noi ha la capacità di reagire alle grandi e piccole ingiustizie laddove e comunque si verifichino, anche quando non ci tocchino direttamente e personalmente; che questa capacità non è cosa da eroi, ma di individui comuni che assumono interamente la direzione del proprio vivere da soli e con gli altri; che il non scegliere e lasciarsi vivere senza progetto comporta più sofferenza, e più cieca, del prendersi seriamente cura di sé. Soprattutto, ci ha aiutato a capire che reagire alla sofferenza nostra e altrui è andare oltre il rifiuto rancoroso, gratuitamente provocatorio e in molti casi stereotipato della trasgressione, fin troppo complementare al conformismo ottuso, per iniziare un silenzioso processo di rivoluzione interiore. Coraggio è provare a cambiare se stessi prima di pensare di poter cambiare il mondo.
semplicità. E’ saper cogliere l’essenziale nelle cose, il rifiuto delle inutili complicazioni che capovolgono il rapporto mezzi-fini nell’esistenza; il fine della vita è la vita stessa: è lo specifico di una semplicità che non ci è facile cogliere, disabituati come siamo all’autenticità, disorientati da noi stessi, come siamo, da crescenti, in fondo diseconomiche, distrazioni.
fantasia. L’immaginare se stessi in condizioni in cui si possa stare meglio nel nostro specifico mondo-ambiente è fare della necessaria dipendenza dagli altri e dalle cose non un vincolo opprimente e castigante, ma una fonte di perenne arricchimento. Il gusto per la vita è un atto morale che necessita di un senso estetico, scevro di condizionamenti consumistici, per le relazioni di cui ogni vita è intessuta nel presente e nella prospettiva del futuro. La vera esperienza consiste nell’arte di inventare la vita accrescendone la potenza, in un gioco espansivo di innesti esistenziali che traduce l’utopia in gioioso progetto concretabile ed evita gli eccessi individualistici del narcisismo e quelli opposti dell’abnegazione.
pazienza. E’ la consapevolezza che ogni processo ha bisogno di tempo per produrre risultati, perché il primo e più concreto risultato è già il processo stesso, il registro della perfettibilità che non vive i fallimenti come sconfitte, ma come tentativi da correggere e da reimpostare costantemente. Dare tempo a se stessi e agli altri, prendersi il tempo e godersene la pienezza sono gli antidoti all’ansia dilagante e logorante, il filo della speranza collettiva.
Per chi pensi che la scuola non sia o non debba essere un mondo a parte o una parentesi nella vita, è essenziale richiamarsi a questi orientamenti; nella consapevolezza che l’esperimento, pur necessario, è difficile e sempre incerto.
                                                                                                                                                    Leana Quilici

10 gennaio 1998

Dopo le grandi battaglie degli anni ’50 e ’60 contro la corruzione e la mafia, che gli hanno garantito riconoscimenti ufficiali di grande rilievo, Danilo si è concentrato sull’attività maieutica. E' opinione diffusa (almeno sulla stampa recente) che si sia trattato di un ripiego, quasi di una sconfitta. In realtà, la scelta maieutica ha segnato il punto di massima estensione dell’impegno politico di Danilo, proprio laddove accoglieva urgenze civili non eclatanti e conclamate come quelle siciliane e tuttavia non meno bisognose e degne di ascolto e di intervento.
Costruendo strutture autenticamente comunicative, Danilo ha amorevolmente curato, dovunque emergessero, le disfunzioni e le patologie di una democrazia che tende pericolosamente a svuotarsi nella passività dell’intelletto, nella mancanza di progettualità dei singoli individui e delle microcomunità, nello specifico conformismo che nasce dal prendere per sano realismo la supina accettazione dell’esistente.
Danilo ha combattuto il cinismo ed il disincanto di giovani e adulti sapendone valorizzare ogni istanza creativa, mettendoli serenamente in condizione di esercitare una reciproca educazione e di progettare la soddisfazione dei bisogni sociali primari nei termini di una co-evoluzione intellettuale e morale ("L’utopia rimane tale finché non si trasforma in progetto"). Danilo ha combattuto la triste e complicata banalità del vivere ideologizzato con l’attenzione alla semplicità degli immediati bisogni umani.
Questa attività è stata particolarmente importante nella scuola, della quale Danilo ha sempre riconosciuto le enormi potenzialità civili pur non mancando mai di denunciarne severamente l’isterilimento burocratico ed il conformismo istituzionale. Danilo qui ha prodotto cultura, cioè, come lui amava dire, vera esperienza: una potente rivoluzione senza clamore, perché "rivoluzione è incontrarci per sapienza e pazienza".

 


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