Danilo Dolci: una vita per la pace

di Elisabetta Biggio


Danilo Dolci , uomo magnetico, poliedrico, ha esplorato i nessi tra educazione, creatività e sviluppo non violento dell’individuo.



Durante la sua esistenza ha avuto ogni tipo di esperienza: ha subito minacce, arresti, un sequestro, diverse condanne (tutto ciò sempre in nome della pace) ma, soprattutto, ha diffuso valori umanitari, culturali, valori rivoluzionari non violenti all’interno di attività svolte nel settore della pace e dell’educazione.

Pace che egli identificava con l’azione rivoluzionaria non violenta e vista come riflesso di problemi risolti. Problema, asseriva il Nostro, significa ‘proposta’: chi litiga, chi fa una guerra è di solito un nevrotico, la persona sana cerca di capire quale sia il problema; quando si fanno guerre vuol dire che non si conosce la situazione da affrontare: per tale motivo la pace viene ad essere riflesso dei problemi risolti.

La violenza fa sì che non si riesca a comunicare, che non si creino le condizioni per cui tutti si possa collaborare a vivere.



Inoltre Dolci sosteneva che tutto ciò che avviene nell’organismo è comunicazione, dunque un rapporto non violento. Quanto avviene in un organismo sano è essenzialmente non violento: ad esempio non è possibile prendere un bambino per il collo e tirarlo perché lo si vuol far crescere subito, non si possono non rispettare i tempi di maturazione di una pianta. Il rispetto dei tempi di maturazione, un concetto insito nella non-violenza è un concetto di rispetto per la vita.

La non-violenza può essere esercitata anche quando ci sono dei conflitti, è proprio in questi casi che si rende più necessaria. Bisogna insegnare agli alunni che, quando c’è un conflitto, occorre porsi dal punto di vista dell’esperienza dell’altro e riuscire ad avere quest’ultimo come collaboratore. (Esempio: se A e B esistono, non sono mai uguali, anche se sono gemelli, e sicuramente hanno punti di vista diversi; è importante che sia A che B possano riuscire a porsi dal punto di vista dell’altro attraverso una relazione di empatia).

L’azione nonviolenta cerca di risolvere integralmente i conflitti cercando di intervenire in maniera omnidirezionale.

Ma instaurare un rapporto nonviolento significa imparare a comunicare nel senso più ampio della parola: questo processo è innato o deve essere appreso? Non violenti si nasce o si diventa?

Attraverso la comunicazione si impara ad essere non violenti e la comunicazione nasce quando il bambino è ancora embrione; il rapporto tra madre ed embrione e bidirezionale come lo è ogni tipo di rapporto vivo, cioè un rapporto di comunicazione vero e proprio.

Quando il bambino nasce avviene un’interruzione, in un certo senso, della comunicazione; mentre il respiro, il cuore, sono programmati geneticamente dal cervello, e avvengono indipendentemente dalla nostra volontà, la capacità di comunicare con gli altri è una necessità, ma non è innata e deve essere appresa.

Dopo la nascita vi è un periodo molto delicato, nel quale i genitori devono riuscire a diventare educatori in modo tale che il bambino impari a comunicare con le altre creature. Se questo viene a mancare il bambino crescerà fisicamente, ma resterà fermo dal punto di vista psicologico e sociale.





Copyright © 2000 . dott.sa Elisabetta Biggio

 


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