Danilo Dolci. Un ricordo

di Giuseppe Barone


Ho conosciuto Danilo Dolci nel 1985, partecipando nel liceo che frequentavo a un seminario su “Poesia e maieutica”. Di Danilo non sapevo molto: avevo letto alcuni dei Racconti siciliani che mi avevano colpito e interessato, e poche altre pagine. Mi aspettavo la solita lezione: più o meno interessante, più o meno noiosa.

Quel giorno, la prima sorpresa. Tutti fummo invitati a disporci in circolo e a presentarci brevemente. Danilo non teneva conferenze: parlava poco e ascoltava molto. Poneva domande che scuotevano le intelligenze e le coscienze, riusciva a suscitare risposte e nuovi fecondi interrogativi da tutti. Ognuno, a turno, interveniva, esponeva il proprio punto di vista, in un clima di ascolto e di rispetto reciproco. Sovente i contributi più importanti venivano da quanti la scuola aveva sbrigativamente bollato svogliati, distratti, incapaci.

Credo di aver compreso quel giorno come in ciascuno esista - quasi sempre sopito, represso - un bisogno profondo di esprimersi e di comunicare: ogni individuo è una miniera di idee e di creatività, perlopiù sprecate (il tema dello “spreco” è stato sempre centrale nel percorso intellettuale di Danilo: dallo spreco delle risorse idriche o economiche in genere nella Sicilia del dopoguerra a quello delle risorse creative degli individui nelle società moderne. Spreco è anche il titolo di uno dei libri più belli di Danilo, pubblicato nel 1960 da Einaudi e da anni purtroppo introvabile).

 

Danilo, la struttura maieutica riuscivano a far riemergere energie nascoste.

Dopo quel primo, casuale incontro, come è capitato ad altri, ho cominciato una collaborazione continuata fino alla scomparsa di Danilo. E che, in qualche modo, ancora prosegue.

 

Danilo era un costruttore di ponti (di nessi, avrebbe detto lui): di fronte a una cultura e una storia (occidentali, moderne) fondate sulle divisioni (spesso arbitrarie) e le gerarchie, sui rapporti intesi in senso solamente unidirezionale, Danilo valorizzava la cooperazione, il reciproco adattamento creativo, la comunicazione. Non misconosceva il valore della cultura “ufficiale”, ma restituiva voce e dignità a quella popolare: nel corso delle riunioni - come nei suoi libri - sapeva far dialogare esperienze diverse: il contadino con il fisico nucleare, il pescatore con il premio Nobel, mettendo in luce la ricchezza di ciascun sapere, il valore di ciascun punto di vista, se autentico.

La sua riflessione ha riguardato aspetti cruciali, essenziali della crisi dei nostri tempi e del fallimento della Modernità, senza mai scadere in pura astrazione, senza mai smarrire il senso di un radicamento profondo nella realtà: il mondo nuovo di cui parlava Danilo non era una favola bella, ma un progetto concreto, che cominciava a realizzarsi nelle lotte per la diga sul fiume Jato, nelle battaglie nonviolente contro la mafia e per l'occupazione, nella nascita delle cooperative - e della cultura cooperativa - nella Sicilia nordoccidentale, nell'impegno educativo, nei laboratori maieutici, con la poesia.

Una rivoluzione del modo di pensare, di essere, di vivere, costruita dal basso verso l'alto, cui ognuno nel proprio ambito poteva - e può - dare inizio. Un grande, lungimirante, ambizioso programma di riscatto, autocoscienza e autodeterminazione che riguarda tutti, nessuno escluso, individui e gruppi. Ma, pure, un lavoro la cui portata è, per molti aspetti, ancora tutta da indagare, approfondire.

Sarà essenziale ragionare sul modo per proseguire una ricerca che ha impegnato Danilo in ciascuno dei suoi giorni, sino all'ultimo. L'eredità che ci viene consegnata è enorme.

 

Creativo e rigoroso nel contempo, il percorso di Danilo Dolci ha saputo coniugare utopia e progetto. La sua vita e la sua opera ci hanno mostrato la possibilità di una strada, ardua ma concreta, per un futuro alternativo alla massificazione, alla disgregazione, alla violenza.

 

 

 


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