Lo "straniero" senza violenza che aiutava gli altri a nascere

di Fulvio Scaparro


Stando a quello che ci dicono gli studiosi della nostra lingua, il vocabolo "straniero", fin dalle origini, portava con sé significati ostili: non solo indicava l’estraneo, ma perfino colui "che faceva soffrire gli altri". Per essere accettato, lo straniero deve mostrarsi simile a noi, integrarsi, accettare le regole del nostro gioco, perdere la sua estraneità. In caso contrario, se non è abbastanza forte da imporre a noi di assimilarci a lui, non sarà dei nostri, e nei suoi confronti non mancherà la diffidenza sen addirittura l’ostilità.
Un uomo di pace rifiuta questa logica, non crede che in questo mondo vi siano stranieri, ma solo esseri umani estraniati da pregiudizi e ingiustizie vecchie e nuove. Egli va allora incontro allo straniero, lo accoglie affinché ci si possa reciprocamente conoscere.
Per far questo, l’uomo di pace non può appartenere a nessun gruppo, ad alcun partito o lobby, ad alcuna ideologia. Per essere credibile, innanzitutto a se stesso, deve rischiare di essere considerato egli stesso uno straniero, un pericoloso estraneo, un inaffidabile. Potrà avere solo provvisori compagni di strada ed essere egli stesso un compagno di cammino per qualcuno. Ma non appena qualcuno tenterà di inquadrarlo nei propri ranghi, strumentalizzarlo per i propri fini, farne un fiore all’occhiello della propria giacca, l’uomo di pace si sottrarrà, e proseguirà per la propria strada rischiando la solitudine e l’oblio.
Così è stato per Aldo Capitini, così è stato per innumerevoli donne e uomini ignoti o famosi che hanno fatto la difficile scelta di stare al fianco dei più poveri evitando, per quanto possibile, di colludere con chi quella
povertà ha causato. Così è stato per Danilo Dolci, al quale spesso non si è perdonato di aver tenuto sempre ben distinti gli esseri umani concreti ai quali ha dedicato la sua vita e con i quali ha lottato da nonviolento qual era, da coloro che avevano la pretesa di rappresentarli senza frequentarli.
Danilo Dolci ha conosciuto, anche sulla sua pelle, la violenza di individui e istituzioni e da queste esperienze ha tratto la conclusione meno ovvia e più difficile: la risposta nonviolenta, digiuno, scioperi alla rovescia, obiezione, denuncia, testimonianza coraggiosa ovunque.
Negli ultimi anni non si sentiva molto più parlare di lui. Capita a chi non appartiene a gruppi dominanti di finire dimenticati o rimossi. Ma continuava a lavorare insieme a vecchi e nuovi compagni di strada, sui temi preferiti, l’agire comunicativo, l’educazione ispirata all’attivismo pedagogico, i laboratori maieutici, in cui ciascuno aiuti gli altri a nascere, agendo nel proprio ambiente per liberarlo da oppressione, ignoranza, paura, attraverso la ricerca continua.
Conosco alcuni degli amici e allievi di Dolci e ho fiducia che il suo insegnamento non verrà dimenticato. Se lo augurano, almeno lo spero, tutti coloro che credono in un mondo più pacifico perché più giusto.

Da "Avvenire" del 31/12/97

 


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