Danilo Dolci, una vita per i deboli

di Antonio Catàlfamo


Il 30 dicembre ‘97 è morto Danilo Dolci, poeta, narratore, pedagogista. Io l’ho conosciuto, qualche anno fa, qui a Barcellona Pozzo di Gotto, dov’era venuto, dietro invito di un comitato di giovani antimperialisti, a parlare di pedagogia e di mafia. Di lui aveva scritto Carlo Levi, ne "Le parole sono pietre", che era un uomo "che ha fiducia negli altri (una fiducia generale nell’uomo), e fa sorgere la fiducia intorno a sé, e con quest’arma sola sente di poter far nascere la vita dove parrebbe impossibile, a poco a poco, per forza spontanea". Quella di Levi non è una trasfigurazione letteraria. Danilo mi é parso proprio come lui l’ha descritto. E’ arrivato col solito maglione celeste come i suoi occhi, lucenti dietro le lenti, con un paio di zatteroni bianchi ai piedi. Ed ha subito seminato fiducia. Entro nei giardini pubblici dell’Oasi, antistanti la sala dov’era programmato l’incontro, ha stretto la mano a tutti, ha distribuito pacche affettuose. Così s’è tirato dietro anche i vecchi pensionati, i giovani disoccupati, qualche matto, ch’erano lì per caso e che sono stati attirati da un fluido magico.
Danilo non teneva conferenze, fedele allo spirito maieutico che aveva sperimentato con i suoi compagni contadini di
Trappeto, di Partinico. Ha voluto che il pubblico che s’era formato si stringesse con le sedie attorno al suo tavolo. Ha cominciato a domandare, ad ascoltare le storie che ognuno spontaneamente raccontava. Man mano emergevano i problemi della città e lui, con altre domande, cercava la "leva", cioè lo strumento che ne permettesse la soluzione. Così, a suo tempo, era nata l’idea della diga sullo Jato. "Ci vorrebbe una bacila" (cioè una bacinella per raccogliere le acque), aveva detto un contadino.
Danilo ha parlato della mafia, di come non si possa combattere militarmente, ma eliminandone le cause, il terreno di coltura, costituito dalla disoccupazione, innanzitutto. Ha scandalizzato qualche benpensante raccontando delle sue esperienze nelle patrie galere, quando osò fare nome e cognome dei notabili DC legati alla mafia. Poi è uscito di scena, quasi in punta di piedi, lasciando che fosse la gente comune, sulla base del seme gettato da quel dibattito, a riflettere e a tentare di risolvere i problemi. A quell’incontro non c’erano i politici di professione, neanche quelli che si definiscono "di sinistra". C’era solo un pugno di giovani e un pubblico occasionale di gente comune, attirato dal "carisma" di Danilo, che sapeva farsi popolo, eliminare le distanze, parlando il linguaggio dei poveri e vivendo la loro stessa vita di stenti e di miseria. Così aveva fatto a
Trappeto, lavorando come manovale. "Danine, Danine" lo salutavano per strada i bambini poveri di Spine Sante di Partinico, "come se pronunciassero una formula magica" - scrive Carlo Levi.
Non ho trovato questa immagine di uomo semplice e fiducioso nelle commemorazioni dei giornali, il giorno dopo la sua scomparsa per arresto cardiaco. Si é rinnovato il solito gioco a tirare la coperta dalla propria parte. Il prof. Francesco Renda, intervistato da "Liberazione", l’ha definito un po’ socialdemocratico. E’ difficile capire cosa c’entrino gli scioperi alla rovescia, i digiuni di massa, la rivendicazione della piena occupazione, con la socialdemocrazia, che è una semplice variante del capitalismo, che, a sua volta, é la più totale negazione dello spirito egualitario che permeava il Nostro.
Definirei Danilo Dolci un personaggio tolstojano. Come Tolstoj, egli fu portavoce di un cristianesimo primigenio ed elementare, fortemente osteggiato dalla chiesa e dalle sue gerarchie. Il cardinale Ernesto Ruffini, in un’omelia pasquale degli anni ‘60, disse: "La mafia, il Gattopardo, Danilo Dolci sono le cause che maggiormente hanno contribuito a disonorare la Sicilia". La mafia, non in quanto tale, perché, secondo Ruffini, non esiste, ma in quanto genera l’antimafia.
Dell’opera letteraria di Danilo Dolci preferisco le pagine dedicate alla Sicilia in "Poema umano" e "Racconti siciliani", laddove egli lascia parlare i contadini, tentando di riprodurre anche la loro parlata siciliana, oltre che i loro pensieri, delineando con poche, sapienti pennellate i personaggi. Le poesie dedicate alla bomba atomica, al pacifismo, mi sembrano un po’ prosastiche, meno spontanee e perciò meno coinvolgenti. La sua poesia ha una dimensione "auricolare", è scritta per essere ascoltata, per essere la "nuova radio dei poveri", in un mondo in cui tutta la cultura è orale, tramandata di padre in figlio. Cesare Zavattini ha giustamente osservato che Danilo Dolci, più di ogni altro, è riuscito a ridurre al minimo la "terra di nessuno", che separa letteratura e vita. Dolci non concepisce la poesia come magistero, ma come linguaggio della vita. Fa raccontare ai suoi compagni contadini le loro storie, stimola la loro creatività, senza porsi - come ha sottolineato Gianni Rodari - come un nuovo Socrate, proponendosi, invece, una "maieutica di gruppo", nell’ambito della quale egli non offre soluzioni precostituite, ma le cerca assieme agli altri. Zu Ambrogio, Mastro Matteo, Zu Sariddu sono esempi viventi del valore della cultura popolare, testimoniano un patrimonio di conoscenze esperito dentro i ritmi e la fatica della vita: "D’inverno si bucano le mani / la pietra striscia le pupille delle dita..." dice Mastro Matteo. L’arte di questi personaggi è la loro stessa vita, il loro stesso lavoro, che approda alla pagina scritta. Laddove diventa "cerebrale", "colta", la poesia di Danilo Dolci finisce per essere poesia.


 

RESURREZIONE

(a Danilo Dolci)

 

Tu cerchi senza sosta

nuovi isoquanti, leve d’Archimede

nell’agile pupilla del vecchio marinaio,

nell’ampio gesto della mano.

E’ semplice il giuoco della vita:

due o tre farfalle infilzate

in uno spillo, agonizzanti,

e tutti a ridere beati.

Soffia sulle ali, lascia che scorra nuova linfa

nei corpicini spenti.

Lanciale per aria

nel folle volo degli uomini

che bevono il sole.

Antonio Catàlfamo

(dalla raccolta "Passato e Presente", edizioni Pêndragon, Bologna, 1993).

 


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